I legali dei no Cpr fanno la lezioncina a Piantedosi: «Ignora la Consulta»
Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi (Ansa)

Prima ancora dei medici, gli avvocati sembrano difendere il sistema. Anche quando quel sistema, alla prova dei fatti, ha mostrato falle abbastanza larghe da consentire a stranieri destinati al rimpatrio di evitare l’ingresso nei Cpr.

E così, mentre la Procura di Ravenna continua a indagare sull’ipotesi che dietro alcune certificazioni sanitarie ci fosse un meccanismo organizzato per inceppare le espulsioni, la risposta diventa una lezioncina sui diritti fondamentali e sulla dignità dei migranti. Gli avvocati Francesca Cancellaro e Salvatore Tesoriero, difensori di alcuni dei medici coinvolti negli accertamenti, scelgono di entrare a gamba tesa sulla questione sollevata dalla Verità e raccolta dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in una lettera inviata al direttore Maurizio Belpietro. E lo fanno sul quotidiano Domani liquidando gli interventi annunciati dal titolare del Viminale come «sideralmente distanti» dal compito affidato al legislatore dalla Corte costituzionale e, più avanti, addirittura come un «annuncio elettorale».

Il nodo delle visite mediche nei Cpr

Peccato che Piantedosi avesse posto un problema assai meno ideologico e molto più concreto: garantire la tutela sanitaria senza consentire che la visita medica possa trasformarsi «in un pretesto per eludere la legge e per ostacolare l’esecuzione dei rimpatri». L’attuale procedura legata all’ingresso nei Cpr, infatti, non deriva da norme imposte dal codice civile o penale ma da una circolare emessa qualche anno fa dall’allora ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, per la quale un controllo medico preventivo all’ingresso nei Centri di permanenza per il rimpatrio rappresentava un passaggio utile per evitare la diffusione di malattie o di emergenze sanitarie all’interno delle strutture. Provvedimento di buon senso che ha finito per scontrarsi con i presunti certificati fasulli firmati da decine di professionisti in tutta Italia, secondo quello che per la Procura di Ravenna assume i connotati di un modus operandi ben collaudato.

La posizione di Piantedosi e del governo

Dalle parole di Piantedosi viene fuori l’impegno concreto del governo a evitare il protrarsi di una situazione che – al netto degli sviluppi dell’inchiesta in corso – necessita di regole stringenti, ma soprattutto efficaci. E in ogni caso il ministro aveva tracciato un netto confine tra chi verrà eventualmente accusato di reati specifici e chi, quotidianamente, rispetta e onora il camice che indossa: «Se a Ravenna o altrove verrà accertato che qualcuno ha indossato il camice per fare militanza politica, anziché somministrare cure mediche, ne risponderà davanti alla giustizia, così come meritano rispetto i tanti medici del servizio pubblico, la quasi totalità, che ogni giorno fanno il loro dovere con serietà».

La difesa dei medici coinvolti

Eppure gli avvocati Cancellaro e Tesoriero nelle parole di Piantedosi continuano a leggere altro: «Siamo sicuri che non ci siano stati falsi da parte dei medici che difendiamo e lo dimostreremo nel procedimento penale. Tuttavia non possiamo rimanere silenti di fronte a una campagna, alla quale il ministro si accoda, che calpesta la dignità e la professionalità di medici che hanno messo la cura e quindi la persona al centro del loro dovere».

L’inchiesta della Procura di Ravenna

L’inchiesta era partita nello scorso mese di febbraio con la Procura di Ravenna che aveva iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di falso ideologico otto medici dell’ospedale della città romagnola in relazione ai certificati rilasciati sull’idoneità sanitaria di stranieri raggiunti da un decreto di espulsione e in procinto di essere trasferiti in un Cpr per l’avvio delle procedure per il rimpatrio. Poi, lo scorso 16 settembre, il secondo importante step con i 23 medici sottoposti a perquisizione tra le province di Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese e la polizia alla ricerca, tra documenti, pc e smartphone di carte e chat in grado di confermare l’esistenza di una vera e propria «rete» anti Cpr per impedire il trattenimento di migranti su cui pendeva un decreto di espulsione. Centri di cui non avevano mai varcato l’ingresso per certificate patologie infettive o psichiatriche.

Il medico accusato di associazione a delinquere

Di questi, al momento, solo uno risulta indagato: si tratta del lucano Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla produzione di falsi certificati in concorso con altri tre medici già indagati dallo scorso inverno. E nella giornata di domani è in programma l’udienza in Cassazione per la discussione dei ricorsi delle tre dottoresse del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna interdette dalla professione per dieci mesi. Ricorsi firmati proprio dall’avvocato Salvatore Tesoriero che assiste le indagate insieme alla collega Francesca Cancellaro.

Il tutto in attesa dell’esito delle ulteriori verifiche affidate alla Squadra Mobile che continua ad analizzare il materiale acquisito a settembre. Passaggio fondamentale per capire quale potrà essere l’evoluzione dell’inchiesta.

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