Dal Morandi a Burioni, nemici di ogni censura
Ansa

4 agosto 2018. Siamo tutti bloccati davanti alla Tv. Quelle che arrivano da Genova sono immagini sconvolgenti: crolla il Ponte Morandi, crolla l’autostrada nel cuore della città. Morte, dolore, stupore, angoscia, incredulità. In famiglia avevamo le valigie pronte per le vacanze.

Fermi, si rimanda: mi incollo al televisore, sento tutto quello che viene detto, leggo tutto quello che viene scritto. E subito mi accorgo che nessuno pronuncia la parola magica. Nessuno dice: «Benetton». Eppure la società che gestisce quel pezzo di autostrada è proprio della famiglia di Treviso. Sono stati loro ad arricchirsi con le privatizzazioni. Sono stati loro a incassare tariffe sempre crescenti senza mai fare le manutenzioni previste. E allora perché nessuno li cita? Perché tutti si trincerano dietro sigle generiche, perché parlano di Aspi o Atlantia, perché nessuno tira fuori la famigliola dei maglioni, quella che si fa bella con la solidarietà e la bontà, e poi lascia gli automobilisti correre e morire su viadotti che «stanno insieme con il Vinavil» (citazione dall’inchiesta)?

Quando mi hanno chiesto di ricordare i dieci anni di vita della Verità mi è subito venuto in mente quel giorno, perché proprio quel giorno ho avuto chiaro come non mai quanto fosse importante avere un giornale come La Verità. Cioè avere un giornale che non ha paura di rompere la cappa del conformismo, i silenzi tremebondi, le complicità redazionali con i potenti. Il nostro quotidiano, allora, era nato da meno di due anni. Fragile, eppur forte. Piccolo, eppur grande. Soprattutto nostro. Nostro di noi giornalisti, del nostro direttore, di noi che l’avevamo fondato, di chi ama la verità e le notizie, prima di ogni altra cosa. Di noi che facciamo questo mestiere non per difendere interessi o intrallazzi, o per conquistare poltrone, ma perché lo amiamo sopra ogni cosa. Di noi, che perciò non abbiamo paura di andare contro i potenti, chiunque essi siano. Di noi che siamo liberi di dire e scrivere «Benetton».

Ricordo quel 14 agosto con la mia rabbia che montava, minuto dopo minuto, silenzio dopo silenzio, omissione dopo omissione, ogni volta che sentivo parlare di Aspi, ogni volta che veniva citata Atlantia. Presi il telefono, chiamai in redazione urlando: «Benetton». Forse mi presero per pazzo. Càpita spesso. Ma io conoscevo bene la situazione delle autostrade, me ne ero occupato in varie inchieste, ci avevo pure scritto un libro. Sapevo che le privatizzazioni al sapor di Mortadella (nel senso di Prodi) erano state un grande affare per i gruppi privati che avevano avuto in concessione la gallina dalle uova d’oro (i caselli delle autostrade) e che da vent’anni incassavano fior di quattrini, senza che nessuno li obbligasse a fare gli investimenti e le manutenzioni previste, e in più avendo la possibilità di alzare sempre le tariffe. E sapevo, soprattutto, che quel pezzo di autostrada era gestita proprio dalle società dei Benetton, che negli ultimi decenni avevano fatto soldi proprio con quella rendita, mica con i maglioni…

Eppure per giorni nessuno, tranne La Verità, ha scritto quel nome. Che ci volete fare? Così funziona l’informazione in Italia. La famiglia di Treviso piace alla gente che piace. Investe un mare di soldi in pubblicità. Fa le campagne contro il razzismo, per i preservativi, per la pace nel mondo. Fa le foto di Toscani. E dunque fa le interviste su Repubblica. Le copertine su Vanity Fair. Mica può gestire autostrade che crollano per poca manutenzione… Infatti nessuno l’ha tirata in ballo, per giorni e giorni. E nessuno avrebbe rotto il muro del silenzio, se non ci fosse stato quel piccolo quotidiano nato da poco, che non si è limitato a scrivere il nome Benetton, ma ha indagato pure su tutte le inadempienze nei lavori di manutenzione, sui dialoghi assurdi dei manager del gruppo che non facevano controlli per risparmiare (e aumentare così gli utili che finivano nelle tasche dei Benetton), sull’aridità di questi re della comunicazione che per mesi non sono stati capaci di comunicare un sentimento, e/o di pronunciare una parola di solidarietà con le vittime. Anzi: sempre questo piccolo quotidiano ha scoperto anche che nelle ore successive alla tragedia, mentre ancora si raccoglievano i cadaveri, loro, i Benetton, se ne stavano felicemente a Cortina a festeggiare il Ferragosto fra barbecue e allegria. «La famiglia è morta quel giorno», dirà poi un loro manager. Ma a certificare la morte, in quelle settimane, c’era solo La Verità.

Siamo nati per essere solitari. Siamo nati per essere controcorrente. Siamo nati per essere, permettetemi l’autocitazione, fuori dal coro. Siamo nati per raccontare ciò che gli altri hanno paura di dire, ciò che gli altri non vogliono dire. Quante volte mi sono sentito apostrofare da colleghi di altri giornali: scrivetelo, voi che potete. Noi che possiamo, è vero. E possiamo perché dieci anni fa c’è stata una persona, Maurizio Belpietro, che ha messo in gioco tutto sé stesso, la sua lunga storia professionale, i suoi successi e i suoi soldi, per garantire uno spazio dove le notizie non hanno la mordacchia. Uno spazio dove le censure non stanno di casa. Uno spazio dove ogni giorno si va contro il conformismo dominante, il pensiero unico, il dilagare del giornalismo appecoronato. Uno spazio dove, per l’appunto, si può dire Benetton.

E mica solo quello. Questo è uno spazio dove si è potuto e si può continuare a dire che i vaccini non sono Dio e Burioni non è un profeta. Che la circolare «Tachipirina e vigile attesa» era un attentato alla salute pubblica e che le cure domiciliari invece salvavano la vita. Che l’obbligo vaccinale, il green pass, la sospensione dei lavoratori e l’abuso di lockdown erano una forma di dittatura sanitaria, totalmente incostituzionale. Che l’allarmismo esagerato è uno strumento usato per reprimere progressivamente le nostre libertà, oltre che per spillaci soldi. Che anche l’allarmismo sul clima è stato usato per imporci le follie del green deal. Per distruggere pescatori e agricoltori, per finanziare la carne sintetica di Bill Gates o gli allevamenti di grilli e locuste, per trasformare le nostre colline in tappeti di pannelli solari, per devastare i nostri paesaggi con il business delle pale eoliche. Questo è uno spazio dove si può dire anche che la continua chiamata alle armi dei generali da talk, la militarizzazione dei dibattiti Tv, le esagerazioni sui russi che ci vogliono invadere e l’Armata Rossa che è alle porte (per farci digerire 800 miliardi di soldi spesi in armi), e la caccia al putiniano e la messa al bando di Dostoevskij e Čajkovskij sono state e restano, checché ne dicano i giornali e i campioni dell’informazione nazionale, boiate pazzesche.

Mi fermo qui, mica c’è bisogno di fare l’elenco di tutte le volte che siamo andati fuori dal coro. Voi che ci seguite quell’elenco lo conoscete benissimo. Anzi, ci seguite proprio perché lo conoscete benissimo. E sapete che di questo giornale si possono condividere o no le posizioni, si può essere d’accordo o meno, si possono criticare difetti, limiti e mancanze (ne abbiamo tantissime). Ma una cosa non si può mettere in discussione: siamo liberi. Siamo liberi di dare le notizie. Siamo liberi di sbugiardare i bugiardi, anche se sono ricchi. Siamo liberi di smascherare gli ipocriti, anche se sono potenti. Siamo liberi di criticare il governo, se pensiamo che sbaglia, tanto quanto critichiamo l’opposizione, se pensiamo che sbaglia. E tutto questo per un motivo semplice: perché non abbiamo altri padroni al di fuori di noi stessi e di voi lettori. Non abbiamo altro obiettivo che non sia fare i giornalisti. Ed è per questo che l’esperienza di questi dieci anni di Verità è, professionalmente, la cosa più entusiasmante che mi sia capitata nella vita. Perché non c’è mai stata riga che mi sia stata censurata. Non c’è stato un argomento su cui il direttore abbia detto «lascia perdere». Non c’è stato potente che non si sia potuto attaccare. E dunque non c’è stato un momento, un minuto, un istante, in cui non abbia benedetto quel giorno di dieci anni fa in cui siamo nati. E in cui ci siamo conquistati il diritto di dire e scrivere tutto. Ma proprio tutto. Compreso «Benetton».

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