In Australia un’isola per clandestini.  Londra e Vienna seguono l’esempio
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Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia assistono chi accetta di tornare in Africa.

L’accoglienza offshore, già contestata ieri dalle opposizioni, che alla firma del protocollo tra Italia e Albania per la costruzione di due centri di trattenimento per migranti illegali l’hanno definita una «deportazione», è un’opzione scelta da altri Paesi.

Il modello australiano, per esempio, come ha ricostruito La Verità lo scorso 20 settembre, prevede la collocazione dei migranti nell’isola di Manus in Nuova Guinea e a Nauru, nel Pacifico meridionale. In Australia la definiscono «immigrazione di qualità», perché viene permesso l’ingresso solo a chi può trovare un impiego e a chi prevede di restare nel Paese per molti anni. A fronte di 25 milioni di abitanti, i profughi accettati sono 12.000. E per loro il governo prevede anche un aumento della retribuzione minima. Il sistema viene considerato virtuoso anche dalle opposizioni. Il governo ha deciso da tempo di finanziare centri d’accoglienza in Paesi terzi, ma anche nelle isole sottratte per legge al territorio australiano (quella di Natale per esempio). In Australia, insomma, si può arrivare in aereo e con un visto. Non ci sono altri modi. Ovviamente chi tenta di arrivare via mare viene salvato, ma non viene trattenuto in Australia. Si preferiscono i centri di trattenimento offshore.

Anche il Regno Unito ha messo in campo un piano per alleggerire i flussi migratori con dei trasferimenti verso il Ruanda, sabotato, però, dai giudici locali, nonostante l’ok dell’Alta corte inglese. Il governo di Rishi Sunak ha impugnato le decisioni contrarie davanti alla Corte suprema, che è il massimo grado di giudizio in Inghilterra, sostenendo che il Ruanda è un Paese terzo sicuro per espellere i migranti sbarcati irregolarmente dalla Manica; che rispetterà gli accordi con il Regno Unito; e che lo Stato africano non espellerà i richiedenti asilo considerati a rischio nei Paesi di origine in cui potrebbero subire persecuzioni e violenze. Il piano di Londra prevede che il Ruanda si faccia carico dei richiedenti asilo arrivati illegalmente in terra britannica in cambio di un finanziamento da 140 milioni di sterline l’anno. In attesa che la questione si definisca a livello giuridico, la Gran Bretagna ha trovato una soluzione tampone, creando un centro di accoglienza galleggiante. Un chiatta sulla quale è stato tirato su un edificio con stanze, uffici, mense e cortili. L’hanno chiamata Bibby Stockholm e può ospitare fino a 500 migranti. Lo scorso agosto sono saliti a bordo i primi gruppi.

Pure l’Austria, per contrastare l’immigrazione clandestina, ha annunciato un piano simile a quello messo in campo da Londra. La proposta prevede il trasferimento in un Paese terzo di chi fa ingresso illegalmente nel Paese. Il ministro dell’Interno austriaco, Gerhard Karner, lo ha già annunciato in modo chiaro all’indomani di un incontro con il suo omologo inglese: «La Gran Bretagna ha molta esperienza sul fronte di una futura gestione delle richieste di asilo fuori dall’Europa», aggiungendo che «l’Austria può trarre beneficio da questa esperienza. Continueremo a fare uno sforzo coerente perché la Commissione europea porti avanti e autorizzi tali procedure fuori dall’Europa». È dal 2018 che l’Austria insegue questa possibilità, soprattutto per i migranti «soggetti a decisioni» definitive «che non possono essere rinviati verso i propri Paesi di origine a causa della mancanza di cooperazione» degli Stati. Un documento era stato presentato al Comitato strategico su immigrazione, frontiere e asilo, e prevedeva la possibilità di rinviare i migranti «verso un Paese terzo di transito, sulla base di un accordo di riammissione».

Anche la Danimarca mesi fa aveva annunciato un piano simile, sempre con il Ruanda. E la proposta era partita dai partiti della sinistra. Più di recente, Copenaghen, Helsinki, Oslo e Stoccolma si sono accordate per collaborare più strettamente sulla «deportazione» degli irregolari e sull’aiuto al reintegro nei Paesi d’origine, in caso di rientro volontario.

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