Ci devono aver pensato a lungo a Repubblica: chi è che conosce bene il problema delle scuole ghetto? Chi è che è cresciuto nei quartieri di periferia ad alta concentrazione di immigrati? Chi è che ha frequentato quelle classi malandate dove ci sono solo due alunni su 25 che parlano l’italiano? Alla fine, per fortuna, hanno trovato l’idea giusta. E così ieri, a tutta pagina, è uscita l’intervista a John Elkann detto Jaki, il rampollo di casa Fiat, nipotino prediletto di Gianni Agnelli.
Titolo: «L’integrazione si costruisce tra i banchi». In effetti Jaki conosce bene questo problema perché ha dovuto faticare duro per emergere, si è costruito tutto da solo, lottando in trincea, nelle zone più disagiate, da Saint Moritz a Villar Perosa.
E infatti già nella prima riga dell’intervista tira fuori il consiglio giusto: «La conoscenza è il primo investimento sul futuro». Come dargli torto? Peccato solo che non tutti possano avere, come lui, la conoscenza in casa, sotto forma di nonno Avvocato.
Beh, che ci volete fare? Ognuno si fa strada con le conoscenze che ha. E Jaki ne ha sempre avute molte. Magari, ecco, non avrà conosciuto proprio le scuole di Pioltello e Monfalcone, forse non ha dovuto dividere il banco con gli immigrati di Mestre e Torpignattara, però insomma anche negli attici di New York e nelle scuole di Parigi certi problemi si vivono in modo drammatico.
Lo si capisce quando Elkann rivela il duro lavoro compiuto, tramite la Fondazione Agnelli, in una scuola dell’infanzia di Torino con bambini, di 50 nazionalità diverse: «Abbiamo lavorato con la musica: suonare insieme permette loro di entrare in relazione anche quando non condividono la lingua». Una versione moderna di Maria Antonietta, in pratica: da «Se non hanno pane, dategli brioche» a «se non hanno il dizionario, dategli il clavicembalo».
Per la verità il comitato di redazione di Repubblica non ha preso molto bene l’intervista all’ex editore. L’ha giudicata «inopportuna» e «controproducente», ha definito Elkann «un miliardario che delocalizza le fabbriche e al contempo parla di scuola pubblica» e ha chiesto, piuttosto, delucidazioni «sulla dismissione del gruppo Stellantis in primis, sulla demolizione scientifica del gruppo editoriale Gedi, sulle poco edificanti vicende giudiziarie che lo vedono coinvolto».
Ma si tratta dei soliti giornalisti invidiosi che, sicuramente, non sono mai finiti immortalati con maglioncino a fiori fluo e scarpe rosa shocking sulla copertina di Chi e sicuramente non sono mai andati in elicottero a vedere un concerto di Andrea Bocelli in Versilia.
Invece Jaki l’ha fatto. Ed è per questo che conosce bene la situazione delle scuole ghetto di Baranzate. Potrebbe dare persino lezione a chi insegna lì, se solo qualcuno gli spiegasse che a Baranzate non si arriva con lo yacht.
Per il resto il nipote prediletto dell’Avvocato ha le idee chiarissime. Ovviamente nell’intervista cita Sergio Mattarella (come non farlo?), annuncia i progetti della Ferrari nella scuola (speriamo non assomiglino a quelli in pista) e poi elabora uno di quei pensieri profondi per cui è assai noto: «La scuola prepara il futuro», dice (e chi l’avrebbe immaginato?).
E poi aggiunge che bisogna «tessere insieme conoscenza e creatività, cultura e dialogo tra le persone». Se poi si tesse anche l’eredità del nonno è meglio, s’intende, anche se, a essere onesti, la ricetta di Jaki non sembra funzionare alla perfezione, almeno per quanto riguarda il «dialogo tra le persone». Per informazioni citofonare mamma Margherita.
Comunque bisogna apprezzare lo sforzo del presidente di Stellantis. Si è messo pure in posa per la foto con due bambini che giocano con le costruzioni.
E lui di costruzioni se ne intende: i magistrati sospettano che avesse costruito anche un vademecum della frode per evadere il fisco sull’eredità ricevuta, insieme ai due fratelli Lapo e Ginevra, da nonna Marella, circa 170 milioni di euro fra quadri (Monet, Picasso, De Chirico…) e gioielli di valore, compreso un paio di orecchini che da soli valgono 78 milioni di euro.
È chiaro che uno che s’è fatto un’esperienza del genere è la persona più indicata per suggerire la via dell’integrazione scolastica nei quartieri di periferia. Ha le competenze giuste. Infatti conclude l’intervista con un’altra frase memorabile in cui auspica che a scuola insegnino lo «spirito critico». Evidentemente ne sente le mancanza: ne avesse avuto un po’, infatti, col cavolo che avrebbe fatto un’intervista così.
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