I nemici pregiudiziali della maggioranza gialloblù si sono affrettati a liquidare l’incontro come un «nulla di fatto», con tanto di ira del leader leghista (circostanza che alla Verità non risulta). Con realismo, Matteo Salvini ha invece parlato di una «riunione molto utile e dell’inizio di un percorso». Ma forse la verità è ancora più positiva per il governo: dopo le polemiche feroci dei due mesi che hanno preceduto le europee, e dopo altre due settimane necessarie affinché Lega e M5s si riprendessero reciprocamente le misure (e insieme le prendessero al «terzo partito», alla componente tecnica, riconducendola all’esecuzione del programma comune), ieri è davvero iniziata la fase due dell’esecutivo.
Alle 9.20 di ieri, e per tutta la mattina, si è dunque tenuta una lunga riunione: presenti il premier Giuseppe Conte, i vicepremier Salvini e Luigi Di Maio, il ministro Giovanni Tria. Con loro, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, i viceministri Massimo Garavaglia e Laura Castelli, più il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera. Sul tavolo, due dossier: l’interlocuzione con l’Ue sulla procedura minacciata, e le prime riflessioni sulla manovra a partire dall’obiettivo cruciale della flat tax.
Sul primo punto, La Verità è in grado di confermare ciò che ha anticipato da giorni. I numeri con cui l’Italia intende rispondere a Bruxelles sono solidi: il mix tra i risparmi sul reddito di cittadinanza (lo stanziamento era ultra capiente, e a richiederlo è stato quasi 1 milione di cittadini meno del previsto) e le maggiori entrate Iva fisserà il rapporto deficit/Pil al 2,1-2,2%, cioè ben 3 o 4 decimali sotto la previsione di Bruxelles (2,5%). Di più: l’interpretazione (credibile) del governo è che le entrate Iva siano salite grazie alla fatturazione elettronica, il che – piaccia o no – fa ragionevolmente pensare a una possibile maggiore entrata strutturale, destinata cioè a durare nel tempo. Da questo punto di vista, se a Bruxelles si facesse meno politica, basterebbe solo questo dato a fermare il film della procedura e le esibizioni mediatiche anti italiane dei commissari.
Purtroppo però anche ieri il bombardamento Ue è proseguito, per mano del solito Pierre Moscovici, che la scorsa settimana era stato incredibilmente presentato dai giornaloni come un «amico» dell’Italia. E infatti l’amico ci ha recapitato un altro pizzino: «La settimana scorsa ho detto che la mia porta è sempre aperta, e questo non cambia: ma non perdiamo tempo. La palla è ora nel campo italiano». E ancora: «Siamo impegnati ad applicare in modo intelligente le regole di bilancio, ma nessuno deve avere dubbi che le applicheremo se i criteri non saranno rispettati». Insomma, una via di mezzo tra un avvertimento e una minaccia.
Su tutto questo, dopo il vertice, Tria è parso abbottonato: «Discussioni e trattative riservate che vanno avanti», ha laconicamente chiosato. Sull’Ue il ministro ha insistito con le sue formule morbide («compromesso» e «dialogo costruttivo»), ma non ha fatto mancare – ed è una novità che non sarà dispiaciuta a Salvini e Di Maio – una punta polemica verso Bruxelles: «I negoziati con la Commissione Ue sono delle trappole per il Paese» ma anche «per la stessa Commissione». Un modo di far capire che un comportamento provocatorio di un organo in scadenza metterebbe in gioco la residua credibilità di questa Ue davanti all’opinione pubblica, non solo italiana. Tria ha inoltre confermato, per il secondo giorno consecutivo, che «non ci sarà nessuna manovra correttiva effettiva». Conte nel pomeriggio ha poi annunciato che «ho pressoché preparato una bozza di lettera che rivolgerò alle istituzioni europee, che diventerà pubblica, e sarà l’occasione per ribadire come da un lato vogliamo rispettare il patto di stabilità e crescita, ma dall’altro lato non vogliamo rinunciare a offrire un contributo critico alle regole Ue. È il momento di affrontare e aggiornare le regole europee».
E allora veniamo all’altro capitolo, quello della flat tax. Fonti non leghiste insistono sulla richiesta di Tria di «coperture certe». Fonti leghiste accreditano invece «un vertice utile e positivo», prefigurando «gruppi di lavoro e nuovi incontri». Del resto, siamo solo a giugno, e la manovra va presentata a Bruxelles il 15 ottobre e alle Camere il 20 di quel mese: naturale che si sia ancora in fase di impostazione.
Ma La Verità è in grado di spingersi oltre. Il governo, su impulso leghista, è al lavoro per una flat che riguardi i redditi tra i 15.000 e i 55.000 euro, anche accorpando qualcosa oltre quella soglia. Con qualche accorgimento, finirebbe cioè per essere coinvolta la quasi totalità dei contribuenti. Del resto, la Lega già valuta con grande soddisfazione gli esiti del primo step di flat tax (quello della scorsa manovra: per minimi, partite Iva, professionisti), con circa 200.000 nuove partite Iva. Allo stesso modo, c’è grande fiducia per gli esiti del ribasso Ires (dal 24 al 20%), che è stato tecnicamente semplificato nel decreto crescita. Possiamo anticipare altre due mosse. Per un verso, un cambio di configurazione degli 80 euro renziani. Per i percettori non cambierà nulla, ma quei 10 miliardi saranno conteggiati non come maggiore spesa (com’è avvenuto finora), ma come minori tasse, ed è evidente che questo gioverà al bilancio e piacerà ai mercati (che vedranno meno spesa e meno tasse). Per altro verso, sembra esserci davvero l’intenzione di mettere mano alle tax expenditures, quel mare di 170 miliardi di agevolazioni in cui sono intrecciate cose intoccabili e benefici francamente superabili. Vedremo se il governo, diversamente da tutti gli esecutivi precedenti, saprà usare il bisturi, incidendo sul superfluo.
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