Il cambio dei veicoli farebbe calare l’anidride carbonica della quantità che la Cina produce con le nuove centrali: con la scusa del clima si apre un nuovo mercato.

Il voto del Parlamento europeo di qualche giorno fa ha avviato il processo che porterà entro il 2035 all’eliminazione nell’Unione europea degli autoveicoli a combustione interna, a tutto vantaggio dell’auto elettrica. Soddisfazione è stata espressa dalle forze della maggioranza europea di centrosinistra e dai vertici delle istituzioni comunitarie, dall’olandese Frans Timmermans, grande sponsor dell’operazione, alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Le forze politiche di centrodestra hanno votato contro, ma sono minoranza in Parlamento. Ora manca solo il via libera definitivo da parte dei governi riuniti nel Consiglio Ue, che non mancherà.

I problemi discendenti da questa epocale decisione sono enormi e questo giornale ne ha parlato più volte. Oltre alla soppressione di centinaia di migliaia di posti di lavoro, la domanda di energia elettrica aumenterà sino a raddoppiare, per cui sarà necessario installare molta più potenza elettrica rinnovabile di quella attualmente prevista per sostituire le centrali a gas e carbone. Poi, vanno adeguate le reti di trasporto e distribuzione dell’energia elettrica. In aggiunta alle pompe di calore che l’Europa vuole imporre, che necessitano di energia elettrica, la ricarica dell’auto nel box di casa richiederà certamente un aumento di potenza disponibile per ogni contatore. Inoltre, il bilanciamento della rete elettrica sarà critico. Il gestore della rete avrà parecchio da fare per evitare blackout quotidiani e i costi saranno molto alti. La transizione ecologica europea, di cui l’auto elettrica è uno dei tasselli, ci mette nelle mani della Cina ben più di quanto il petrolio ci abbia messo nelle mani del Medio Oriente fino a oggi.

Tralasciamo qui infinite altre questioni (costi, materie prime, infrastruttura di ricarica) e concentriamoci su un punto: perché fare tutto questo? Perché, dice Bruxelles, dobbiamo andare verso le emissioni zero di CO2, gas che secondo la scienza favorisce l’innalzamento della temperatura terrestre e porta a sconvolgimenti climatici.

Guardiamo allora alla CO2. Consideriamo i dati del Global carbon project (Global carbon budget 2022), che calcola le emissioni mondiali di CO2 generate dalle attività umane. Secondo il Gcb, nel 2022 l’Ue è stata responsabile del 7,5% delle emissioni antropogeniche di CO2, cioè 2,8 miliardi di tonnellate su un totale mondiale di circa 37,5 Gt/anno. Secondo i dati ufficiali della Commissione europea, il trasporto stradale da solo è responsabile di circa un quinto delle emissioni totali nell’Ue, cioè 560 milioni di tonnellate di CO2 nel 2022 (1,5% delle emissioni globali).

Questa quantità di CO2 equivale alle emissioni di 80.000 MW di potenza elettrica a carbone, cioè poco più della potenza elettrica a carbone che la Cina ha in programma di aprire entro il 2023 (73.000 MW, fonte China electricity council).

Cosa significa in pratica? Immaginiamo di svegliarci domattina in un’Europa in cui tutti i 268 milioni di veicoli circolanti nell’Unione europea siano stati rottamati e sostituiti da un veicolo elettrico. Supponiamo cioè di spendere oggi, noi europei tutti insieme, gli oltre 8.100 miliardi di euro (stima per difetto) necessari per sostituire l’intero parco auto attuale con le nuove auto elettriche. Fatto ciò, ipotizzando che il bilancio del ciclo di vita dell’auto elettrica, ricariche comprese, sia a emissioni zero (cosa che non è), l’Unione europea cancellerebbe ogni anno la stessa quantità di CO2 che nel frattempo la Cina ha emesso dalle sue nuovissime centrali a carbone partite nel 2023 e che funzioneranno per 30 anni.

Se è così, che senso ha tutto questo? Ha senso affrontare una costosissima e dolorosa conversione industriale sul presupposto che questa serva a tagliare una quantità marginale (se non ridicola) di CO2, che intanto altri nel mondo non si fanno problemi a emettere? Rispetto all’obiettivo, si tratta di uno sforzo immane, spropositato e totalmente illogico.

Tutto cambia se invece si considera la transizione ecologica per quello che è: un ricco mercato vergine, creato da un salto tecnologico radicale, rinforzato da obblighi di legge. È la distruzione creatrice di Joseph Schumpeter, cioè quel movimento dell’economia dei capitali che con innovazioni tecnologiche trasforma i cicli produttivi rivoluzionando i mercati esistenti. In questo brodo primordiale economico, le aziende meno efficienti e quelle che non si adatteranno al cambiamento periranno, altre nuove nasceranno e le più forti si rafforzeranno ulteriormente.

Nel caso dell’auto elettrica alimentata a fonti rinnovabili, l’obbligo legale di raggiungere supposti obiettivi, togliendo di mezzo per legge altre tecnologie o fonti di energia, rappresenta una polizza di assicurazione contro i rischi del mercato e della concorrenza. C’è ben poco libero mercato in tutto ciò e molta attività di lobby. Poiché la mobilità individuale è un bene la cui domanda è abbastanza rigida, non essendoci alternative le auto elettriche saranno vendute. Forse se ne venderanno un po’ di meno, ma con margini unitari più ricchi: le case automobilistiche sono aziende, e alle aziende interessano gli utili. Come per la direttiva europea sull’efficienza energetica delle abitazioni, anche in questo caso la decarbonizzazione è una giustificazione per rianimare mercati morenti. Dopo l’edilizia, l’automobile: guarda caso, i due mercati alla base del boom economico del secondo dopoguerra. Bruxelles può smettere di parlare della lotta al cambiamento climatico, dica invece la verità. «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi», dice Tancredi Falconeri nel Gattopardo. Questo è il movente. La salvezza del pianeta è solo un cinico pretesto.

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