Le registrazioni del Cav
e una sentenza civile: storia d’Italia da riscrivere
  • Smontate dal tribunale civile le basi del processo che portò alla condanna dell’allora senatore per frode fiscale. E spuntano gli audio del 2014 in cui il giudice Amedeo Franco confessa: «Sentenza pilotata, fu un plotone d’esecuzione».
  • Le «novità» sparate nel momento di massima crisi delle toghe. Per il pieno riscatto il leader di Fi è pronto al sì al governissimo.
  • Nelle registrazioni lo «scoop» su Matteo Renzi a Palazzo Chigi, i dettagli hot sul Rubygate e la trattativa col Quirinale.

Lo speciale contiene tre articoli e i file con le intercettazioni.



È la grande rivincita di Silvio Berlusconi, ed è una botta disastrosa per la giustizia italiana. È un doppio colpo che arriva proprio nel momento di maggior debolezza della magistratura, soprattutto di quella militante e ideologizzata, smascherata dalle intercettazioni di Magistratopoli. Il coup de théâtre è a dir poco devastante, per gli avversari togati del Cavaliere. Da una parte il tribunale civile di Milano, con una sentenza netta, abbatte le basi del procedimento penale per frode fiscale che la Procura di Milano aveva avviato nel 2001 sui diritti cinematografici Mediaset, e che nell’agosto 2013 ha portato all’unica condanna di Cassazione per Berlusconi. Dall’altra parte, si scopre che uno dei cinque giudici di quel collegio di Cassazione era convinto di «aver dovuto firmare una sentenza che riteneva errata sotto il profilo giuridico, profondamente ingiusta, e minata dai pregiudizi» dei colleghi.

Di fronte a tutto questo, per scavare nell’anomalia giudiziaria che 7 anni fa ha espulso dal Senato il fondatore del centrodestra italiano, la richiesta di una commissione parlamentare d’inchiesta è davvero il minimo. «Il Parlamento accerti tutte le disfunzioni del sistema giudiziario», ha chiesto ieri Antonio Tajani, «compresa la vicenda che ha portato alla condanna di Berlusconi». Il vicepresidente di Forza Italia ha bollato la sentenza del 2013 come «un colpo di Stato giudiziario». Dargli torto è difficile, a sentire il giudice Amedeo Franco: uno dei cinque del collegio «feriale» della Cassazione che il primo agosto di quell’anno condannò il quattro volte presidente del Consiglio. Tra loro, per di più, Franco era anche il più competente perché proveniva dalla terza sezione che si occupa di reati tributari.

Nell’ultima memoria che i legali del Cavaliere hanno allegato al ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo che dall’autunno 2013 chiede giustizia contro quella condanna, si legge che proprio in quei mesi Berlusconi aveva casualmente incontrato Franco in compagnia di altre persone. E il giudice aveva pronunciato accuse così gravi che uno dei presenti aveva deciso di registrarlo col telefonino. Franco aveva detto che il suo collegio aveva commesso «una grave ingiustizia», e che Berlusconi era stato «condannato a priori». Il giudice aveva aggiunto la netta impressione che tutta vicenda fosse stata «guidata dall’alto». Insomma, che la condanna per la frode fiscale fosse stata «una porcheria», e che la Corte fosse un «plotone d’esecuzione».

Nella memoria, scritta dal professor Andrea Saccucci, si legge che in un secondo incontro, a sua volta registrato, il giudice aveva aggiunto parole dure nei confronti del presidente del collegio, Antonio Esposito, rimproverato di «malafede». Franco aveva addirittura riferito che Esposito sarebbe stato «pressato» per il fatto che suo figlio, a sua volta magistrato, in quel periodo era indagato dalla Procura di Milano per «essere stato beccato con droga…».

Franco pareva molto scosso da quella fucilazione politica: si diceva «deluso profondamente… perché ho trascorso tutta la vita in questo ambiente e mi ha fatto schifo». Aveva aggiunto: «Non mi mettevo a fare il magistrato se questo è il modo di fare, per… per colpire le persone, gli avversari politici. Non è così. Io ho opinioni diverse della giustizia».

Che in seno al collegio fossero emerse divisioni brutali sulla colpevolezza di Berlusconi, va detto, era parso evidente già nel 2013. La condanna, del resto, si basava su un punto controverso: la consapevolezza della presunta frode da parte di Berlusconi, che però non aveva firmato alcun documento di Mediaset e si era sempre protestato innocente in quanto ignaro delle scelte fatte dall’azienda a partire dalla sua discesa in campo, nel 1994. Mesi dopo, il settimanale Panorama aveva poi segnalato un fatto davvero strano: perché Franco, giudice relatore in un diverso collegio della Cassazione che giudicava su un caso di presunta frode fiscale identico a quello per cui il Cavaliere era stato condannato, aveva assolto l’imputato. Nella sentenza, in modo del tutto irrituale, Franco aveva scritto che la Corte d’appello, condannandolo malgrado non avesse firmato alcun documento, aveva commesso un grave errore perché aveva seguito «un’interpretazione analoga a quella seguita dalla sezione feriale il primo agosto 2013». Cioè proprio quella adottata contro Berlusconi. In poche parole, la Cassazione di Franco aveva cassato la Cassazione di Esposito: «La tesi (della colpevolezza, ndr) non può essere condivisa e confermata», aveva scritto Franco in quella sentenza, «perché è contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza di questa Corte, e al vigente sistema sanzionatorio dei reati tributari». Insomma, sia pure a distanza, Franco aveva voluto smentire pubblicamente i suoi colleghi del «plotone d’esecuzione» anti berlusconiano.

Non bastasse, un altro colpo alle fondamenta del processo penale per la frode fiscale Mediaset viene dal tribunale civile di Milano. Che nel 2016, tre anni dopo la condanna penale di Berlusconi, era stato chiamato a giudicare sulla presunta «cresta» fatta sui diritti cinematografici versati da Mediaset a Farouk Agrama, mediatore nell’acquisto di film sul mercato statunitense: visto che per la giustizia penale i pagamenti «gonfiati» ad Agrama erano stati il trucco per creare «costi fittizi» che avevano determinato la condanna per frode fiscale di Berlusconi, Mediaset aveva chiesto indietro i 113 milioni che, in base alla condanna, sarebbero stati pagati «in eccesso». Nella sentenza civile oggi si legge, al contrario, che i pagamenti erano corretti e che la mediazione di Agrama era «effettiva» perché «furono conclusi numerosissimi contratti […]. Tutti i testi hanno poi confermato l’interposizione effettiva e addirittura inevitabile di Agrama (…). Di conseguenza, il fatto della “interposizione fittizia” contestato nei capi d’imputazione non sussiste!». Insomma, con la condanna di Berlusconi, i pubblici ministeri e i giudici della Cassazione hanno sbagliato. Tutti. Con tanto di punto esclamativo. E volete ancora chiamarla giustizia?


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