L’Europa prepara il nuovo cappio verde: un piano aggressivo per la riforestazione
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Il 20% in più di boschi entro il 2030: la folle proposta dell’Unione viene osteggiata pure dai Paesi del Nord. A rischio l’agricoltura.

«Lo stato d’allarme permanente è un’ottima idea, i sudditi vanno tenuti sul chi vive». Uno dei più celebri motti del dottor Stranamore viene ancora una volta adottato con rigido sussiego dall’Unione europea nell’inventare obiettivi, lanciare ultimatum, tenere sulla corda i sottoposti, che poi saremmo noi. E alla fine mettere loro le mani in tasca. Questa volta al Parlamento si parla di «ecosistemi naturali» e si lancia la deadline del 2030 per raggiungere un traguardo lunare: il 20% in più di foreste. Ovunque, anche in quei Paesi dove oggi la percentuale supera ampiamente il 50% del territorio globale (Finlandia, Svezia, Slovenia, Lettonia, Estonia), ovviamente già sul piede di guerra. Ma Bruxelles non demorde, la decrescita infelice determinata dalla grande truffa green deve andare avanti.

La proposta è stata formalizzata giovedì dal relatore Cesar Luena, parlamentare socialista spagnolo, che all’interno della commissione Ambiente ha il compito di farsi portavoce della legge sul «ripristino degli ecosistemi naturali terrestri e marittimi», il cui approdo in plenaria è previsto per fine anno. Secondo un indirizzo consolidato, il nuovo regolamento ipotizza un aulico ritorno ai tempi di Ivanhoe e delle caravelle, con imposizioni che i Paesi membri saranno costretti a rispettare, pena multe, lettere scarlatte e warning. «Dobbiamo concentrarci sul ripristino della natura con obiettivi giuridicamente vincolanti sui terreni degradati e invertire la perdita di biodiversità», ha spiegato Luena durante una discussione molto accesa in commissione. Poi ha aggiunto: «Il mio obiettivo è quello di trovare un consenso».

Non sarà facile per tre motivi. Il primo è la diffidenza. Dopo aver estorto al mondo dell’Automotive l’abbandono del motore a caldo entro il 2035; dopo aver pianificato l’ingresso sul mercato alimentare delle farine di insetti (con particolare attenzione a quella di grillo domestico); dopo aver minacciato di far crollare il mercato immobiliare con la legge sulle abitazioni energivore, ecco l’ennesimo siluro. Questo è destinato a filare dritto verso le terga degli agricoltori, obiettivi di un provvedimento che intende recuperare ettari di foreste proprio da loro. Il secondo motivo di scetticismo è il costo: 100 miliardi di euro di budget. Un investimento enorme (in ogni caso denari dei contribuenti), che peraltro viene ritenuto insufficiente per ripristinare la natura in agricoltura, oceani e aree urbane. Il terzo è la solita tempistica da terrorismo sociale con mancanza di flessibilità: il 2030 è domani mattina.

Gli eccessi del fanatismo green imperante a Bruxelles cominciano ad avere effetti collaterali sulle delegazioni più razionali. Già in dicembre i 27 ministri dell’Ambiente avevano espresso preoccupazione per il pacchetto, degno di un’associazione liceale intrisa di demagogia, più che di un’istituzione multinazionale. A far discutere sono soprattutto tre punti critici: la rivoluzione nella silvicultura, la rimozione tout court delle barriere fluviali e il recupero strutturale di verde negli spazi urbani, che di fatto significa il congelamento delle edificazioni. «Tutti sanno che la proposta della Commissione non sarà sostenuta dal Ppe in plenaria», ha affermato Peter Liese, parlamentare tedesco di centrodestra. «Sono necessari più dialogo e coordinamento con i proprietari terrieri e gli agricoltori che saranno direttamente interessati dalla nuova legge. Noi porteremo molti emendamenti». I gruppi conservatori sono pronti a fare muro, ma Luena non demorde, anzi chiede di innalzare la percentuale di riforestazione «dal 20% al 30% per rafforzare l’ambizione, in sintonia con la filosofia della conferenza Cop15 di Montreal».

Un nodo spinoso è la silvicoltura, che tocca gli interessi dei Paesi nordici e fa sì che a schierarsi contro l’infantilismo green siano anche nazioni storicamente verdi come Svezia e Finlandia, leader nelle industrie del legno, della pasta di legno, della carta (e con più del 50% del territorio già oggi composto da foreste). È interessante il motivo della contrarietà nordica: «Bruxelles manca di competenze in materia di silvicoltura», ha spiegato il ministro finlandese all’Agricoltura e Foreste, Antti Kurvinen. «Sarebbe un errore guardare il tema solo attraverso la lente della politica climatica e ambientale ignorando le questioni relative alla competitività e all’occupazione».

Differenze territoriali, implicazioni socioeconomiche: bentornati sulla Terra. Una critica che vale anche per auto diesel, abitazioni classe G e cavallette fritte. Forse qualcosa sta cambiando nel circolo della caccia guidato dalla baronessa Ursula von der Leyen. «Per migliaia di anni le persone hanno gestito queste foreste», ha affermato Ulrike Müller, eurodeputata tedesca del gruppo centrista Renew Europe. «Dobbiamo modellare le nostre foreste e per farlo dobbiamo coinvolgere le persone che possiedono le foreste». L’ex primo ministro svedese Stefan Löfven ha tagliato corto: «La questione delle foreste non può essere microregolata da Bruxelles». Anche a Stoccolma avvertono l’alito pesante sul collo e non sono più eurolirici. Buon segno.

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