Al «Corriere» ora scoprono che l’islam è un problema
Ernesto Galli Della Loggia (Imagoeconomica)

Davvero, professore? Non me lo dica. Davvero il multiculturalismo ha fallito? Davvero quella che è stata «la parola d’ordine degli ultimi decenni» si sta rivelando un boomerang mortale? Davvero gli islamici sono incompatibili con la nostra civiltà? Davvero è impossibile pensare di integrare nel nostro Paese chi continua a professare la sharia, il ripudio e la sottomissione delle donne?

Davvero le corti islamiche e i tribunali paralleli degli imam non possono convivere con la nostra democrazia? Davvero non è integrabile chi ammette il matrimonio degli adulti con bimbe di nove anni? Davvero nelle moschee si insegnano leggi e regole in contrasto con la nostra Costituzione? Davvero gli islamici pensano che quelle leggi e quelle regole debbano diventare leggi dello Stato ed essere imposte a tutti? Davvero, cioè, siamo stati così fessi dal sottovalutare la minaccia di Allah, cioè la minaccia di una religione che ha un progetto politico, e che non è venuta qui per fondersi con la nostra civiltà, ma per sottometterla? Ma guardi un po’, professore. Chi l’avrebbe detto? Fa piacere che ci sia arrivato anche lei, caro Ernesto Galli della Loggia. Noblesse oblige, anche se noblesse ha i suoi tempi. Piuttosto lunghi. Però, com’è che si dice prof?, meglio tardi che mai: siamo stati sinceramente contenti di leggere sulla prima pagina del Corriere della Sera un suo editoriale che poteva essere stato scritto paro paro sulla Verità di dieci anni fa. Un editoriale in cui seppellisce il multiculturalismo, sfotte chi ha creduto che si potesse arrivare all’integrazione via kebab e chi ha cambiato il nome al Natale in «season’s holiday» sperando che così anche i musulmani avrebbero interrotto il loro ramadan con uno spuntino. Un editoriale in cui viene detto che «il multiculturalismo, parola d’ordine degli ultimi decenni, ha fallito» e in cui si chiede retoricamente «l’islam può davvero integrarsi con la cultura radicata nel nostro Paese, a cominciare dalla nostra Costituzione?», facendo seguire un evidente no. Un editoriale sfavillante e meraviglioso, mezzo fallaciano e mezzo vannacciano, che si chiude con un’altra domanda fondamentale. «Perché allora», scrive infatti, «di queste cose non si riesce mai a parlare con la dovuta chiarezza?». Semplice, caro professore: perché chi ne ha parlato finora è stato bollato come razzista, xenofobo e islamofobo. Pure sul suo giornale.

Lei forse non ricorda. Ma noi sì. Noi non dimentichiamo. Non dimentichiamo i processi, le intemerate, le offese, le minacce, gli attacchi che hanno subito tutti coloro che, in questi anni, oserei dire: in questi decenni, hanno sollevato il semplice quesito che lei si pone (alla buon’ora) oggi: l’islam è compatibile con la democrazia occidentale? L’islam vero, intendiamo, non quello sdolcinato delle dichiarazioni ufficiali degli imam, non quello dei salotti Tv, non quello dei sorrisini ispirati alla taqiyya (la menzogna obbligatoria per gli islamici quando si tratta di difendere le verità di fede). L’islam che autorizza «a stabilire una brutale inferiorità delle donne rispetto agli uomini e a comminare orribili pene corporali», come scrive lei. L’islam per cui la laicità dello Stato è «una bestemmia» ed è la «religione a definire la legittimità del potere». Questo islam qui è chiaramente incompatibile con la nostra democrazia e la nostra Costituzione, caro professore. Ma non da oggi. Mi verrebbe da chiederle dove sia stato lei finora. Dove guardava, cosa faceva, mentre ci battevano per liberare le tante Saman d’Italia. Dove guardava cosa faceva mentre raccoglievamo le testimonianze di donne velate e sottomesse. In cosa era occupato mentre le telecamere nascoste di (poche) tv denunciavano l’orrore di ciò che si predica davvero in moschea. Mi chiedo dove è stato mentre svelavamo l’errore di registrare nei nostri comuni i contratti dei matrimoni islamici, con il loro corredo d’orrore. Mi chiedo dove è stato mentre mettevamo in dubbio l’opportunità di portare i bimbi in moschea ad inginocchiarsi verso la Mecca. E quando sollevavamo il problema dei partiti islamici, da Monfalcone a Roma, liste che pretendono di usare la democrazia per conquistare il potere e imporre regole che la democrazia la distruggeranno. Ecco, scusi, professore: lei dov’era?

«Abbiamo preferito non vedere», dice nell’editoriale sul Corriere. Un’ammissione che le fa onore. Così come le fa onore domandarsi (finalmente) se sia davvero nell’interesse del Paese accettare, in nome del multiculturalismo, chi continua a regolarsi secondo i principi religiosi dell’islam. Perché, come spiega bene, l’islam non è solo una religione diversa dal cristianesimo, è soprattutto «un modo diverso di intendere la religione», come fatto che non riguarda solo la coscienza individuale ma che regola i rapporti politici e istituzionali. Tutte riflessioni sacrosante, seppur un po’ tardive, caro professore, che ci lasciano però un altro dubbio: glieli ha spiegati bene questi concetti agli amici della redazione del Corriere? O da oggi in ogni pagina ci ritroveremo come sempre sommersi dalla slavina di multiculturalismo cieco, dall’islamofilia galoppante e dalla sottomissione strisciante, con relativa demonizzazione di chiunque osi opporsi alla deriva? E già che ci siamo glieli ha spiegati, questi concetti, anche a chi ha titolato il suo articolo in prima pagina «Quel difficile incontro tra le culture e le religioni, un dibattito da avviare» che poco si confà alla forza dei suoi argomenti? O meglio che sembra volerli annacquare in un brodino da convegno accademico? Perché vede, sulle colonne del suo quotidiano, c’era chi aveva visto giusto, e anticipato venticinque anni fa le cose che lei dice oggi. Si chiamava Oriana Fallaci. Ma la sua parola è caduta nel vuoto tanto che lei inizia il suo articolo di oggi chiedendosi «e se fosse arrivato il momento di smettere di parlare di multiculturalismo?». Apprezziamo lo sforzo, caro professore. Ma il momento era già arrivato un quarto di secolo fa.

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