«Il Pd mise l’uomo delle ’ndrine a fare i controlli sugli appalti»
La foto di gruppo dei componenti dell’Orecol della Regione Piemonte, con Roberto Fantini all’estrema sinistra. Nel riquadro, Salvatore Gallo, storico esponente del Pd piemontese, indagato dalla Procura di Torino
  • Blitz in Piemonte: 9 arresti e 29 indagati. Per l’accusa la sinistra aveva piazzato nell’organo per la legalità il referente della criminalità organizzata. E il ras delle tessere chiese 50 voti in cambio di una visita medica.
  • Nelle carte spunta anche il lobbista che «sussurrava a Enrico Letta e Fassino».

Lo speciale contiene due articoli.

Appalti e voti. Voti e appalti. La ’ndrangheta lavora così. Al Sud come al Nord. Dove le ’ndrine, le famiglie della «mala» calabrese infiltrate, hanno creato le loro articolazioni territoriali che, proprio come in Calabria, si chiamano «Locali». A Brandizzo, a Volpiano, a Chivasso, a Santhià. Tra Torino e Vercelli comandavano loro. Grazie anche a una strettissima relazione con il Partito democratico, che aveva scelto Roberto Fantini (finito ai domiciliari con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa) come componente dell’Orecol, un osservatorio di emanazione del Consiglio regionale piemontese che avrebbe dovuto garantire legalità e trasparenza negli appalti sulle opere pubbliche piemontesi. Praticamente, la volpe messa a guardia del pollaio. Arrivato lì, secondo l’accusa, su indicazione di Raffaele Gallo, consigliere regionale dem e figlio di Salvatore Gallo, esponente storico del Pd (il partito di Elly Schlein viene citato 18 volte nell’ordinanza) e socialista ai tempi di Bettino Craxi, che tramite un sistema corruttivo sarebbe riuscito a far eleggere tre fedelissimi nelle file dei democratici in Consiglio comunale a Torino.

Uno dei protagonisti della connection piemontese è Giuseppe Pasqua da San Luca, località dell’Aspromonte che da anni si contendono due potentissimi clan in guerra tra loro, i Nirta e gli Strangio, passati alla storia per la mattanza di Duisburg. Stando alle accuse sarebbe affiliato alla ’ndrangheta «quantomeno dal 1994», scrivono gli inquirenti che l’altro giorno hanno chiesto e ottenuto nove misure cautelari (cinque in carcere e quattro ai domiciliari), portando alla luce gli intrecci tra mafia e politica. La caratura criminale di Pasqua emerge anche dalle modalità con cui si rivolgeva ai suoi collaboratori, ad esempio, per risolvere una questione relativa alle ore lavorate da un dipendente: «Tu comunque tieni la calma… non mi fare arrivare lì che vi devo sparare in testa a tutti quanti […] tieni la calma tu non mi fate andare fuori di testa». Lo snodo, secondo l’accusa, sarebbe proprio Fantini, che oltre a fare il garante della legalità è stato (fino al 2021) l’amministratore delegato di una importante impresa: la Sitalfa spa, che fa parte fa parte del gruppo Sitaf, la società che gestisce la A32 Torino Bardonecchia.

Fantini, manager di lungo corso nel settore delle costruzioni stradali, è finito agli arresti domiciliari proprio per il suo precedente ruolo ai vertici della Sitalfa. I Pasqua, che secondo l’accusa hanno pure in mano un colosso economico, avrebbero ottenuto «un trattamento di favore nell’assegnazione di lavori, sovrafatturando le prestazioni rese a Sitalfa e», ricostruisce l’accusa, «restituendo poi parte degli introiti a Fantini». Che avrebbe curato, però, anche l’inserimento di società di trasporto riconducibili ad appartenenti ad altri gruppi ’ndranghetisti, alcuni dei quali anche condannati per reati mafiosi, nei lavori di movimento terra affidati dalle società committenti. I rapporti tra i Pasqua e Fantini erano talmente stretti che quest’ultimo si è spinto fino a indicare a un dipendente della Sitalfa di rivolgersi a Domenico Claudio Pasqua per chiedere il suo intervento riguardo al furto di un camion di proprietà della Sitalfa. Il 14 marzo 2015 Vincenzo Colosimo, responsabile acquisti della società, informa Pasqua che «la notte precedente la Sitalfa aveva subito il furto di un autocarro quattro assi e Fantini lo aveva incaricato di avvisarlo, asseritamente allo scopo di acquisire informazioni utili al recupero del mezzo: “Questa notte ci hanno rubato un camion… e visto che voi siete del mestiere cioè che comprate camion… che fate trasporti… se senti in giro qualcosa…”». Domenico Pasqua, annotano gli inquirenti, «assicurava il suo interessamento». Ed ecco le valutazioni degli inquirenti: «Il dipendente di una società importante come Sitalfa, su indicazione dell’amministratore pro tempore Fantini, si premuri di contattare Pasqua per “denunciare” (allo stesso Pasqua, forse ancora prima che ai carabinieri, considerata l’ora mattutina della telefonata) il furto di un camion, “visto che voi siete del mestiere… che comprate camion”, rimanda a ben altro “mestiere” dei Pasqua, soggetti inseriti nella malavita locale e in grado di reperire il bene provento di furto in modo più agevole e rapido delle forze dell’ordine». Ma i Pasqua, stando alle accuse, potevano contare sulla Sitalfa anche nel suo ruolo di società insospettabile, da trasformare in un covo nel quale far assumere persone a loro vicine.

Il 28 maggio 2015, infatti, Giuseppe Pasqua ricorda a tale Massimo Franciulli «di essere in attesa che quest’ultimo gli consegnasse il curriculum di suo fratello Francesco da consegnare a Fantini». Pasqua dice al suo interlocutore: «Mi fai fare il curricolo lì… di tuo fratello Francesco? Me lo fai e me lo consegni a me, però, eh!». I Pasqua insomma fanno da spicciafaccende, curando anche l’inserimento di società di trasporto riconducibili ad appartenenti ad altri gruppi ’ndranghetisti, alcuni dei quali anche condannati per reati mafiosi, nei lavori di movimento terra affidati dalle società committenti. Stando agli inquirenti, Pasqua si sarebbe mosso come una sorta di capobastone, «esercitando il controllo del territorio, fornendo protezione a imprenditori vittime di condotte estorsive da parte di soggetti appartenenti ad altri gruppi ’ndranghetisti, ottenendo in cambio vantaggi patrimoniali e commesse lavorative». Ma anche «dirimendo contrasti insorti tra appartenenti alla ’ndrangheta e tra questi e terze persone». Poi, per far sentire la sua forza, ha cercato di imporre il suo «niet» alla realizzazione del Piano migranti a Brandizzo, «con pressioni sugli imprenditori proprietari degli immobili destinati al progetto». «Finché ci sono io non viene proprio nessuno», dice bocciando il piano d’accoglienza. E racconta cosa avrebbe detto, senza giri di parole, al proprietario di alcuni immobili che avrebbe voluto mettere a disposizione per l’accoglienza: «Se vuoi combinare… di mandarci ’sti extracomunitari, mandali pure, vuol dire che qualche calabrese, qualche meridionale come te, come me, perché lui è pugliese, si salta in testa di darti fuoco, perdi porco e conto». E quando i suggerimenti non bastavano, si passava ai fatti. Ne sa qualcosa l’ex consigliere comunale ed ex assessore di Brandizzo Angelo Bevere, che dopo un articolo di giornale sgradito ai Pasqua si è beccato un pugno in pieno volto, dopo aver schivato una testata mentre l’aggressore, fratello di Giuseppe Pasqua, gli urlava contro «Cornuto, sbirro, ti ammazzo».

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