«L’orrore, l’orrore». Il giornalista collettivo delle coscienze a modino è scatenato e ha scomodato perfino Joseph Conrad per rotolarsi nel dolore alla lettura del titolo «Fine vita» con il quale La Verità ha dato l’addio a Emma Bonino.

Il cuore di tenebra del nostro quotidiano è stato evocato con un post su X da Massimo Giannini, evidentemente disturbato dalla sintesi urticante che nell’evocare una delle battaglie infinite della sacerdotessa radicale, voleva rappresentarle tutte, al tempo stesso liberatorie e mortifere.

Un’opinione fra le tante, lei ci avrebbe riso sopra. Un’opinione non conforme, che ha suscitato l’indignazione di quella parte della categoria che si riconosce nel Banal Grande (copyright Sergio Saviane) e trova gratificazione nel riscaldarsi al calduccio del pensiero unico.

Giornata strana per quell’epitaffio, passato inosservato fino a metà pomeriggio quando Dagospia lo ha riprodotto togliendolo dal mazzo dei peana per decreto, con lo spirito monello che lo contraddistingue. A conferma che neppure i giornalisti ormai leggono i giornali, solo a quel punto è partito il gran premio dello sdegno, che nasconde una pretesa feroce e consueta: come si permettono questi subumani della penna di avere un diverso parere e di esprimerlo? Come osano uscire dal coro della deificazione, steccare l’ouverture collettiva, disturbare la dolce sinfonia che accompagna l’angelo ateo dei diritti (e dei rovesci) verso l’infinito?

Allora si sono ribellati tutti. Campioni del distinguo democratico, eroi della sfaccettatura alternativa, centravanti del «sentiamo l’altra campana» (a parole) hanno dato il via a uno sgangherato ensemble di insulti social, fra un delicato «giornale da vergognarsi» e un simpatico «usatelo come carta igienica».

Fior da fiore, ecco qualche recensione firmata da cronisti con aspirazioni letterarie. Mario Lavia (ex comunista, scrive su Linkiesta): «Il titolo della Verità su Emma Bonino fa schifo».

Antonella Rampino (ex quirinalista, un passato a La Stampa e Repubblica) a corto di varianti: «Lo schifo». Da notare l’intervento della virostar Matteo Bassetti con malriposte aspirazioni da reporter: «Titolo ripugnante. In linea con una destra imbarazzante e un giornale vomitevole». Il professore è così bilioso da saltarsi addosso da solo.

Non poteva mancare un fantozziano David Parenzo: «Tutelare la libertà di stampa significa anche riconoscere le carognate e dirlo. Questo titolo è una cagata pazzesca».

Poi aggiunge un pensierino condivisibile: «Conoscendo Emma Bonino sono sicuro che, ovunque sia, si starà facendo una risata mandandolo a quel paese…».

Non deve avere preso spunto da lui Alessandra Longo (Repubblica) che ha inviato un esposto al consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Lazio per denunciare l’epitaffio andato di traverso.

«Gentili colleghi, segnalo il titolo della Verità. Accanto alla foto di Emma Bonino “grande italiana”, come l’ha definita il presidente della Repubblica, onorata con i funerali di Stato decisi dalla presidente Meloni, appare la scritta “Fine Vita”. Un indecente gioco di parole tra la sua morte e l’ultima sua battaglia, quella sul fine vita. Qui non è a rischio la libertà di parola ma la decenza, l’etica, il rispetto. Io non mi sento rappresentata da colleghi come quelli che hanno concepito questa ignominia. E sono convinta che lo stesso sentimento di indignazione e di vergogna sia provato dalla maggioranza della categoria. Dissociamoci pubblicamente, condannando la volgarità». Una lapide plumbea, il fine vita anche della parola.

Tralasciando la lezione di William Shakespeare sulla «bellezza negli occhi di chi guarda», il senso della lettera è singolare: se le massime istituzioni del Paese plaudono a una figura pubblica per mezzo secolo avvezza ai palazzi del potere, nessuno deve permettersi di uscire dal coro.

Se lo fa è indecente, volgare e si deve vergognare. Una curiosa lezione di democrazia cinese o sovietica che l’autentico militante radicale, portatore da sempre di un pensiero orgogliosamente diverso, rifiuterebbe con un’alzata di spalle.

Senza contare che la stessa gastrite diffusa, lo stesso furore agonistico nel denunciare mancanza «di etica e di rispetto» non s’erano visti – ma proprio neppure per sbaglio – per titoli come «Asceso in campo» e «La repubblica del banana» con i quali Il Manifesto e il Fatto Quotidiano diedero addio a Silvio Berlusconi.

Nessuno si sentì disturbato (anzi risate da sbellicarsi) quando il Manifesto paragonò Papa Ratzinger a un cane («Il pastore tedesco») e quando, alla sua morte, giocò con le parole per accarezzare la pancia dei suoi lettori: «Santo dubito». Allora titoli perfetti, coscienze satolle, democrazia salva.

In questi casi c’è sempre l’ultimo che arriva, ansimante e sudaticcio, per entrare nella foto e lucrare un invito in televisione.

Infatti ecco Andrea Vianello (ex Rai in quota Partito democratico), che su X recensisce col ditino alzato non solo l’epitaffio, ma anche l’articolo: «Orribili e imperdonabili il titolo della Verità e il pezzo livoroso di Giorgio Gandola», aggiungendo poco sobrie divagazioni ornitologiche.

Costui sostiene di essere parente dell’indimenticabile Raimondo Vianello. Peccato non abbia al suo fianco Sandra Mondaini a sbuffare sulle sue biliose banalità: «Che barba, che noia».

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