La Procura di Pavia mette le carte in tavola per quanto riguarda l’inchiesta bis sul delitto di Garlasco e, oltre che su Andrea Sempio, già un anno e mezzo fa individuato come il vero probabile assassino di Chiara Poggi, punta il dito su chi aveva condotto la prima inchiesta.
L’esplosione della «bomba» dell’avviso di chiusura indagini investe direttamente i celebri Ris di Parma, corpo scelto dei carabinieri, e il loro comandante dell’epoca, il mediaticissimo generale Luciano Garofano, che saltabecca da mesi da una trasmissione tv all’altra per sostenere la correttezza del suo operato e, soprattutto, la colpevolezza di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio.
Garofano e i Ris, il giallo della traccia sui pedali
Una delle «prove» a carico del fidanzato di Chiara, infatti, non sarebbe tale: il dna della vittima sui pedali della bicicletta di Alberto non ci sarebbe stato, sarebbe un abbaglio.
Ma c’è di più: come spiega in questa pagina François de Tonquédec, secondo i pm guidati da Fabio Napoleone, Garofano e i suoi uomini sapevano che quella traccia era fasulla fin da subito, cioè dal 2007, grazie a controprove di laboratorio che però avrebbero tenuto accuratamente occultate ai giudici e all’opinione pubblica.
Vedremo a processo se le cose sono andate realmente così e se davvero funzionari dello Stato hanno scientemente operato per depistare le indagini. L’ipotesi è davvero inquietante ma, appunto, è un’ipotesi, per quanto autorevole possa essere la fonte.
Stasi, due assoluzioni prima della condanna definitiva
Quello che si può già dire, però, è che non era affatto necessario attendere questo colpo di scena per sospettare di aver condannato un innocente.
Alberto Stasi, infatti, era stato assolto sia in primo grado che in appello.
Senza arma né movente: gli indizi contro Alberto Stasi
Fu la Corte di cassazione ad annullare le sentenze e a pretendere un ulteriore giudizio di secondo grado, in capo al quale «il biondino dagli occhi di ghiaccio» fu condannato, senza peraltro che fosse mai stata trovata l’arma del delitto, né un movente, né, tanto meno, quella che si definisce la «pistola fumante», la prova definitiva.
Insomma fu condannato per indizi (labili), forse per atteggiamenti. Fu condannato al di qua di ogni ragionevole dubbio.
Il dubbio sulla condanna resta dopo quasi 20 anni
Quel dubbio nutrito invece da ben due Corti di giudici e che da solo, in un Paese civile, avrebbe dovuto tenerlo lontano dal carcere.
Non è stato così perché si voleva un colpevole a tutti i costi, malgrado indagini fatte male non consentissero di avere certezze. E Chiara, a distanza di quasi 20 anni, non ha ancora giustizia.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >