Mister TgLa7: «La destra vince perché è il presente»
Giorgia Meloni (Ansa)

Giorni e giorni di discussione sul politicamente corretto, il woke, le diseguaglianze. Giuseppe Conte che risponde a prestigiosi filosofi, esponenti del Pd che compongono elevati ragionamenti. E ancora salotti delle idee, pamphlet pensosi, editoriali gravidi di significato.

Poi nel tardo pomeriggio del 17 agosto, a Cortina, arriva Enrico Mentana e fa piazza pulita di ogni discorso, emettendo una sentenza lapidaria: «La sinistra ha perso ogni bussola di futuro. Vale per tutte le forze politiche. Che cosa ci propongono per il futuro? Quali riforme? Nessuna. Ma allora perché vince la destra? Perché la destra è il luogo del presente, delle pulsioni del presente. Sicurezza, patriottismo, sovranismo, no agli immigrati irregolari».

Set, partita, incontro. Al festival Una montagna di libri il direttore del Tg di La7 non parla ovviamente da sostenitore di Giorgia Meloni o da fan di Roberto Vannacci. La destra – italiana ed europea – con tutta evidenza non è la sua tazza di tè, e non da oggi. Però Mentana ha le idee chiare, e non dovendo gestire un partito può permettersi di scodellare analisi spietate, che fanno più male perché sono quelle di un amico. Il tema del dibattito sono i conflitti globali, e Mentana ripete quel che spesso dice. Appare favorevole al sostegno all’Ucraina e critica le uscite pacifiste di Conte, è morbido con Netanyahu e Israele.

Si colloca insomma nell’orizzonte della sinistra riformista che oggi, nel campo largo, appare soverchiata da i ritorni di fiamma barricaderi di certo Pd, di Avs e dei 5 stelle. In ogni caso, trattasi sempre del direttore e volto simbolo di La7, una emittente che – parole pronunciate con un filo di amara consapevolezza dallo stesso Mentana a giugno – è «anti Meloni, è la nuova Rai 3». Trattasi del giornalista che ha fatto la fortuna del suo telegiornale, ormai un’era fa, caratterizzandolo in chiave antiberlusconiana, proponendolo come una sorta di succursale video di Repubblica e Fatto. Insomma, non siamo in presenza di un passante, ma di qualcuno che il pubblico di sinistra lo conosce bene, anche perché quest’ultimo ha decretato i suoi più recenti successi.

Ecco allora che le sue parole di certo non sono vangelo, ma rimangono indubitabilmente riflessioni informate, consapevoli e probabilmente anche interessate. Mentana spiega che la sinistra, negli ultimi tempi, si è qualificata come una forza di establishment. Ripete che «la deriva» destrorsa spaventa gli intellettuali ma non i ceti popolari. Azzarda qualche dolorosa considerazione sul caso Ranucci, di fatto irridendo le ipotesi di complottone nero ai danni del conduttore di Report: «Non ci credo che uno ti è amico per sette anni e al settimo decide di agire per farti perdere la conduzione di Report».

Poi Enrico fa calare la mannaia: «Qual è la funzione del Partito democratico? Qual è la funzione del Movimento 5 stelle? Qual è la funzione di Alleanza Verdi-Sinistra? Che cosa vogliono fare? Cosa vogliono fare per l’Italia del 2040? Il rapporto tra Nord e Sud, la lotta contro la denatalità… Tutte queste cose. Non hanno mai discusso di tutto questo, non si sa quale sia la linea di questi partiti su nulla. Sull’immigrazione, che è il tema dei temi su cui tutte le destre vincono, da Trump fino al resto del mondo: qual è la linea? Non c’è una linea, li dobbiamo accettare o respingere? E se li dobbiamo accettare dove li teniamo? Come li teniamo? Che percorso gli diamo? E se li respingiamo dove li mandiamo? Niente, non c’è niente. E non da oggi». Non che non ci fossimo arrivati pure noi, a tali conclusioni. Ma sentirle espresse da Mentana, con quel tono d’acciaio, fa un’altra impressione. Anche perché sono frasi pronunciate da chi non vuole certo accreditarsi tardivamente presso il governo meloniano.

Del resto Mentana, stia simpatico o meno, non è uno noto per non dire ciò che pensa. E anche se spesso non condividiamo le sue idee, dobbiamo senza dubbio dargli atto di non avere remore a mitragliare questo o quell’altro quando qualcosa non gli torna. Cosa che lo ha reso indigesto a più di uno, negli anni. Ieri c’era chi suggeriva che Mentana stesse costruendosi la fuoriuscita da La7, che lui un’idea di futuro ce l’avrebbe, e chiara. Ma sono speculazioni. Il motivo per cui le sue parole hanno fatto scalpore e sono state riprese dai giornali è – semplicemente – che sono vere. Il direttore del Tg di La7 – che ha i gradi per farlo – ha dipinto la realtà dell’opposizione per quella che è: forze politiche che cercano disperatamente un leader che le guidi alle elezioni ma che non hanno una visione del mondo da esprimere. Sono divise, confuse, unite soltanto dall’astio per la destra trionfante. Ma al di là di qualche uscita sui presunti diritti civili o «riproduttivi», come si dice ipocritamente ora, sono prive di mattoni per costruire una solida impalcatura ideale. E questo, per i progressisti, è il problema dei problemi, taciuto da tutti. E come si risolve, questo problema? Per quanto ci riguarda, è abbastanza semplice: basta che la sinistra non vinca, così che i guai dei progressisti non divengano pure i nostri.

Da non perdere