Lo sciopero minacciato, che avrebbe dovuto bloccare Venezia per di più a pochi giorni dal Festival del Cinema, non c’è stato. Fincantieri continua a lavorare, alberghi e ristoranti non si sono fermati. Neppure le bancarelle che vendono souvenir sulla Riva degli Schiavoni. E Prince Howlader, presidente di Giovani per l’umanità, dopo avere evocato per giorni la forza dei lavoratori bengalesi per ottenere la maxi moschea di Mestre, cambia registro.
«Non vogliamo bloccare tutto ma se serve siamo pronti a manifestare», spiegava ieri in un’intervista alla Nuova Venezia. «Che interessi avremmo a bloccare la città? Meglio il dialogo che la guerra. Non siamo così sciocchi». Eppure era stato proprio Howlader ad annunciare che, senza il via libera alla moschea di via Giustizia, si sarebbero potuti fermare Fincantieri e pezzi importanti del turismo veneziano. Ora aggiunge: «Cerchiamo il dialogo per trovare un posto dove pregare». Il blocco della città potrebbe diventare (il condizionale è d’obbligo) così una manifestazione, forse silenziosa davanti al municipio. «Non è un ricatto», assicura.
È la retromarcia che conferma un flop annunciato. Del resto, persino alla Fincantieri di Marghera, dove una parte importante dell’indotto è bengalese, non c’è stata un mobilitazione compatta. Dai cancelli è arrivata freddezza, mentre i sindacati hanno fatto capire di non voler trasformare una rivendicazione religiosa in una vertenza di fabbrica.
Il sindaco Simone Venturini coglie proprio questa spaccatura. «Tra i bengalesi tanti non vogliono lo sciopero», diceva ieri al Corriere del Veneto, e apre al confronto sui luoghi di culto, ma non sul progetto «faraonico» di via Giustizia. La strada indicata dal Comune è un’altra: spazi sostenibili e distribuiti sul territorio.
Lo stesso Howlader riconosce adesso che «spazi piccoli e attrezzati servono». Se è così, la scelta non è più tra maxi moschea e impossibilità di pregare. Esiste una terza strada: rendere regolari i luoghi che già esistono.
A Mestre e Marghera i musulmani pregano già in diversi centri. L’esempio più evidente è via Linghindal, laterale di via Torino, dove venerdì centinaia di fedeli hanno partecipato alla preghiera. Qui ha sede l’associazione culturale La pace. Su parte del complesso grava un’ordinanza che impone il ripristino della precedente destinazione commerciale.
La comunità, inoltre, non parla con una voce sola. Sempre ieri Rhitu Miah, ex candidata alle amministrative per il Pd, al Tg3 ha definito la minaccia di sciopero di Howlader «un ricatto», ma ha attaccato allo stesso tempo anche il sindaco chiedendo un incontro. Nei giorni scorsi aveva già ribadito che via Giustizia «non è per tutti» e che molti musulmani hanno già i propri punti di riferimento.
Va anche ricordato che Howlader, fino a pochi mesi fa, era considerato vicino a Fratelli d’Italia. Dopo essere stato escluso dai candidati, proprio sulla questione moschea, salutò comunque la vittoria di Venturini con parole ben diverse dalle attuali: «Mi fa piacere che abbia vinto, se lo merita». Tre mesi dopo è diventato il suo principale antagonista.
Resta poi il rebus di via Giustizia. Howlader prova a ridimensionarne l’immagine: alla preghiera, sostiene, sarebbero destinati 1.000 metri quadrati e il resto ad attività culturali e sociali. Ma l’operazione riguarda circa 8.000 metri quadrati dell’ex segheria Rosso e viene associata a un investimento tra 10 e 15 milioni di euro, con stime fino a 20 milioni. Senza una variante urbanistica la moschea non si può fare e Venturini ribadisce che non esiste alcun atto ufficiale che autorizzi il progetto.
Poi c’è il tema economico. dei soldi. Giovani per l’umanità ha promosso la raccolta per la «Grande moschea di Venezia». Nel marzo 2025 Howlader parlava di appena 50.000 euro raccolti e della necessità di cercare risorse anche in Bangladesh.
Da 50.000 euro a un progetto da 10, 15 o 20 milioni la distanza è enorme. E manca ancora una rendicontazione pubblica che chiarisca chi siano i principali donatori e se esistano finanziamenti dall’estero.
A questo si aggiunge il lato oscuro già raccontato dalla Verità: ogni anno da Venezia partono verso il Bangladesh circa 80 milioni di euro e, nei quattro trimestri chiusi a marzo 2026, il Paese ha assorbito il 19,5% delle rimesse dall’Italia. La Finanza ha contestato trasferimenti oltre i limiti a circa 450 bengalesi, su una platea potenziale di 2.000. Mentre nei subappalti dei cantieri sono emersi casi di caporalato, paghe da 5 euro l’ora e quasi 2.000 irregolari: una faida legata anche a un ammanco di 120.000 euro in un money transfer ha provocato un morto.
Il caso Mestre è ormai nazionale: la Lega prepara pubblicità dei bilanci e controlli sui finanziamenti dall’estero. Intanto restano le contraddizioni. Howlader prima evoca lo sciopero, poi domanda quale interesse avrebbe a bloccare Venezia. Prima concentra la battaglia sulla maxi moschea, poi ammette che servono «spazi piccoli e attrezzati». Tre mesi fa elogiava Venturini, poi lo ha sfidato. Ora fa marcia indietro.
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