L’aborto non è un diritto. Lo diceva pure Berlinguer
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Affermare in una trasmissione tv un’ovvietà, come il fatto che l’aborto non sia un diritto umano ma una tragedia personale, è diventato rivoluzionario. Anzi, eversivo. Lo ha constatato ancora una volta chi scrive martedì, a 4 di sera, Mediaset, invitato per parlare del programma del generale Roberto Vannacci.

Ho detto, come sempre, quello che penso: che in quella montagna di pagine (troppe, onestamente) ci sono molte provocazioni, alcune proposte inaccettabili ma anche cose perfettamente normali e condivisibili, tra le quali, appunto, l’enunciazione di principio che l’aborto non è un diritto. Sconcerto in studio. La conduttrice, la brava Sabrina Scampini, rimane sbalordita e, assieme agli altri ospiti, manifesta il suo indignato dissenso. Le voci si accavallano. Allora tiro fuori un foglio e leggo loro quello che pensava sull’argomento non il pericoloso fascista Vannacci, ma il segretario del Pci, Enrico Berlinguer: «Anzitutto deve essere chiaro a noi stessi e agli altri che noi, in quanto fautori della legge 194 e anche in quanto comunisti, non difendiamo l’aborto, non lottiamo per la libertà di abortire, non riteniamo l’aborto una conquista civile, né tantomeno un fatto positivo. Così come la legge non approva, né favorisce in alcun modo l’aborto, così come le donne che hanno lottato per la fondazione di questa legge, e la società, lo Stato che tale legge hanno promulgato, non promuovono, né accettano, né approvano l’aborto». Lo sconcerto si tramuta in panico. Pierfrancesco Majorino non riesce a replicarmi di meglio che «si sciacqui la bocca prima di parlare di Berlinguer». I sinceri democratici del Pd, sempre pronti a dire agli altri che cosa possono o non possono dire e come devono farlo. Peccato che io non parlassi «di» Berlinguer, ma citassi sue precise e inequivocabili parole sulla legge che regola l’interruzione di gravidanza in Italia. Chissà che cosa sarebbe successo se mi avessero lasciato citare anche Pier Paolo Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto, perché la considero una legalizzazione dell’omicidio») o il venerato maestro Norberto Bobbio, che difendeva «il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. È lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione dell’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto». Diritto del bambino a nascere, non della donna ad abortire. In studio sarebbero svenuti, suppongo.

Ci si chiede come siamo arrivati a questo punto. L’interruzione di gravidanza altro non è che la soppressione di un essere vivente che comincia a svilupparsi. Quindi è un trauma, una tragedia per il feto ma anche per la madre costretta, presumibilmente per gravi ragioni, a rinunciare a metterlo al mondo. E a confrontarsi con l’immenso dolore che questo gesto inevitabilmente le procurerà. Come si può considerare un «diritto» una cosa del genere? È in realtà una terribile sconfitta per la mamma e per il bambino. Una tragedia, appunto. A volte magari comprensibile, in circostanze eccezionali addirittura necessaria, ma sempre una tragedia.

Del resto, la stessa legge 194 è nata per evitare l’aborto illegale e, in tutta la sua prima parte, anche quello legale. Il problema è che chi l’ha messa su un piedistallo come un idolo probabilmente non l’ha nemmeno letta. Articolo 1: «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite».

Più chiaro di così: nessun diritto all’aborto ma, anzi, l’aborto come ultima ratio. Basterebbe leggere. Invece siamo nel pieno svolgimento della profezia di Chesterton: «Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate». Anche in uno studio televisivo.

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