Cercatore d’applausi, trapezista, Google translate del populismo italiano, vecchio parroco, vecchia zia, don Abbondio arrabbiato, Robespierre de noantri, Saint Just di periferia, giovane barone, robetta da dopolavoro, re Travicello, premier capo claque, premier a sua insaputa, garante senza sintesi, maschera calma, sorvegliato speciale, prolisso, noioso, portavoce della Casaleggio associati, sottospecie di Walter Veltroni in minore e persino «colla», proprio come il Vinavil. A giudicare dalle definizioni usate per bollare il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dopo il suo discorso in Parlamento, non c’è che dire: la tribù dei Rosiconi non l’ha presa per niente bene. Sui giornali italiani, a parte pochissime eccezioni, è stato un trionfo di metafore, paragoni arditi, virtuosismi letterari con cui autorevoli colleghi hanno cercato di nascondere l’unico epiteto sincero che sentivano risalire in gola attraverso mille travasi di bile: «a’ stronzoooo». Nessuno ha avuto il coraggio di scriverlo, per ora. Ma non disperiamo. Siamo solo all’inizio.
Il premier Conte è stato contestato per le sue citazioni troppo colte, ma anche per aver trascurato la cultura. Lo hanno accusato di essere stato troppo lungo, ma anche di non aver toccato abbastanza temi. Non ha detto nulla, è chiaro, però ha detto di tutto. Ha fatto una lunga lista di argomenti ma anche un discorso vuoto. Ha usato 5.934 parole che sono chiaramente troppe, ma ne avrebbe dovute usare di più. È stato professorale nell’impostare i problemi epperò «vede i problemi come una coppia di amici al bar».
È un doroteo elegantissimo che ricorda Arnaldo Forlani e insieme un populista «disastroso» incapace di parlare. È un «ambizioso cattedratico» che usa un «linguaggio da principe del foro» e insieme «robetta da bocciofila». Tanto che dopo aver letto questa lunga sequela di insulti, così contraddittori fra di loro, inevitabile sorge un sospetto: scusate, ma non è che il professor Conte vi sta un po’ sulle palle a prescindere.
Perché, vedete, noi non siamo affatto convinti che egli sia un mago, tutt’altro. Ma ci chiediamo come abbia fatto, nello stesso tempo, a dire troppo senza dire nulla, a esagerare con la cultura trascurando la cultura, a essere «cattedratico» e, insieme, «robetta da bocciofila». Come possa, insomma, ricordare contemporaneamente Forlani e una convention aziendale, Google translate e un barone, don Abbondio e Maximilien de Robespierre. Voi capite: è roba che nemmeno Harry Houdini ci sarebbe riuscito. Che i nostri colleghi lo abbiano sovrastimato a loro insaputa?
«Conte parla per un’ora senza dire nulla», titola Libero. «Un elenco infinito», lo contraddice il Corriere. «Tanti assist per Salvini», attacca Repubblica. «Il governo è grillino», replica Il Giornale. Troppi «paradisi artificiali», critica il Manifesto. Macché «pochi ideali», risponde Avvenire. E come faccia una sola persona a essere tutto e il contrario di tutto è davvero difficile da spiegare. Se non con l’ansia del «dagli al Conte»: mai si era visto, infatti, l’intero arco costituzionale dei quotidiani così unito contro un governo. Da destra a sinistra, è un unico gigantesco tiro al bersaglio.
«È troppo elegante», scrivono i giornali. Però, ecco, «non è veramente elegante». È «impomatato e imbellettato», ma «il vestito calzava troppo a pennello». Proprio così: troppo a pennello. Anzi, di più, il vestito calzava «come un guanto o un profilattico di fresco lana». Un profilattico? Addosso al premier? Lui «agitava i gemelli come se agitasse le manette», poi «si umettava con la lingua il dito per voltare pagina come un vecchio parroco o una vecchia zia» e «levava lo stesso dito umido per zittire i contestatori come un don Abbondio arrabbiato». Ma come si permette? Umettare il dito? E zittire i contestatori? Ecco: Conte è Don Abbondio. Però è anche, nello stesso articolo (Paolo Guzzanti sul Giornale), un Robespierre e un Louis Antoine de Saint-Just. Ma sì: in fondo don Abbondio e Robespierre non sono la stessa cosa? Saint Just non era anche lui un po’ una vecchia zia? «Neanche un cenno di leggerezza, un segnale di presenza di quella virtù democratica che è il senso dell’umorismo», conclude Guzzanti assai preoccupato. Come se di barzellette, in quelle aule, non ne avessimo ascoltate fin troppe negli ultimi anni.
Che poi che cosa sarebbe successo se Conte avesse davvero raccontato una barzelletta? Provate a immaginare. Già così lo hanno bollato: non è emozionato ma «finge di essere emozionato», dice «lessema» anziché parola e cita «studiosi non notissimi» (ma come si permette di aver studiato? Non lo sapeva che doveva rappresentare dei buzzurri?) e ha «la spensierata sicurezza dell’uomo nuovo» (ma come? Spensierata? Non era un cupo Robespierre? Senza leggerezza?). E poi si macchia di una colpa fondamentale: usa 47 volte l’espressione «ma anche». Ora, signora mia, dove andremo a finire con un premier così? Che osa dire «ma anche»? La catastrofe è assicurata, il fascismo è dietro l’angolo. Anche se, a pensarci bene, ce n’era un altro che amava quelle due paroline, come ricorda Repubblica.
Ma il «ma anche» di Veltroni era «inclusivo» e «pacificatore», invece quello di Conte è «esclusivo» e vuol mettere in «fuori gioco».
Diamine, come avevamo fatto a non accorgercene prima? D’ora in avanti staremo attenti a distinguere il «ma anche inclusivo» dal «ma anche esclusivo», anche se non abbiamo capito bene come si fa. Ce lo faremo spiegare da loro, che sono autorevoli colleghi. Ma anche Rosiconi.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >