- Si abbassa ancora l’età del primo contatto con le sostanze. Hashish, marijuana, cocaina acquistate con la paghetta. I centri di recupero: il fenomeno ci sta sfuggendo di mano.
- Il neurochirurgo Giulio Maira: «Gli stupefacenti provocano danni permanenti al cervello, i ragazzi cercano lo sballo subito. La scuola ha abbassato la guardia. Avevo chiesto alla Azzolina di dedicarvi 2 ore all’anno: nessuna risposta».
Giovani, giovanissimi. A volte, ancora dei bambini. Per la Generazione Z, quella cresciuta a pane e digitale, il primo contatto con la droga può arrivare molto presto, già negli anni di passaggio tra le scuole elementari e le medie. Hashish e marijuana, prima di tutto. Poi droghe sintetiche. Sempre più spesso, la cocaina, accessibile ormai a prezzi irrisori. Per acquistare le dosi, bastano i soldi della paghetta: il mercato della droga ha cambiato fisionomia, i più piccoli devono essere fidelizzati sin da subito. «C’è una stretta correlazione tra la quantità di denaro che i ragazzi hanno a disposizione e la propensione a commettere comportamenti disfunzionali», spiega Franco Taverna, segretario generale della fondazione Exodus, che da anni indaga sugli stili di vita dei ragazzi, insieme con agli operatori della comunità Casa del giovane di Pavia. «Spesso si può arrivare anche a più di 50 euro a settimana.
I genitori, incapaci di instaurare relazioni serene, hanno una propensione ad accontentare i propri figli a tutti i costi». Tra i ragazzi che settimanalmente spendono per comportamenti disfunzionali, il campione più significativo si lascia attrarre dall’alcol. Poi cannabis, cocaina e sostanze sintetiche. Per finire con l’eroina.
«Siamo di fronte a un fenomeno che ci sta sfuggendo di mano», racconta un operatore di una casa di recupero per tossicodipendenti in Lombardia. L’età media dei ragazzi che si avvicinano alle sostanze stupefacenti si è abbassato di colpo. Per capirlo, è sufficiente considerare quello che nelle strutture chiamano «tasso finestra», cioè il tempo che passa prima di compiere il salto dalle droghe leggere a quelle pesanti.
«Venti anni fa, i tempi erano dilatati: prima di approdare alle sostanze che ti rendono fortemente dipendente, come la cocaina o l’eroina, passavano 3 anni. Oggi, il salto avviene in 3 mesi». A raccontarlo è Simone Feder, che coordina l’Area giovani e dipendenze della comunità Casa del giovane di Pavia e da anni lavora per ricomporre le storie dei ragazzi che entrano nella struttura. «C’è un disagio nei giovani da interpretare. Vediamo genitori che non riescono a gestire i propri ragazzi. Quando arrivano alla cura, li abbiamo già persi. Dobbiamo intervenire prima».
Il termometro del disagio si misura in base alla presenza dei minori nelle strutture di recupero. A Pavia, le richieste di ingresso sono ormai quotidiane, i posti attivi sono interamente occupati. «Alla Casa del giovane non abbiamo mai avuto così tanti minori polidipendenti, nemmeno negli anni Ottanta, il periodo della devastazione dovuta all’eroina». Arrivano a 16 anni, quando ormai hanno già sperimentato sostanze diverse e la dipendenza va avanti da tempo. Ci sono ragazzi che entrano nel tunnel della droga ad appena 10 anni, come quelli che hanno deciso di raccontarsi in queste pagine e per i quali sono stati scelti nomi di fantasia per tutelarne l’identità.
«Quando vivi in una famiglia che sdogana la pippata di cocaina, cresci in un contesto adolescenziale in cui puoi permetterti di tutto», spiega ancora Feder. Uno degli ultimi colloqui è ancora lì, fisso nella sua mente: «Ricordo questo ragazzo portato dal papà. Era coartato, non parlava. Quando abbiamo iniziato il colloquio, ho capito il motivo per cui aveva imboccato la strada sbagliata: il padre faceva un uso quotidiano di cocaina, per il diciottesimo compleanno del figlio ha avuto il coraggio di regalargli 5 grammi di hashish».
A chiedere aiuto, oggi, non sono solo le famiglie disagiate. «Il fenomeno è ormai trasversale, non si tratta più dei soli emarginati», spiega alla Verità Veronica Giannone (Forza Italia), segretario della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza. Nelle strutture finiscono tanti ragazzi della classe medio-alta: figli di medici, avvocati, professionisti. I ragazzi sono spesso lasciati da soli nel percorso di crescita, come conferma Enrico Coppola, presidente dell’Associazione genitori antidroga. «Quando sei nella classe dirigente, la testa è fissa alla carriera. Dalla sera alla mattina, puoi perdere tutto. I beni materiali prendono il sopravvento: l’unica preoccupazione è non far mancare nulla ai figli, gli aspetti personali passano in secondo piano. Così i genitori smarriscono il ruolo educativo: fanno gli amici e non sono più in grado di prendere una decisione, quando serve. I ragazzi di oggi non sono responsabilizzati». Di fronte ai problemi, la famiglia viene messa da parte: secondo una rilevazione dell’indagine Selfie, condotta da Exodus e Casa del giovane di Pavia, in caso di difficoltà gli interlocutori privilegiati diventano gli amici.
A loro, si rivolgerebbe più dell’80% degli studenti intervistati nelle scuole superiori. Tra le figure adulte con cui i ragazzi sarebbero disposti a confidarsi, al primo posto c’è lo psicologo. Solo dopo, i genitori. I professori sono gli ultimi a cui esprimere un disagio. «C’è un gap di comunicazione tra gli studenti e il mondo degli adulti», spiega ancora Franco Taverna di Exodus. «A volte, genitori e insegnanti non conoscono neanche i social che i ragazzi usano». Di fronte alla sensazione di vuoto, ci si rifugia altrove.
«Piuttosto che esteriorizzare un bisogno, si preferisce staccare la spina, racconta Simone Feder. «Così si arriva alla droga». La paura, tra gli operatori delle diverse strutture per l’accoglienza dei ragazzi è che nei prossimi mesi l’ondata di disagio possa crescere, alimentata della pandemia. La chiusura delle scuole, la preclusione dello sport, la rarefazione degli incontri potrebbero essere terreno fertile per la rabbia e l’ostilità che molti adolescenti hanno maturato negli ultimi anni. «È stato tolto loro un pezzo di vita fondamentale per completare il percorso di formazione», raccontano. L’immagine che usano è emblematica: «Ci troveremo di fronte a uno tsunami di disagio sempre più marcato, che faremo fatica a contenere perché in Italia non ci sono abbastanza strutture, né un sufficiente numero di operatori».
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