Secondo quanto ricostruito dalla Procura di Torino, il rapporto tra la famiglia Fantini e quella dei Pasqua (accusata di rappresentare la ’ndrangheta in Piemonte) non sarebbe nato attraverso Roberto Fantini, indicato da Gallo come componente dell’Orecol, ma si sarebbe tramandato di padre in figlio. Dagli atti emerge infatti un rapporto pregresso tra Giuseppe Pasqua e Teresio Fantini, padre di Roberto e Massimo. Pasqua infatti racconta che se Teresio «gli avesse dato ascolto avrebbe evitato l’arresto». Pasqua parla della famiglia Fantini come uno che la sa lunga sulle loro cose riservate: «Io so tutti i segreti... per esempio, perché l’hanno arrestato? Perché non ha ascoltato quello che gli ho detto io...». Poi prosegue: «Perché lavoravamo a Volvera e c’era una terra rossa di mattoni... […] siamo andati in una fabbrica che facevano questa cosa dei mattoni e c’era uno che non sto […] il ragioniere Fantini cosa ha fatto? lì si trattava di miliardi... di milioni e se n’è andato dietro a un cretino che lavorava per loro... e se l’è cantata che ha preso una volta 20 milioni... un’altra volta 30 milioni... della terra rossa che ci portavamo […] la terra rossa se la pagava bene, non mi ricordo quanto, ogni camion veniva 200 o 300.000, lire alla vecchia lira... e questo purtroppo ha incassato soldi come 40 o 50 milioni all’epoca...». La storia però, come tutte quelle che raccontano gli intrecci nella zona grigia che divide il perimetro con la malavita, non ha un lieto fine: «Il papà di Massimo alla fine l’hanno arrestato... perché se l’è cantata uno che era un suo tirapiedi». Teresio Fantini, deceduto nel 2006, è stato il fondatore della Cogefa Spa. Il figlio Roberto, dalla morte del padre e fino al 2021 è stata «una delle figure apicali» della Sitalfa Spa, per gli inquirenti «vera e propria fucina di lavori per imprese, come quella dei Pasqua, operanti nel settore del movimento terra». Secondo i pm, Roberto Fantini «aveva indubbiamente con i Pasqua un rapporto solido e duraturo, tanto da essere definito senza mezzi termini «un amico». Inoltre, «le traversie giudiziarie dei Pasqua (ci si riferisce in particolare alla cosiddetta interdittiva antimafia che colpiva le loro imprese)» non lo «dissuadevano dall’assicurare loro il sostegno economico e morale di sempre». Proprio le interdittive antimafia devono aver creato non poche grane ai Pasqua. Quando la Autotrasporti Claudio sas ne becca una Fantini sente il dovere di chiamare Domenico Claudio Pasqua per informarlo che tutti i contratti sarebbero stati revocati e chiedergli le ragioni che avevano prodotto il provvedimento della Prefettura. Pasqua replica sostenendo che «gli accertatori avevano erroneamente riportato dei pregiudizi penali sul conto di un suo parente» e che avrebbe fatto ricorso. Fantini, riassumono gli investigatori, si sarebbe mostrato comprensivo, sostenendo «di comprendere la situazione e che, sebbene obbligato a seguire le indicazioni di Sitaf, i loro rapporti personali non avrebbero subito variazioni». I Pasqua però si sono mostrati subito pieni di risorse. Un capitolo dell’ordinanza di custodia cautelare, infatti, è dedicato alle «modalità attraverso le quali le società dei Pasqua di fatto aggiravano il divieto derivante dal mancato rinnova dall’iscrizione alla lista dei fornitori della pubblica amministrazione». Un divieto che, di fatto, colpisce i soggetti deboli, ma che viene aggirato dalle grandi organizzazioni criminali. Quando da una delle società appaltanti viene chiesto all’azienda interdetta copia dell’iscrizione nella lista bianca della Prefettura, la segretaria dei Pasqua «rispondeva omettendo qualsiasi riferimento all’iscrizione nell’elenco prefettizio». Alle successive richieste «attribuiva a una mera svista il mancato inoltro della documentazione». E infine avrebbe tentato di aggirare la richiesta con un «vago richiamo alla situazione legata alla pandemia da Covid 19». E quando la segretaria riferisce a Domenico Claudio Pasqua di aver «fatto la furba», lui, approvando, l’avrebbe esortata «a inoltrare solo comunicazioni interlocutorie avvenute con la Prefettura». L’interdizione, insomma, non avrebbe modificato «almeno nelle intenzioni di Pasqua il rapporto con le committenti». La Cogefa, citata più volte nell’ordinanza, è un colosso del settore delle costruzioni. Tra le opere realizzate pubblicate sul loro sito internet si possono trovare: il polo manufatturiero di Cartier, uno stabilimento Fca a Rivalta, il technical center della Ferrero. Tra i loro cantieri anche quella della sede di Banca Sella a corso Stati Uniti, nei locali che un tempo ospitavano la Juventus. Secondo la Procura, Roberto Fantini «curava l’inserimento dei mezzi della Autotrasporti Claudio Sas, riferibile a Pasqua Giuseppe e Pasqua Domenico Claudio, nei lavori di trasporto e movimento terra affidati dalle società Sitalfa Spa, Cogefa spa e le altre società ad esse collegate». Gli inquirenti annotano come «la consapevolezza della mafiosità dei Pasqua da parte di Gianfranco Papa, dipendente della società Cogefa spa, emerge in maniera evidente da alcune conversazioni ambientali registrate a far data dall’1 ottobre 2015». «In particolare» evidenziano una conversazione telefonica registrata quel giorno «tra Giuseppe Pasqua e Papa dimostrava che l’impiego dei mezzi dei Pasqua nella cava Cogefa non rispondeva unicamente ad esigenze lavorative». Papa, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, «chiedeva, infatti, a Giuseppe Pasqua quando avrebbero avuto inizio i lavori a loro commissionati dalla società Itinera, poiché presso la cava di Montanaro della Cogefa erano impiegati più autocarri rispetto alle reali esigenze ». In un’altra occasione, Papa avrebbe chiesto a Giuseppe Pasqua, informazioni «su un soggetto di origine calabrese». Pasqua chiede di annotare il nome su un foglio, , poi ne ha parla con il figlio, che risponde così: «È ‘ndranghetista?». Il padre non si sarebbe perso in chiacchiere e avrebbe affermato «di non conoscere ulteriori particolari ma che l’imprecisato soggetto originario di Locri era titolare di un’azienda in Brasile e che i suoi mezzi stavano lavorando in Piemonte». Poi ha chiuso la questione dicendo al figlio: «Ma trovalo tu... se no... mi dici a me... e glieli bruciamo sti cazzi di camion di merda là... hai capito?».
- Blitz in Piemonte: 9 arresti e 29 indagati. Per l’accusa la sinistra aveva piazzato nell’organo per la legalità il referente della criminalità organizzata. E il ras delle tessere chiese 50 voti in cambio di una visita medica.
- Nelle carte spunta anche il lobbista che «sussurrava a Enrico Letta e Fassino».
Lo speciale contiene due articoli.
Appalti e voti. Voti e appalti. La ’ndrangheta lavora così. Al Sud come al Nord. Dove le ’ndrine, le famiglie della «mala» calabrese infiltrate, hanno creato le loro articolazioni territoriali che, proprio come in Calabria, si chiamano «Locali». A Brandizzo, a Volpiano, a Chivasso, a Santhià. Tra Torino e Vercelli comandavano loro. Grazie anche a una strettissima relazione con il Partito democratico, che aveva scelto Roberto Fantini (finito ai domiciliari con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa) come componente dell’Orecol, un osservatorio di emanazione del Consiglio regionale piemontese che avrebbe dovuto garantire legalità e trasparenza negli appalti sulle opere pubbliche piemontesi. Praticamente, la volpe messa a guardia del pollaio. Arrivato lì, secondo l’accusa, su indicazione di Raffaele Gallo, consigliere regionale dem e figlio di Salvatore Gallo, esponente storico del Pd (il partito di Elly Schlein viene citato 18 volte nell’ordinanza) e socialista ai tempi di Bettino Craxi, che tramite un sistema corruttivo sarebbe riuscito a far eleggere tre fedelissimi nelle file dei democratici in Consiglio comunale a Torino.
Uno dei protagonisti della connection piemontese è Giuseppe Pasqua da San Luca, località dell’Aspromonte che da anni si contendono due potentissimi clan in guerra tra loro, i Nirta e gli Strangio, passati alla storia per la mattanza di Duisburg. Stando alle accuse sarebbe affiliato alla ’ndrangheta «quantomeno dal 1994», scrivono gli inquirenti che l’altro giorno hanno chiesto e ottenuto nove misure cautelari (cinque in carcere e quattro ai domiciliari), portando alla luce gli intrecci tra mafia e politica. La caratura criminale di Pasqua emerge anche dalle modalità con cui si rivolgeva ai suoi collaboratori, ad esempio, per risolvere una questione relativa alle ore lavorate da un dipendente: «Tu comunque tieni la calma... non mi fare arrivare lì che vi devo sparare in testa a tutti quanti [...] tieni la calma tu non mi fate andare fuori di testa». Lo snodo, secondo l’accusa, sarebbe proprio Fantini, che oltre a fare il garante della legalità è stato (fino al 2021) l’amministratore delegato di una importante impresa: la Sitalfa spa, che fa parte fa parte del gruppo Sitaf, la società che gestisce la A32 Torino Bardonecchia.
Fantini, manager di lungo corso nel settore delle costruzioni stradali, è finito agli arresti domiciliari proprio per il suo precedente ruolo ai vertici della Sitalfa. I Pasqua, che secondo l’accusa hanno pure in mano un colosso economico, avrebbero ottenuto «un trattamento di favore nell’assegnazione di lavori, sovrafatturando le prestazioni rese a Sitalfa e», ricostruisce l’accusa, «restituendo poi parte degli introiti a Fantini». Che avrebbe curato, però, anche l’inserimento di società di trasporto riconducibili ad appartenenti ad altri gruppi ’ndranghetisti, alcuni dei quali anche condannati per reati mafiosi, nei lavori di movimento terra affidati dalle società committenti. I rapporti tra i Pasqua e Fantini erano talmente stretti che quest’ultimo si è spinto fino a indicare a un dipendente della Sitalfa di rivolgersi a Domenico Claudio Pasqua per chiedere il suo intervento riguardo al furto di un camion di proprietà della Sitalfa. Il 14 marzo 2015 Vincenzo Colosimo, responsabile acquisti della società, informa Pasqua che «la notte precedente la Sitalfa aveva subito il furto di un autocarro quattro assi e Fantini lo aveva incaricato di avvisarlo, asseritamente allo scopo di acquisire informazioni utili al recupero del mezzo: “Questa notte ci hanno rubato un camion... e visto che voi siete del mestiere cioè che comprate camion... che fate trasporti... se senti in giro qualcosa...”». Domenico Pasqua, annotano gli inquirenti, «assicurava il suo interessamento». Ed ecco le valutazioni degli inquirenti: «Il dipendente di una società importante come Sitalfa, su indicazione dell’amministratore pro tempore Fantini, si premuri di contattare Pasqua per “denunciare” (allo stesso Pasqua, forse ancora prima che ai carabinieri, considerata l’ora mattutina della telefonata) il furto di un camion, “visto che voi siete del mestiere... che comprate camion”, rimanda a ben altro “mestiere” dei Pasqua, soggetti inseriti nella malavita locale e in grado di reperire il bene provento di furto in modo più agevole e rapido delle forze dell’ordine». Ma i Pasqua, stando alle accuse, potevano contare sulla Sitalfa anche nel suo ruolo di società insospettabile, da trasformare in un covo nel quale far assumere persone a loro vicine.
Il 28 maggio 2015, infatti, Giuseppe Pasqua ricorda a tale Massimo Franciulli «di essere in attesa che quest’ultimo gli consegnasse il curriculum di suo fratello Francesco da consegnare a Fantini». Pasqua dice al suo interlocutore: «Mi fai fare il curricolo lì... di tuo fratello Francesco? Me lo fai e me lo consegni a me, però, eh!». I Pasqua insomma fanno da spicciafaccende, curando anche l’inserimento di società di trasporto riconducibili ad appartenenti ad altri gruppi ’ndranghetisti, alcuni dei quali anche condannati per reati mafiosi, nei lavori di movimento terra affidati dalle società committenti. Stando agli inquirenti, Pasqua si sarebbe mosso come una sorta di capobastone, «esercitando il controllo del territorio, fornendo protezione a imprenditori vittime di condotte estorsive da parte di soggetti appartenenti ad altri gruppi ’ndranghetisti, ottenendo in cambio vantaggi patrimoniali e commesse lavorative». Ma anche «dirimendo contrasti insorti tra appartenenti alla ’ndrangheta e tra questi e terze persone». Poi, per far sentire la sua forza, ha cercato di imporre il suo «niet» alla realizzazione del Piano migranti a Brandizzo, «con pressioni sugli imprenditori proprietari degli immobili destinati al progetto». «Finché ci sono io non viene proprio nessuno», dice bocciando il piano d’accoglienza. E racconta cosa avrebbe detto, senza giri di parole, al proprietario di alcuni immobili che avrebbe voluto mettere a disposizione per l’accoglienza: «Se vuoi combinare... di mandarci ’sti extracomunitari, mandali pure, vuol dire che qualche calabrese, qualche meridionale come te, come me, perché lui è pugliese, si salta in testa di darti fuoco, perdi porco e conto». E quando i suggerimenti non bastavano, si passava ai fatti. Ne sa qualcosa l’ex consigliere comunale ed ex assessore di Brandizzo Angelo Bevere, che dopo un articolo di giornale sgradito ai Pasqua si è beccato un pugno in pieno volto, dopo aver schivato una testata mentre l’aggressore, fratello di Giuseppe Pasqua, gli urlava contro «Cornuto, sbirro, ti ammazzo».
Peggio che in Puglia: il «suk» dei voti. E c’è il lobbista caro a Letta e Fassino
La conclamata e presunta superiorità morale della sinistra se ne deve essere andata insieme con Enrico Berlinguer quarant’anni or sono. Infatti la Procura di Torino ha scoperchiato un sistema di voto clientelare che ruota intorno a un anziano ras delle tessere del Pd che già negli anni ’80, ai tempi del craxismo rampante, aveva avuto i primi problemi con la giustizia. Oggi Salvatore Gallo, quasi ottantatreenne originario di Cassano all’Ionio (Cosenza), è indagato per peculato, estorsione e corruzione elettorale, anche se il gip Luca Fidelio non ha accolto la richiesta di arresto avanzata dai pm. Già da presidente della Usl di Orbassano, nel 1986, aveva assaggiato il «braccio violento della legge» ed era stato arrestato con le accuse di concussione, falso ideologico, interesse privato e truffa e nel 1993 ha patteggiato una pena a 1 anno e 6 mesi. Benvenuti al circo della superiorità morale dove si esibisce anche Roberto Fantini, messo in quota Pd a controllare la legalità degli appalti e arrestato venerdì per concorso esterno in associazione mafiosa.
Nella monumentale ordinanza di 1.400 pagine che ha portato alla custodia cautelare di nove persone (su 29 indagati) emerge un oliatissimo sistema che sfrutta le conoscenze all’interno del Comune di Torino, della Regione Piemonte, delle società autostradali (Gallo senior è stato, fino al 2015, procuratore speciale della Sitaf, che gestisce il traforo del Frejus, e presidente della controllata Sitalfa, di cui il fido Roberto Fantini, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa è stato ad), delle Asl e della Sanità in genere come passepartout per ottenere voti. Il secondo genito di Salvatore, Raffaele Gallo, 45 anni, non indagato, è capogruppo del Pd in Regione, oltre a essere componente della Segreteria provinciale e della Direzione nazionale del partito; il primogenito Stefano, 47 anni, anche lui estraneo all’inchiesta, è direttore tecnico amministrativo della Città della salute e della scienza di Torino. La filosofia di papà Gallo è ben riassunta in una sua conversazione con il vicedirettore generale del Comune, Antonino Calvano, che «Sasà» voleva assessore. Il piddino indagato spinge per accelerare le pratiche urbanistiche di alcuni potenziali elettori ed esclama: «Vediamo di vincere il Comune che poi queste cose si risolvono anche con più facilità».
Salvatore, da figlio della Prima Repubblica, si muove nella jungla delle preferenze elettorali con grande disinvoltura. Il centro di gravità del suo potere è l’associazione IdeaTo, da lui fondata nel 2008 (praticamente l’anno di nascita del Pd, di cui rappresenta, di fatto, una potente corrente), che conta iscritti sia tra gli eletti che tra i dirigenti della pubblica amministrazione. Le amministrative del 3-4 ottobre 2021 sono una prova di forza di IdeaTo. «Quel cazzo di Gallo li ha nominati tutti» esclama al telefono Roberto Fantini, dopo la tornata elettorale. E, in effetti, IdeaTo, ha portato in Consiglio comunale Antonio Ledda (988 voti), Caterina Greco (857 voti) e Annamaria Borasi (798 voti), oltre a cinque consiglieri circoscrizionali. Per il giudice il favorevole esito delle votazioni «veniva considerato» da Gallo «quale viatico per acquisire maggiore potere e orientare con ancora maggiore facilità le scelte della pubblica amministrazione». Ma poi le cose non vanno come sperato. Il neosindaco Stefano Lo Russo (che non è coinvolto nelle indagini) non chiama in giunta nessuno del gruppo IdeaTo: preferisce «persone competenti sulle materie specifiche». E allora Gallo punta su altre nomine pesanti, per esempio in società partecipate (come l’azienda dei traposti Gtt) o a Palazzo civico (gli investigatori evidenziano la promozione di Calvano). Nelle more delle trattative spunta il nome di un importante lobbista, molto attivo a Roma, dove riceve all’hotel St. Regis. Un personaggio meno noto di Luigi Bisignani, ma considerato altrettanto influente.
Stiamo parlando di Ignazio Moncada, settantacinquenne originario di Modica, già vicepresidente di una società del gruppo Sitaf e presidente di una controllata di Finmeccanica, consulente e amministratore di un consorzio impegnato nel settore dell’edilizia in Piemonte, rappresentante legale di una società di diritto anglosassone, la Ida Capital e, con Franco Frattini ministro degli Esteri del governo Berlusconi, già membro del comitato strategico del governo italiano per lo sviluppo e la protezione degli interessi nazionali in economia.
Al telefono, Gallo fa sapere a un dirigente della Sitaf, Salvatore Sergi, di avere bisogno di riferirgli (dopo non essere riuscito a contattarlo con l’applicazione criptata Signal) «informazioni acquisite nel corso dei suoi incontri con Roberto Fantini e Ignazio Moncada». In un’altra conversazione al figlio Raffaele, che dichiara di «non avere strumenti sufficienti per contrastare le scelte del sindaco», ricorda che «nel 2011 anche l’ex sindaco Fassino (Piero, ndr) aveva fatto delle resistenze per la nomina» del fratello Stefano «ad assessore allo sport e ai servizi anagrafici, nonostante avesse raccolto il maggior numero di preferenze tra gli eletti del Pd» e che «per farlo tornare sui suoi passi era stato necessario far intervenire Moncada». Aggiunge che pure «in questa circostanza Moncada avrebbe potuto chiedere l’intervento del segretario nazionale del Partito democratico Enrico Letta per fare pressioni su Lo Russo» ed esaudire i desiderata di Raffaele. Rammenta Gallo a proposito di Moncada: «Davanti a me ha preso il telefono… dovevi vedere come lo ha trattato (riferito a Fassino, ndr)… ma guarda che se abbiamo l'acqua alla gola a Ignazio, a Roma, dico “fai una telefonata a Letta”» in modo che «dica al suo "delfino" che si comporti come uomo». Poi l’ex socialista chiede al figlio: «Gli facciamo fare anche una telefonata da Letta, eh? A Ignazio, glielo dico, eh?». Il consigliere regionale invita il padre a temporeggiare, ma in un’altra telefonata Salvatore «afferma di aver già chiesto l’intervento di Piero (Fassino, ndr)» e incita l’interlocutore a fare pressione su Lo Russo.
Il Gip dedica più passaggi al Sistema Gallo. Per esempio scrive che l’indagato «interpreta il tema delle relazioni interpersonali, con una chiave di lettura costante, ovvero la convenienza e il do ut des: non fa mai nulla per nulla». Si attiva «sempre con l’aspettativa di un ritorno» a partire dall’«iscrizione alla propria associazione culturale e l’impegno ad attivarsi in campagna elettorale per sostenere i suoi candidati». Gallo non è, dunque, un «benefattore», né è «animato da autentico spirito solidaristico», è solo «interessato ad avere una vasta cerchia di persone fidelizzate». Per questo è un «dispensatore dei più svariati “favori”». Si preoccupa di far spostare i cassonetti dell’immondizia, di far ripristinare una fermata dell’autobus davanti a un ambulatorio frequentato da anziani, di far ottenere una concessione per una tabaccheria, di far pagare una fattura dall’azienda per cui ha lavorato, di mandare avanti un’autorizzazione per l’ampliamento delle attività specialistiche di un poliambulatorio.
Fidelio evidenzia anche le mosse finalizzate ad «agevolare l’iter di alcune pratiche amministrative pendenti presso enti pubblici (per esempio all’Irccs di Candiolo, ndr)». Ma Gallo non andava solo a caccia di voti. Per il giudice si muoveva «in una logica che è spudoratamente di scambio, utilità e favori in cambio di utilità e favori». Come quando porta a casa sei casse di spumante e champagne o un forno per i locali della sua associazione. Il pm Valerio Longi contesta a Gallo un episodio di estorsione: avrebbe «invitato», grazie alle sue entrature, a un impiegato della Sitaf, candidato in una circoscrizione, a uniformarsi alle scelte politiche di Gallo, minacciandolo, in caso contrario, «di licenziamento o comunque di gravi ripercussioni sulla sua carriera», a partire dal «demansionamento».
A Gallo e a Fantini viene contestato il peculato perché il primo si sarebbe fatto rimborsare dalla Sitalfa 1.750 euro per due ricevute emesse da una trattoria, «consumazioni del tutto estranee all’attività» della società. Per lo stesso reato Gallo è indagato perché si sarebbe fatto consegnare indebitamente almeno 16 tessere di servizio per il transito gratuito sull’autostrada Torino-Bardonecchia, probabilmente pass da distribuire. Infine si sarebbe fatto regalare dall’amico Fantini un treno di pneumatici per la sua auto.
C’è poi la contestazione del voto di scambio condivisa con tale Francesco Anello. A questi Gallo avrebbe garantito una visita specialistica con un ortopedico il giorno successivo al contatto «con la prospettiva di essere operato entro dieci giorni», ingiungendogli in cambio «di procurare almeno 50 voti di preferenza» per la candidata Greco.
Il Gip ha riconosciuto la gravità indiziaria solo per questa accusa (per cui il codice non prevede la custodia cautelare), mentre per quanto riguarda gli indizi relativi alle altre contestazioni, questi non avrebbero raggiunto «il rango di gravità, precisione e concordanza richiesto per l’adozione di una misura cautelare personale».




