Attivisti Lgbt, pro Pal e flotilleros. Più che un reparto, un centro sociale
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C’era un impegno concreto, con forte connotazione ideologica, a trattenere nel nostro Paese irregolari senza diritto di asilo, in buona parte degli otto medici dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, indagati per false attestazioni d’inidoneità emesse a favore di migranti.

Le false attestazioni pro-migranti

Oltre al passaparola, su come compilare prestampati senza nemmeno visitare l’extracomunitario perché non entrasse nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), di alcuni infettivologi dell’Ausl Romagna erano note le posizioni pro Pal.

La dottoressa Elisa Vanino, 42 anni, originaria di Pordenone, una delle più attive nell’emissione di certificati di inidoneità «non supportati da dati clinici», come evidenziano pm e gip di Ravenna, era tra i firmatari dell’appello pro Gaza inviato nell’ottobre 2023 al premier, Giorgia Meloni, e alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Gli slogan propagandistici degli attivisti

«Fermare immediatamente il massacro», era il titolo del documento sottoscritto da «un gruppo di operatori sanitari profondamente preoccupati e indignati per il silenzio delle nostre istituzioni e della nostra politica […] sconvolti e preoccupati dalla tragica e brutale perdita di vite umane a causa dei massicci attacchi in corso a Gaza e condotti dalle forze militari israeliane». Non una parola di orrore, per le violenze subite da civili e soldati israeliani per mano di Hamas.

L’infettivologa, nonostante i referti negativi a livello polmonare e infettivologo di un migrante che doveva essere espulso, ne scartava il trasferimento in un Cpr perché, scriveva, «non si dispone di elementi sufficienti per escludere patologie acute/croniche di carattere infettivo; pertanto esprimo valutazione di non idoneità medico sanitaria del paziente alla vita in comunità ristretta».

Addirittura, nei confronti di un tunisino «attestò l’esistenza di disturbi psichiatrici nonché di patologie non accertate, ma dichiarate dal paziente (tramite un interprete informale) quale diabete mellito in terapia e correlata neuropatia», si legge nell’ordinanza del gip di applicazione di misure interdittive, e per questo firmò un certificato di inidoneità al Cpr.

Le falsità ideologiche sugli immigrati

La prassi si ripeteva, con disinvoltura. Nel settembre di un anno fa, visitando un senegalese, «pur dando atto dei risultati negativi di analisi, rx torace e visita psichiatrica, ritenne “nell’ambito di una valutazione complessiva e dell’esito clinico dell’accertamento” di esprimere, “in scienza e coscienza” giudizio di non idoneità del paziente alla convivenza in comunità ristretta».

Ricorreva, la dottoressa Vanino, all’espressione «in scienza e coscienza», anche dopo visite della durata di 5 minuti o dopo aver formulato una valutazione «totalmente svincolata da qualsiasi parametro tecnico scientifico certo», in seguito alle quali emetteva certificazione «ideologicamente falsa», scrive il gip. A volte era falsa «solamente per l’atteggiamento di contestazione assunto dal medico nei confronti del sistema di associazione degli stranieri irregolari ai Cpr».

Sempre da un’intercettazione ambientale nell’ambulatorio dove un migrante fu scartato per presunta scabbia, ma «il ricovero per un’infezione da scabbia non risulta in alcun modo comprovato», rileva il giudice, la Vanino aveva reagito all’esito della visita psichiatrica che non aveva rivelato alcuna malattia a carico dell’irregolare, impegnandosi a visitarlo «in modo da “aiutarlo”, considerato che lo stesso aveva manifestato allo psicologo la volontà di rimanere in Italia».

Il filo conduttore dell’inchiesta: Lgbt, pro-Pal, flotilla

Non solo, nell’ambito del gruppo Whatsapp intitolato «Giovani e romagnoli», «la dottoressa Vanino, dopo avere contestato il provvedimento assunto dalla direzione sanitaria in merito alle modalità operative per la valutazione delle condizioni di salute per l’ingresso e la permanenza di uno straniero nei Cpr, affermò espressamente che «il modo per esprimere il dissenso è la non idoneità».

Procedura condivisa dalla collega Laura Brigidi, 41 anni, medico a Forlì-Cesena, che nel settembre 2025 aveva aderito all’iniziativa «Missione volontari operatori sanitari per Gaza e Palestina», la cosiddetta Flotilla sanitaria. Nell’ottobre 2024, visitando un gambiano, aveva riscontrato un versamento articolare al ginocchio destro e «in scienza e coscienza», aveva espresso valutazione di non idoneità.

È un’infettivologa, non ha la specializzazione in ortopedia, si legge nell’ordinanza, e nemmeno aveva richiesto ecografie, radiografie, Tac a supporto della sua attestazione di patologia ortopedica. Con quale serietà lavoravano questi medici?

Come i medici anti Cpr hanno manipolato l’informazione

Il dottor Gabriele Fabbri, 43 anni, attivo nelle iniziative dell’Arcigay Ravenna attraverso il Centro antidiscriminazioni Lgbti+, Ausl della Romagna e il dipartimento di Malattie infettive dell’Ospedale di Ravenna, si appellò all’articolo 32 del codice di deontologia medica sui «Doveri del medico nei confronti dei soggetti fragili» per osteggiare i trasferimenti nei Cpr.

Dichiarò che i centri sono connotati «dall’assenza di adeguate misure di prevenzione e cura di patologie e altre condizioni psicofisiche ostative alla vita in comunità ristretta». Doveva supportare un certificato di inidoneità a favore di un bengalese, che dagli esami del sangue e dalle radiografie non aveva patologie infettive/batteriche. Valutazione che venne ritenuta «falsa».

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