La sinistra progressista ha perso, la destra conservatrice non ha vinto. Ha ragione Alain de Benoist a riassumere così l’esito della presunta «guerra culturale».
Mi pare impeccabile la sintesi che fa il pensatore francese in uno scritto apparso su Diorama letterario di questo mese, in cui riprende anche la polemica che ebbi lo scorso inverno col governo Meloni e i suoi emissari.
Dice de Benoist e io sottoscrivo, anche perché lo scrivo da tempo: «L’avversario non è stato battuto, è crollato da solo. Ma non per questo ha perso il potere. Gli intellettuali della classe dominante non hanno più niente da dire, si accontentano di ripetere gli stessi mantra, ma sono sempre loro a dare il tono. Il progressismo è morto, la teoria del genere e il wokismo ne sono solo le auto di scorta, ma sono sempre al centro dell’attenzione. I rari focolai intellettuali non hanno più alcuna presa sugli eventi. I grandi autori, i “maîtres à penser della gioventù” che un tempo facevano autorità sono morti senza essere sostituiti. Restano qua e là un certo numero di talenti, che però continuano a essere ostracizzati, confinati ai margini».
Aggiunge poi che tutte le forze politiche sono nello stadio della decomposizione e nessuno contesta seriamente il controllo dell’ideologia dominante sul mondo della cultura e aggiungerei sulla mentalità prevalente, chiamata mainstream.
Poi il teorico di quella che un tempo fu definita la Nouvelle Droite si sofferma sul fallimento dell’onda populista e sulla sua deriva liberal-conservatrice, che in realtà è una furba adesione al potere sovrastante e ai suoi canoni: in cambio conserva la permanenza al potere.
De Benoist ritiene che si possa uscire dal sistema adottando una posizione di rottura con un programma rivoluzionario e conservatore al tempo stesso ma non cita esempi al riguardo. Condivido anche la soluzione, come sa chi mi legge da tempo; ma la condivido ormai solo in teoria, sul piano dei principi e delle raccomandazioni, del dover essere, senza alcuna fiducia nella sua realizzazione pratica (e da parte di chi, poi?).
E allora cosa resta? Restano i pensieri, la cultura, i grandi temi e i grandi autori, e dall’altra parte resta la vita, la realtà, il mondo naturale e soprannaturale, le persone, le famiglie. Nel mezzo non c’è più la politica né la cultura politica, se non come esercizio astratto o metapolitico, senza sbocchi pratici, almeno immediati. Un pensiero che, volente o nolente, si fa impolitico, esistenziale, non legato a nessun carro allegorico, a destra e manca. Questioni di busti, toponimi, chiacchiere e distintivi. Non dimentichiamo poi che dire destra nel mondo oggi significa dire Trump e Netanyahu…E dire sinistra significa non dire nulla sul piano politico.
A fotografare la realtà possiamo anzi concludere che non è in corso né è avvenuta alcuna guerra culturale tra due schieramenti opposti: da una parte c’è un’ideologia dominante o strisciante che deriva dalla vecchia sinistra, che si è ibridata con il capitalismo e con l’ecologismo, e si aggrappa al femminismo e al migrazionismo, lontana ormai dai temi sociali e popolari, più vicina al radicalismo dei diritti civili, del gender e del mondialismo applicato ai popoli come ai mercati. Si fa verde per non apparire rossa, e si fa antifascista perché non è più socialista e non fa i conti col comunismo. Ad essa si oppone la realtà, il comune sentire derivato dall’esperienza, dalla storia, dalla vita. Più qualche isolato pensatore controcorrente, oltre l’orizzonte asfittico del presente globale.
Ma non c’è nessuna battaglia culturale in corso e nessun conflitto di idee tra versanti contrapposti; non c’è nessuna conversione politica di quei temi culturali né l’inverso, alcuna conversione culturale dei temi politici. Da una parte c’è il conflitto tra ideologia e realtà, dall’altra c’è la contesa elettorale e propagandistica tra gruppi politici, che sui grandi temi di fondo – le macro-linee economiche e gli scenari di politica estera – sono dalla stessa parte, anche se si sforzano di usare parole diverse. Bisticciano o fingono di bisticciare solo su alcune rappresentazioni pop di quelle vecchie carcasse che un tempo erano la sinistra e la destra, i progressisti e i conservatori.
Qualcuno obietta: ma se si reagisce così, tirandosi fuori dalla presunta contesa, poi vincono quelli; non è vero ma in ogni caso qual è la differenza, cosa cambia davvero? Nulla è cambiato in questi anni, nonostante i passaggi di governo di destra e centrodestra, di sinistra e centrosinistra, populisti, tecnocratici, consociativi e via menando di qua di là. Si indichi una sola, vera, grande riforma rivoluzionaria e/o conservatrice, per restare a de Benoist… In economia e in politica estera destra e sinistra orbitano nella stessa Dragosfera. C’è chi si accontenta della chiacchiera di destra contro la chiacchiera di sinistra, così ha l’illusione di farne parte e di battersi contro. Altri, invece, ne sono infastiditi, tanto sono false e ininfluenti sulla realtà.
I cambiamenti vengono dalla tecnologia, dal mercato e dalle loro interazioni di potere, oltre che dai mutamenti internazionali ma la politica non è al centro o dentro questi processi, ma di lato, ai margini, affannosamente dietro, a inseguire l’apparenza di quei fenomeni e raccontare novelle per abbindolare la gente. E non c’è una cultura politica a fianco o alle spalle. Che tracce hanno lasciato o lasceranno? Il Nulla, nada de nada. Tantomeno sul piano dei valori. Non trionfa la democrazia e nemmeno la tirannide, solo una specie di mediocrissima governance, dove l’unico metro è la durata, breve o lunga. Peggiorò solo con le restrizioni del lockdown al tempo del Covid; per il resto siamo tra montagne di parole e briciole di fatti, tanti proclami e nessuna svolta, non ci sono stati tonfi o risalite ma una staticità refrattaria a ogni cambiamento, ogni riforma. Li abbiamo provati tutti, ormai.
Allora perché partecipare ancora allo stupido giochino di «noi e loro», destra e di sinistra, buoni e cattivi, se non cambia nulla nella realtà? Perché preoccuparsi di mantenere al potere quelli anziché quegli altri? Sono solo fatti loro, perciò se la sbrighino loro. Perché parlare di guerra culturale se la cultura ormai non entra nella politica neanche di striscio? Le illusioni del giorno prima sono le delusioni del giorno dopo.
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