Produrre più energia di quanta se ne consuma doveva essere un affare. Ma la realtà smentisce le promesse green. In caso di surplus a riscuotere è l’Agenzia delle entrate. E pure le sei ore di corrente gratis sono un bluff.

Salvare il pianeta finisce per essere un atto di beneficenza a carico dei contribuenti. Sempre ammesso che appiccicando un pannello solare sul tetto o devastando un campo di grano per sostituirlo con le fotocellule serva a qualcosa. Di sicuro non è conveniente.

Non più tardi di una settimana fa Tony Blair, il guru della sinistra liberal, l’uomo più politicamente corretto dell’orbe terracqueo, ha fatto sapere che «pensare di salvare il mondo riducendo le emissioni è una bufala colossale». E quasi come fosse una nemesi rispetto al vangelo gretino – inteso come il verbo dei seguaci della setta di Greta Thunberg che albergano pasciuti dalle lobby a Palazzo Berlaymont a Bruxelles – la Spagna è rimasta al buio per eccesso di rinnovabili. Un dato che va tenuto a mente per smontare una bufala circolata qualche ora fa in Italia.

Come si sa il Green deal voluto dalla baronessa Ursula von der Leyen era ed è in gran parte a carico dei cittadini che devono rifare il cappotto termico alle case, cambiare l’auto e dotarsi di impianti di energia rinnovabile. Sono 150.000 euro a famiglia, se bastano. E allora per invogliare alla conversione verde è passato l’annuncio: spendente oggi, ma vi trovate un vantaggio certo domani e consegnate ai vostri figli un mondo pulito. Fin quando non si scopre che è una balla. In Italia lo raccontano tanto Gse, che è di proprietà del ministero dell’Economia, quanto l’Agenzia dell’Entrate, che deve trovare i soldi per il ministero medesimo. Compito di Gse è la «promozione e lo sviluppo delle fonti rinnovabili». Ma a domanda precisa: se io produco più energia di quanta ne consumo ci pago le tasse? La risposa è sì. In fatto di luce e gas in Italia non si scappa: si paga troppo, si paga tutto, forse anche di più. Stando ai pannelli solari la faccenda è chiarissima e lo ha detto anche l’Agenzia delle entrate. Se si ha un impianto domestico (dunque sotto i 20 Kilowatt) e si fa scambio sul posto cioè si cede l’energia che si è prodotta in un determinato momento, salvo poi richiederla in un altro momento, l’operazione è fiscalmente neutra se il saldo è pari. Ma è l’unica. Perché se si cede al Gse una parte dell’energia in regime di «ritiro dedicato» o se dallo scambio c’è un surplus a vantaggio del privato, gli introiti diventano «redditi diversi» e vanno indicati nel 730 e sono tassati in base all’aliquota che grava su quel contribuente. Se poi, pur non essendo un operatore economico, si cede al Gse tutta l’energia prodotta con i nostri pannelli magari installati sulla casa al mare, allora – spiega l’Agenzia delle Entrate – «l’attività energetica si considera attività commerciale abituale e le somme percepite costituiscono reddito di impresa; il soggetto responsabile dell’impianto dovrà aprire partita Iva, fare fatture e via adempiendo». Ma non è finita perché queste somme vanno aggiunti agli eventuali contributi ricevuti per l’installazione dei pannelli. Perciò nel 2024 il numero di nuovi impianti connessi è diminuito del 25% e – spiegano gli esperti – «la fine del Superbonus è all’origine della riduzione della potenza del 21% rispetto al 2023». E quello che incassa il fisco non sono pochi spiccioli perché in Italia – dati Gse 2023 – si è avuto un auto-consumo di 7.498 Gigawat, a fronte di quasi 30.300 Gigawat prodotti.

E bisognerebbe far di conto quando promettono sei ore di energia gratis. Il primo maggio, dalle 11 alle 17, il costo dell’energia era zero. Sei ore su un bimestre – è la frequenza delle bollette – sono lo 0,41% del potenziale consumo. Ma ciò che è stato proposto come omaggio è una precauzione del sistema. Ormai è chiarissimo che in Spagna il blackout si è prodotto perché il picco di produzione di rinnovabili che non sono stabili ha fatto saltare tutto. Il primo maggio a fabbriche chiuse in Italia si è cercato di incrementare i consumi domestici per evitare il blackout. Siamo alle solite del green deal: ci fanno credere d’averci fatto un favore.

Anche sul gratis, intendiamoci: in Italia sulle bollette a zero consumi non corrisponde mai zero fatturazione. La ragione è semplice. Il consumo reale di energia incide sulla bolletta per appena il 38,4% dell’importo perché la «fattura» è fatta per il 32,6% dai costi di trasporto e gestione del contatore, per il 20% per gli oneri di sistema e per il 9% dall’Iva. Queste sono voci che si pagano a prescindere dal consumo. Perciò le famose sei ore gratis sono sostanzialmente una presa in giro.

Va aggiunto che gli oneri di sistema sono altri favori che si fanno alle energie rinnovabili perché servono a pagare il supporto alle energie «verdi» con incentivi per lo sviluppo di fonti rinnovabili e assimilate, i contributi al settore ferroviario con agevolazioni tariffarie – quando i treni arrivano in ritardo sappiate che avete già dato – e infine offrono sostegno alla ricerca con fondi destinati ai progetti di innovazione energetica. Viene il sospetto che la ricerca sia indirizzata anche a trovare nuovi modi per spillare quattrini ai contribuenti. In fin dei conti un pannello solare alla fine è un contatore che gira a vantaggio del fisco.

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