- I tempi medi di liquidazione degli assegni si allungano e quelli reali arrivano a 8 mesi per i dipendenti pubblici. Da Sondrio alla Sicilia, le proteste si moltiplicano. Un esperto alla «Verità»: «I tempi medi sono raddoppiati. Beffato pure un ex ministro di Paolo Gentiloni. Ma c’è un meccanismo che consente di occultare le lungaggini». Ecco come…
- È profumatamente pagato (466.000 euro dal 2014) per far funzionare il sistema previdenziale italiano. E invece il presidente Inps preferisce fare il militante, dicendo la sua su tutto, con la scusa dell’autonomia dei tecnici.
Lo speciale contiene due articoli
«Respingere una domanda di pensionamento entro i termini indicati dalla Carta dei servizi e riprenderla in carico subito dopo». In questo modo si possono eludere i sistemi informatici, che non registrano i ritardi. Una fonte molto ben informata sul funzionamento dell’Inps ha raccontato alla Verità che nell’istituto previdenziale si sarebbe diffuso questo astuto trucchetto, che limita l’incidenza statistica del fenomeno dei ritardi nell’evasione delle domande e nell’erogazione degli assegni che spettano agli utenti.
Secondo i dati che l’Inps ha trasmesso alla Verità, i tempi medi di lavorazione delle pratiche sono aumentati solo di poco tra il 2016 e il 2017, da 26 a 32 giorni. L’ente imputa i lievi ritardi all’«impatto» di misure come l’Ape social e volontaria e all’aumento «dei volumi di domande di pensione di gestione privata». Per quanto riguarda la liquidazione delle pensioni dei dipendenti pubblici, l’Inps segnala netti miglioramenti tra 2015 e 2018: da 28 a 20 giorni e dal 74% all’84% di pensioni pagate entro i 34 giorni dalla decorrenza della domanda. L’istituto, comunque, non esclude che «possano esservi casi singoli di particolare complessità», specie nei cumuli «con altre casse non Inps»», che «a volta portano a tempi insostenibilmente lunghi».
Lunghi, forse, come quelli di cui ci ha parlato il «tecnico» che abbiamo interpellato (e che ci ha chiesto di rimanere anonimo). A suo avviso, i ritardi reali sarebbero ben più consistenti: «Fino a qualche anno fa», ci ha spiegato, «una volta accolta la domanda, le pensioni venivano pagate dopo massimo 30 giorni per il settore privato e dopo massimo 4 mesi per il pubblico. Adesso siamo arrivati a 3 mesi nel privato e 8 mesi nel pubblico». E tra le vittime delle lungaggini dell’ente presieduto da Tito Boeri ci sarebbe, ironia della sorte, pure «un ex ministro del governo Gentiloni, professore universitario», in attesa da ben 8 mesi che la sua domanda di pensionamento sia processata. Il tutto sarebbe mascherato dal gioco delle tre carte con i sistemi informatici. A tal proposito, non possiamo affermare con certezza che sia la «casa madre» a chiedere di barare. E siamo sicuri che la stragrande maggioranza dei dipendenti agisca con correttezza. La nostra fonte ci ha descritto l’espediente come una «difesa per gli errori» che «il centro» tollera e «copre». Il presidente del Consiglio di vigilanza dell’Inps, Guglielmo Loy, ci ha confermato che il problema dei ritardi esiste. Loy ha ipotizzato che le «pressioni» subite dai dipendenti a garantire certi indici di produttività potrebbero spingerli a ricorrere allo stratagemma informatico. Non sarebbe un qualcosa di «patologico», ci ha detto Loy, ma è plausibile che ai piani alti ne siano informati. Giuseppe Conte, dirigente del settore relazioni esterne dell’Inps, raggiunto dalla Verità ha ammesso che, specialmente nel caso degli assegni pensionistici in regime di cumulo, l’ente previdenziale sta incontrando «grossi problemi». «Ma mi sembra molto strano», ha proseguito, «che qualcuno applichi il trucchetto» di respingere e poi riprendere in carico le domande, «perché i fascicoli conservano il numero di protocollo dopo la bocciatura».
Basta dare un un’occhiata in giro per l’Italia, però, per rendersi conto che il problema delle pensioni pagate in ritardo è diffuso. A Palermo, ad esempio, i sindacati di categoria sono da mesi in agitazione. «Vuole sapere il caso più eclatante? Un uomo che da 5 anni non riceve la pensione definitiva». Ce l’ha riferito Mimmo Di Matteo, segretario generale della Cisl di Palermo e Trapani. «C’è un pensionato che da 8 anni non percepisce gli assegni familiari che gli spettano. Altri, nelle sue condizioni, sono in attesa da 5 anni. E poi c’è un signore che ha avuto la domanda per l’Ape social accolta con decorrenza da settembre 2017, ma che ancora non vede un quattrino». Tutto ciò ha conseguenze disastrose sui bilanci familiari. Anche perché i pensionati sempre più spesso devono farsi carico di figli disoccupati. Che significa restare per mesi, o per anni addirittura, senza reddito? O si intacca il gruzzoletto accantonato con i sacrifici di una vita, o, se manca pure quello, diventa un problema mettere insieme pranzo e cena. In una parola: povertà.
Concetta Balistreri, della Cgil pensionati palermitana, ci ha confermato i disagi: «Dalle nostre parti, per la quota di reversibilità spettante a figli disabili o studenti passano anche due anni». Sono soldi che per chi ha perso un genitore possono essere fondamentali e condizionare scelte decisive: ad esempio, se e dove andare all’università. «Anche poche centinaia di euro», hanno ribadito tutti i sindacalisti che abbiamo ascoltato, «oggi come oggi possono fare la differenza per una famiglia». La causa dei ritardi? «La carenza di personale Inps provocata dal blocco del turn over», ha spiegato ancora Di Matteo, «ma anche la scelta di sparpagliare sul territorio una serie di servizi. Ci sono pratiche per l’Ape sociale che da Palermo vengono trasmesse a Trapani, altre per gli assegni familiari che finiscono ad Agrigento».
Lo scorso gennaio, un allarme era partito pure dal patronato della Cisl di Sondrio: «Ci sono pratiche che risalgono a luglio», ritardi di 6 mesi nella liquidazione degli assegni pensionistici, attese di 120 giorni per i frontalieri e altri intoppi per pagare la disoccupazione. La disoccupazione: l’unico sussidio che dà un po’ di respiro a chi ha perso il lavoro. Una situazione che non si è ancora sbloccata. Il direttore del patronato Cisl, Luca Moraschinelli, ci ha detto che da quando, ad agosto, è stato aperto a Bergamo un polo regionale per la gestione delle pratiche dei frontalieri, le cose hanno iniziato a migliorare. «Solo che lì evadono le pratiche da settembre in poi. Quelle vecchie continuano a giacere a Sondrio». Per Moraschinelli il problema dei ritardi, un tempo circoscritto, riguarda ormai tutta la Lombardia: «In una città come Milano i ritardi erano considerati normali. In una piccola provincia come Sondrio no. Ecco perché la gente è esasperata». Anche qui evocano le carenze di personale: «L’Inps di Sondrio ha lo stesso organico di 15 anni fa ma deve gestire anche le pratiche ex Inpdap, più tutti gli altri bonus e sussidi». Il direttore del patronato Cisl, però, ci ha raccontato anche di essere stato testimone di casi in cui le domande sono state respinte in prossimità della scadenza «regolare», per poi essere di nuovo prese in carico: «Erano pratiche difettose per colpa delle aziende che le avevano compilate. Però non posso escludere che si ricorra a questo stratagemma per migliorare le statistiche Inps. In ogni caso, quando ci sono problemi tra l’azienda e l’istituto previdenziale, mi piacerebbe che queste cose vengano risolte tempestivamente, senza che al lavoratore, che vede la sua domanda respinta, debba prendere un coccolone».
Non sembrano passarsela meglio in Sardegna, dove lo scorso giugno si segnalavano 23.000 pratiche giacenti e sportelli intasati. A Oristano, per processare le domande di pensione in convenzione internazionale, avanzate cioè da chi ha lavorato anche all’estero (come i frontalieri di Sondrio), l’Inps fa aspettare gli utenti fino a tre anni. Una situazione insostenibile che aveva spinto Antonio Cubeddu, direttore dell’Inca Cgil, a indirizzare una lettera a Boeri a nome dei patronati locali, minacciando la messa in mora dell’istituto di previdenza.
La giustificazione ufficiale per ogni disservizio è appunto quella della scarsità di personale. C’è stata la fusione con l’Inpdap, le pratiche da gestire si sono moltiplicate e, dopo il blocco del turn over, l’età media dei dipendenti è arrivata a superare i 53 anni. Tutto vero, ma la nostra fonte ci ha informato che c’è di più.
Tipo una circolare interna, che dispone la rotazione ogni tre anni di dirigenti e funzionari: così si disperderebbe, a suo parere, l’esperienza di chi ha già lavorato sui faldoni, dirottandovi personale che ha svolto altre mansioni e quindi non è adeguatamente preparato. Tanto c’è sempre il famoso trucchetto per celare i ritardi al sistema informatico.
Comunque stiano le cose, è significativo che dal sindacalista siciliano, a un tecnico vicino ad ambienti ministeriali, alla fonte che ci ha svelato gli altarini dietro l’affare dei ritardi Inps, tutti, ovviamente senza conoscersi, siano stati concordi nell’attribuire la responsabilità degli intoppi alla condotta di Boeri. Il segretario della Cisl palermitana ha puntato il dito sulle operazioni di facciata dell’Inps. Un dirigente di un importante dicastero ci ha ragguagliato sulle polemiche che investirebbero l’operato del presidente dell’istituto, più attento alle «capacità analitiche» dell’ente che alla sua struttura amministrativa. E il nostro insider della previdenza sociale ci ha parlato esplicitamente di un Boeri che pensa «a fare comunicati stampa», a entrare a gamba tesa in politica, piuttosto che a organizzare l’impianto amministrativo dell’istituto. Ma un pensionato che rimane senza reddito per mesi, di un militante a capo dell’Inps non sa che farsene.
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