Il mondo al contrario. Roberto Vannacci lo ha descritto, la Cgil lo mette in pratica in questa surreale convergenza parallela. Il sindacato (a parole) più rosso d’Europa, che qualche mese fa invitava gli italiani alla «rivolta sociale» per bocca del turbo-segretario Maurizio Landini, si accomoda alla Scala di Milano.
Ma non fuori con le bandiere rosse e le uova marce da spiaccicare sulle Vuitton delle sciure della mefitica borghesia milanese; non dall’altro lato del colonnato del Piermarini per denunciare le ingiustizie del padronato, le vessazioni della classe operaia e le sofferenze pro Pal o Lgbtq+ come da ultima moda. No, stamane la Cgil attraversa la strada scortata dai vigili in alta uniforme ed entra, orgogliosamente omologata, a festeggiare i suoi 120 anni fra le poltrone di velluto rosso.
Un’epopea di liberazione e di potere che nell’ultimo atto trova il suo destino beffardo. Se la simbologia conta qualcosa, la storia cominciata nelle fabbriche finisce a teatro.
Succhi bio, tartine salmone e avocado, da Antonio Gramsci a Lella Costa, visto che la cabarettista sarà uno dei testimonial dell’evento, con Angela Finocchiaro, Stefano Massini e Lodo Guenzi. Ospite d’onore il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mentre sul palco i quattro attori ricostruiranno «la lunga stagione di lotte e conquiste della confederazione con parole e musica».
Un’ora e 45 minuti di spettacolo, destinato a concludersi con un assaggio del balletto Giselle (unico a disposizione perché in cartellone in ottobre) dove gli invitati potranno assistere a una metafora involontaria, perfetta per la svolta «bobò» (borghese-bohème) della Cgil: un nobile travestito da contadino simboleggia come le convenzioni corrompano la purezza dei sentimenti.
La scelta di Landini di fare passerella nel santuario del capitalismo in smoking sta creando più di un mal di pancia a sinistra.
Non tanto per i costi, poiché l’affitto non seguirà i prezzi correnti per aziende private nei giorni fuori cartellone (dai 200 ai 300.000 euro) ma è destinato ad attestarsi a dieci volte meno, anche se ogni richiesta in tal senso ha ottenuto imbarazzati «no comment».
È prevedibile che l’ente sia particolarmente favorevole ad agevolare la kermesse; maestranze e orchestrali storicamente iper-sindacalizzati sono iscritti al sindacato rosso e attriti oggi sarebbero forieri di cervellotiche vertenze domani.
La gastrite riguarda l’opportunità, il senso metaforico, l’ossimoro nei fatti. Come organizzare una serata vegana in un ristorante di asado o la festa scudetto dell’Inter all’Allianz Stadium di Torino.
Giorgio Cremaschi, ex leader della Fiom, mette il dito nella piaga. «Con tutto il rispetto mi pare una scelta di pessimo gusto. È una decisione fuorviante rispetto al ruolo storico del sindacato.
No, alla Scala proprio no, non si fa soprattutto in un periodo come questo». Ricorda gli anni delle lotte, le serate del 7 dicembre al freddo, quando la prima della Scala significava proteste per i diritti e cariche della polizia.
Questa location gli sembra il segno d’una deriva. «Quando i 100 anni furono celebrati agli Arcimboldi non ci andai perché mi sembrava già troppo. Ora si è perso il senso della misura». Mario Capanna è meno tranchant: «Non mi scandalizzo ma avrei preferito che le celebrazioni avvenissero in una grande fabbrica in lotta tipo l’Italsider di Taranto, con i giganteschi problemi che ha».
Lontani i tempi in cui veniva considerato «operaista» il percorso contrario. Claudio Abbado con la filarmonica scaligera decise di tenere concerti (erano gli anni ’70) nella sala mensa della fabbrica Necchi di Pavia e alla Leyland Innocenti perché riteneva che la bellezza dovesse andare incontro ai lavoratori in tuta blu.
Stupenda la sua frase: «Sbagliate tutti i tempi degli applausi ma mi fate venire i brividi». Lontani i tempi in cui Giorgio Strehler portava le pièces teatrali nei capannoni industriali.
Allora il cammino contrario veniva considerato blasfemo, un insulto al salariato. L’esempio ufficiale nel 1990, quando le celebrazioni del centenario del Primo Maggio e della nascita del primo sindacato confederale (avvenuta a Milano) si tennero nell’ex stabilimento Ansaldo alla presenza del presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Il compleanno della Cgil è cominciato ieri con il convegno allo Spazio Rubattino «Le trasformazioni del lavoro, la persona al centro» e prosegue stamane alla Scala con l’evento «La persona al centro».
Conoscendo l’ego ipertrofico del segretario c’è il sospetto che quella persona sia lui. Son et lumière, il percorso è compiuto, ora l’unico rosso a creare struggimenti è quello delle poltroncine cremisi della platea.
Per la sinistra non esistono più le classi; il sindacato ce lo ricorda ed entra nelle stanze del potere assaggiandone le comodità con i glutei. Appuntamento alle 11.30 fra i busti di Arturo Toscanini e di Giacomo Puccini. Diceva Indro Montanelli che «in Italia le rivoluzioni finiscono all’ora di pranzo». Quella della Cgil anche prima.
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