Amato chiama alle armi tutti i suoi: «Guai a chi ci tocca la Consulta»
Giuliano Amato (Ansa)
L’intervista del Dottor Sottile a «Repubblica» ha innescato le reazioni a catena dei veri «conservatori»: quelli che negano il diritto alla maggioranza di destra di scegliere in libertà i nuovi giudici costituzionali.

In fondo, Giuliano Amato è un Marcello Degni più accorto, e sta al consigliere della Corte dei conti un po’ come Massimo D’Alema sta all’onorevole Emanuele Pozzolo: c’è chi si trastulla con pistole da tasca e chi con navi da guerra. E se il battagliero magistrato contabile rivendica il diritto a esternare i suoi pensierini mentre è chiamato a giudicare l’operato dei nostri amministratori, il politico di origine socialista ha un’ambizione più grande: fare la stessa cosa ma presentandola come l’unica possibile, ragionevole, sensata. Combattere una battaglia di potere sotto le vesti di una guerra tra la ragione e la barbarie, il progresso e le macerie della reazione.

Si inizia infatti a chiarire dove volesse andare a parare il format editoriale puntellato dalla doppia pagina di intervista sulla «democrazia a rischio» apparsa su Repubblica di due giorni fa. Ieri, sullo stesso giornale, si poteva leggere un articolo di seguito al colloquio con Simonetta Fiori del presidente emerito della Consulta. Lo componevano le reazioni perlopiù preoccupate all’allarme di Amato. In particolare, poi, questo strepito sulla democrazia in via d’estinzione – la stessa che quando lo nomina a capo di una commissione sull’Intelligenza artificiale si mostra tutto sommato in buona salute – si riduce a una questione piuttosto semplice: la sostituzione dei giudici della Corte costituzionale. «L’attacco alla Consulta “è già cominciato”, come ha detto a Repubblica l’ex presidente Amato? Sì, è proprio così», principia il pezzo.

Di cosa si tratti, i lettori della Verità lo sanno da tempo: la presidente Silvana Sciarra ha concluso i suoi nove anni alla Corte a novembre 2023, assieme a Daria De Pretis e Nicolò Zanon. A breve «scadranno» Franco Modugno, Augusto Barbera (l’attuale presidente) e Giulio Prosperetti: gli ultimi sono tre di nomina parlamentare, come lo era la Sciarra. E siccome Sergio Mattarella ha già rimpiazzato i due membri scelti dal Colle, nell’anno corrente saranno complessivamente quattro le caselle di pertinenza parlamentare: oltre il 25% della Corte cambierà volto, e per farlo i candidati dovranno avere i due terzi dei voti delle Aule unite (e i tre quinti dal quarto scrutinio in poi). Morale: il centrodestra non ha i numeri per imporre nessuno, e dovrà andare in cerca di uomini e donne credibili su cui cercare consenso oltre il proprio perimetro.

Che la sinistra nelle sue varie articolazioni alzi il prezzo di questo accordo (molti da mesi pensano a un equilibrio creato da tre nomi espressione del centrodestra e uno a garanzia delle opposizioni) sarebbe normale dialettica politica. Che Giuliano Amato susciti il mondo del costituzionalismo a erigere barriere contro l’assalto della destra anti-democratica è una peculiarità che dice molto del nostro Paese.

Il Dottor Sottile e tutta la sua rapida compagnia di giro costruiscono la linea divisoria tra chi deve comandare e gli altri attorno a una distinzione molto interessante: la «destra populista» – qualsiasi cosa essa sia – «fa fatica a riconoscersi in alcune interpretazioni evolutive» avallate dalla Corte costituzionale, ha spiegato Amato. Se non fosse usata a copertura di una mera guerra di posti e potere, la faccenda sarebbe anche seria. Perché una delle grandi battaglie del nostro tempo si gioca esattamente su questo crinale: alla magistratura, e nello specifico alle Corti, spetta un compito di «indirizzo», una «funzione dinamizzante» da esercitare sul legislatore, una «cooperazione» che fa presto a diventare pressione o vincolo sul Parlamento? O piuttosto un ruolo di custodia del testo, interpretando un compito anche oppositivo al potere politico ma in forza proprio dell’«originalismo» filosofico di fondo? La questione è spessa, perché non si tratta di destra o sinistra (l’attuale Corte suprema Usa, a maggioranza di nomina repubblicana, ha dato anche diverse delusioni alla destra) ma di concezioni del diritto, ovviamente discutibili e complesse, ma legittime. Nel giochino italiano di Amato c’è una sola visione giusta, quella «dinamizzante» e ampiamente collusa con la politica, come documentano le porte girevoli: ex giudici costituzionali che fanno i capi di Stato (per 14 anni) o i ministri della Giustizia, ex premier che fanno i giudici costituzionali, eccetera. Chi abbia sensibilità differenti – e osi minacciare il giocattolo del potere che si perpetua così a prescindere dal voto – diventa un eversore da respingere come al fosso di Helm: con ogni forza, ogni uomo, ogni argomento.

Uno dei veri banchi di prova della maggioranza sarà nella determinazione con cui saprà muovere le carte nei prossimi mesi per nomine autorevoli, libere e in grado di convogliare voti extra dall’opposizione alla Corte costituzionale senza perdere una originalità culturale. Amato ha rivendicato più volte il ruolo di «tutela delle minoranze» della Consulta, argomento su cui si matura una certa sensibilità specie quando non si governa: sacrosanto. Sarebbe problematico se però non si partisse anche dall’esigenza di rispettare le prerogative della maggioranza: la quale, malgrado colpi di pistola e altre amenità, resterebbe comunque l’espressione diretta della sovranità popolare. E se è molto giusto che un esecutivo faccia fare il suo lavoro alla Corte, è altrettanto auspicabile che questa sia composta secondo la legge e faccia il suo mestiere lasciando governare chi governa, senza ricatti preventivi per conto terzi.

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