La sinistra scarica Ranucci: «Complottista»
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)

Si fa dura per Sigfrido Ranucci. Da una parte c’è l’amico Valter Lavitola, che per troppo amore gli fa mettere una bombetta sotto casa. E vabbè, schermaglie di cuore.

Dall’altra parte, però, ci sono altri amici e colleghi che sono tenuti a difenderlo – un po’ per vicinanza politica, un po’ perché mica si può dare ragione alla destra – ma che cominciano seriamente a scocciarsi e non hanno gran voglia di farsi trascinare in imbarazzanti pantani. Qualcuno di questi amici, a dirla tutta, si è irritato piuttosto vistosamente e ha deciso di farlo sapere al mondo in maniera sufficientemente clamorosa.

A rendere la situazione più grave c’è il fatto che le prese di distanza giungono proprio mentre Ranucci assume con più vigore la postura della vittima, mentre grida di essere ostracizzato, travolto da macchinazioni assurde, bersagliato da forze oscure della reazione. Ebbene, intanto che il conduttore di Report si sbraccia e si affanna a esibire stimmate per lo più immaginarie, ecco che dalla prima pagina di Repubblica gli giunge una mazzata. E delle più violente.

Scrive infatti Massimo Adinolfi che sul caso Ranucci «serve un limite al complottismo». Il sommario dell’articolo è adamantino: «Che necessità c’è di scomodare ipotesi complottiste internazionali, e di tirare in ballo Donald Trump e Steve Bannon, Jeff Bezos e Peter Thiel e i maneggi della destra israeliana e le reminiscenze della loggia P2?». Come dare torto alla firma di Repubblica? Da giorni sostieniamo che, alla luce dei fatti e delle dichiarazioni dei vari personaggi coinvolti, sia un filino grottesco scomodare oscure trame e complottoni.

Non per nulla, Repubblica affonda il colpo. «Ovviamente, Ranucci ha tutto il diritto di farsi un’opinione, e anche quello di considerarsi vittima non delle smodate ambizioni di un amico disinvolto, ma di un losco e vasto disegno che coinvolge i giornali della destra e i social manovrati dalla destra Usa e da Netanyahu», scrive Massimo Adinolfi.

Che poi aggiunge, spietato: «Ma che necessità c’è di scomodare ipotesi complottiste internazionali, e di tirare in ballo Donald Trump e Steve Bannon, Jeff Bezos e Peter Thiel e i maneggi della destra israeliana e le reminiscenze della loggia P2? In questi termini, anche il mio vicino di ombrellone che prova a curiosare mentre scrivo queste righe potrebbe essere la longa manus di chissà quale onnipervasivo potere globale. Quello che spiega tutto, difficilmente spiega qualcosa. Anzi: in genere non spiega un bel nulla».

La chiusa dell’editoriale è a colpi di ascia. Il fatto che la destra non ami Report, insiste Adinolfi, «ci autorizza a tirare in ballo vecchi fantasmi italiani (Gelli) e nuovi incubi contemporanei (Trump), tutti insieme appassionatamente? Anche meno, direi. Mentre, su Lavitola, anche qualcosa in più. Ranucci ne parla ora come di un “caso psichiatrico”. Ma è strano che di un suo amico fraterno, con cui aveva strette consuetudini, si accorga solo ora che con la testa non deve star benissimo. È possibile; ma fa strano che su quello di cui non sappiamo nulla e che è più lontano – mandanti di mandanti e altre cospirazioni – Ranucci creda di poter dire di tutto, mentre di quello che è più vicino e almeno in parte accertato non ci dica praticamente nulla. C’è una bilancia della giustizia, e ancora non sappiamo da quale parte penderà. Ma c’è pure una bilancia delle parole, a cui occorrerebbe dare il giusto peso».

Così Repubblica colpisce e affonda l’amico Sig. E, di nuovo, è difficile trovare qualcosa di sbagliato nell’articolo. Quell’invito – «Ranucci, anche meno» – è condivisibile.

Occhio però. È facile ora, per i progressisti, scaricare il vecchio Sig mentre la sua stella si appanna. Certo l’uomo è di molte e un po’ gonfiate ambizioni, e certo i panni del martire gli vanno un po’ stretti. Ma non ha fatto tutto da solo. Se si è convinto di stare tre metri sopra il cielo è anche perché a elevarlo ci ha pensato la sinistra italica quasi al completo.

Quanto ai complottisti allucinati, alle trame oscure e sconclusionate, alle dietrologie raffazzonate, beh, Repubblica ne ha offerta negli anni una splendida collezione, raggiungendo soprattutto ai tempi di Berlusconi vette innevate e mai violate dall’uomo (ricordiamo i balzachiani commenti sulla presunta «struttura Delta» allestita ad Arcore).

Sui martiri immaginari e le oppressioni fantasmagoriche i progressisti italici hanno costruito negli anni intere cosmogonie. Troppo facile, ora, irridere chi batte lo stesso sentiero. Troppo ipocrita scaricare il complottista un tempo sodale perché divenuto imbarazzante. Ma troppo scontata, anche, questa esibita ingratitudine verso il guru di Report: in fondo, se qualcosa ci ha insegnato questa vicenda triste, è che nessun ordigno è più temibile dell’amicizia interessata.

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