- Per mettere in fuorigioco il leghista, il premier ha tracciato una linea: generalità, astrattezza e retroattività. In base a questi criteri, però, sarebbero da dimissioni pure il bonus elettrico e il condono di Ischia cari al M5s.
- Avviato un «modello 45» sull’acquisizione di una palazzina da parte del politico, che ha ottenuto il finanziamento a San Marino senza accendere alcuna ipoteca.
- Giancarlo Giorgetti prepara il terreno per il Cdm: «Clima persecutorio, qualcosa succederà».
Lo speciale contiene tre articoli.
Il legalese rischia sempre di diventare una supercazzola. Non è il caso del premier Giuseppe Conte, che con le parole ci sa fare e sembra sempre trovare una via d’uscita. Ad esempio, è riuscito a licenziare Armando Siri senza toccare il lato giudiziario della vicenda. In sostanza, nella conferenza stampa del 2 maggio ha detto che il sottosegretario deve lasciare l’incarico non perché indagato, ma per il fatto che è venuta meno la fiducia tra membri di governo. Siri – a detta di Conte – avrebbe operato (poco importa che l’emendamento non sia andato a buon fine) per fare applicare una norma specifica a vantaggio di un singolo imprenditore e soprattutto con un beneficio retroattivo. E questo il governo del popolo non lo fa e non accetta di farlo.
«Ritengo che la politica debba servire a superare gli ismi», ha dichiarato Conte, «e debba valutare caso per caso. Al tempo stesso siamo in grado di dire che il sottosegretario si sia prestato a raccogliere l’istanza di un singolo. È normale ricevere input da associazioni di categoria e rappresentanti di interessi», ha aggiunto il premier, «ma il governo ha il dovere di accettare solo quelle che hanno carattere di generalità, astrattezza e che non implichino effetti di retroattività». Punto. Tutto ciò che non segue questi pilastri per Conte non fa gli interessi del popolo, e come tale va rigettato. Non sappiamo se nell’impegno messo per trovare una giusta causa di licenziamento l’«avvocato del popolo» si sia accorto di aver segnato una linea Maginot che automaticamente mette fuori gioco una lunga serie di decreti e norme che lui stesso ha approvato o di emendamenti sui quali in questi mesi non ha avuto nulla da eccepire.
Cominciamo dalla pace fiscale, approvata all’unanimità dai due azionisti di maggioranza. È una norma dal carattere generale e astratto? Letteralmente parlando, no. Chi ha sempre pagato le tasse non è minimamente interessato dalla rottamazione – o condono che dir si voglia – che, al contrario, tocca aziende e persone fisiche che hanno nome e cognome e che retroattivamente scoprono un importante beneficio. Non pagano multe né sanzioni. Lo scorso maggio, prima che Conte salisse al Colle, alcuni giornali tra cui L’Espresso avevano raccontato di pendenze con Equitalia. Conte avrebbe avuto cartelle per circa 50.000 euro. La smentita dei suoi portavoce fu poco chiara, e in ogni caso garantirono che tutto si era risolto nel 2011. Se invece ci fossero state ancora rate apparirebbe chiaro che il beneficio di cui il premier avrebbe goduto. In ogni caso, la pace fiscale è quanto di più retroattivo di possa immaginare. Esattamente come il cosiddetto condono Ischia. Nei tre Comuni dell’isola negli anni scorsi sono state presentate secondo Legambiente 28.000 domande di regolarizzazione. Di queste ce ne sarebbero poco meno di metà inevase. Dentro il decreto sul ponte Morandi a un certo punto appare un comma che avrebbe cambiato le carte in tavola. Una costruzione abusiva in un’area sottoposta a vincoli oppure a rischio idrogeologico stando al condono del 2003 non avrebbe potuto essere sanata, mentre facendo riferimento a quello del 1985 (epoca Craxi) avrebbe passato l’esame. Ecco che l’aggiunta sponsorizzata da Di Maio in persona avrebbe cancellato i vincoli del condono Berlusconi e riportato indietro le lancette ai tempi del Pentapartito. Sul condono si sono poi scatenate le ire della Lega e non si è fatto nulla. Secondo la linea tracciata da Conte, anche Di Maio si sarebbe dovuto dimettere? Il provvedimento non avrebbe avuto carattere generale né astratto, e soprattutto l’effetto sarebbe stato tangibilmente retroattivo.
Allarghiamo lo zoom su un altro decreto che ha fatto tanto discutere. Un breve emendamento alla manovra inserito sotto la voce «incentivi alla pesca», ha lanciato la prima ipotesi di ecotassa sulle vetture con motore a scoppio. Ha spaccato l’aula del Parlamento e pure la maggioranza. Il leader leghista, Matteo Salvini, si era detto contrario in toto all’idea di coprire incentivi alle vetture elettriche con una imposta sul rimanente parco macchine. Di Maio, accompagnato dal sottosegretario all’Economia, Laura Castelli, aveva invece difeso l’emendamento, promettendo qualche modifica. Altri esponenti grillini, compreso Danilo Toninelli, avevano insistito sulla linea degli incentivi, negando addirittura si trattasse di una tassa. Di chi era la mano del firmatario? Davide Crippa, esponente grillino, sottosegretario al Mise e ingegnere ambientale. Nel 2010 ha fondato una piccola società dal nome non casuale: Negawatt sas. Ha lasciato l’impresa (dove lavorano i suoi ex soci) per evitare conflitti d’interessi. Solo che ora l’azienda lavora per Tesla che, guarda caso, produce batterie elettriche. Non stiamo a ribadire che la linea Maginot di Conte qui si sbriciola come niente. Eppure il premier non è intervento. Così come non è intervenuto nemmeno quando nel Ddl Bonafede si cercò di inserire un comma che sembrava scritto su misura per Davide Casaleggio per garantirgli il controllo del Movimento. «Sono equiparate ai partiti e movimenti politici le fondazioni, le associazioni e i comitati, la composizione dei cui organi direttivi sia determinata in tutto o in parte da deliberazioni di partiti o movimenti politici ovvero che abbiano come scopo sociale politiche pubbliche», si leggeva nel comma 1 e 2 dell’articolo 9. In pratica nella norma l’astrattezza c’è, ma l’interesse del popolo è molto più complicato di rintracciare. Se poi ci mettessimo ad applicare il modello Conte definito lo scorso maggio, di politici seduti sulla poltrona ne resterebbero probabilmente ben pochi.
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