Rinchiuso Speranza, riapre l’Italia
  • Mario Draghi si tiene vicino il ministro chiusurista mentre demolisce la linea di Leu e Pd, smentendo così anche i retroscena sullo schiaffo a Matteo Salvini. Decisivo il pressing del centrodestra e dei governatori, guidati da Massimiliano Fedriga.
  • Arriva il cambio di rotta: scuole e atenei in presenza, tra maggio e giugno si potrà andare in palestre e piscine. Mr Bce: «Rischio calcolato, non faremo passi indietro».
  • Esistono protocolli per minimizzare i rischi di contagio negli esercizi pubblici. E bisogna sfruttare al massimo gli spazi all’aperto.

Lo speciale contiene tre articoli.

E adesso, pover’uomo? Il 12 aprile, parlando con Repubblica, aveva rinviato all’estate il ritorno degli italiani alla libertà e aveva scavato l’ultima trincea temporale: «In aprile conviene tenere ancora la massima prudenza», aveva detto Roberto Speranza, «mentre da maggio, a seconda dei parametri del contagio e della capacità di vaccinare i fragili ci possono essere le condizioni per misure meno restrittive come quelle della zona gialla». Due giorni dopo, sul salvifico crinale di maggio, il ministro della Salute aveva piantato addirittura la sua bandierina rossa, per quanto sforacchiata dalle ultime polemiche: «Io credo che sia lecito aspettarsi delle riaperture per maggio», aveva dichiarato a Porta a porta, «ma comunque verificheremo i dati giorno per giorno». Anche giovedì scorso, parlando alla Camera, Speranza aveva confermato l’invito alla prudenza, alla cautela, alla riflessione sui dati che ancora non erano abbastanza tranquillizzanti, a partire dalle terapie intensive «che sono ancora al 41% di occupazione».

Ieri pomeriggio, invece, il ministro della Salute è stato sonoramente smentito: la sua ultima trincea è stata travolta, la bandierina rossa strappata e atterrata. Al termine di una «cabina di regia» particolarmente accesa, e forse con un sottile filo di crudeltà, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha voluto Speranza accanto a sé nella conferenza stampa con cui ha annunciato agli italiani che dal 26 aprile tutto cambia, e finalmente potranno riaprire scuole e ristoranti (anche a cena), teatri e cinema, purché all’aperto: «Penso si possa guardare al futuro con prudente ottimismo e con fiducia», ha sorriso Draghi. «Per questo, le nostre decisioni sostanzialmente anticipano al 26 aprile l’introduzione della zona gialla».

Questo significa, ha sottolineato il premier, che «c’è un cambiamento rispetto al passato: si dà precedenza alle attività all’aperto e alle scuole, che riaprono in presenza nelle zone gialle e arancioni, mentre nelle zone rosse restano in parte a distanza». La decisione è chiara, insomma, e segna una vera svolta: «Il governo», ha spiegato Draghi, «ha preso un rischio ragionato, con i dati in miglioramento: un rischio che certamente incontra le aspettative dei cittadini». Lo sconfitto Speranza, accanto a lui, guardava nel vuoto.

Il vertice di governo che in mattinata aveva preceduto l’annuncio della svolta era stato a dir poco agitato. Nella cabina di regia, al grido «ma perché volete continuare a tenere prigionieri gli italiani?», chiedevano di riaprire tutto già da lunedì 26 aprile sia la Lega, con il ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti, sia Forza Italia con il ministro delle Autonomie, Mariastella Gelmini. L’opposto fronte delle chiusure a oltranza, insieme a Speranza (in rappresentanza politica di Articolo 1, il partitino di cui è segretario) vedeva arroccati il ministro Pd della Cultura, Dario Franceschini, e il grillino Stefano Patuanelli, responsabile dell’Agricoltura. Alla fine il centrosinistra «chiusurista» ha dovuto accontentarsi di conservare il coprifuoco alle 22. Ed è stato evidente a tutti che la mediazione di Draghi ha accolto le richieste del centrodestra «riaperturista», così smentendo anche i retroscena del Corriere della Sera, della Stampa e di Repubblica, dove proprio ieri si leggeva che il premier avesse invitato il leader leghista Matteo Salvini a «smettere di fare dispetti» al governo.

Il risultato finale è ben diverso: ieri dalla partita è uscito disastrosamente sconfitto il povero Speranza, ed è stato battuto anche e soprattutto il Pd, che negli ultimi mesi ha instancabilmente predicato l’ideologia delle chiusure. Perché si potesse minimamente pensare a riaprire, ancora negli ultimi giorni il segretario Enrico Letta aveva piantato una sua invalicabile linea Maginot su due condizioni lontanissime: «La prima è aver vaccinato tutti gli over 60», aveva stabilito, «e la seconda che il tasso dei contagi sia attorno o sotto i 50 ogni 100.000 abitanti per sette giorni di fila». Ieri, pochi minuti dopo l’annuncio della svolta da parte del premier, Letta s’era già rimangiato tutto: «La road map delle riaperture in sicurezza annunciata da Draghi e Speranza», ha dettato alle agenzie, «va nella direzione giusta».

Sulla svolta di Draghi (che ieri ha anche chiuso all’ipotesi di un’accelerazione sull’agenda delle norme «etiche», come la legge Zan), pare abbia avuto un ruolo significativo l’avvicendamento alla presidenza della Conferenza delle Regioni avvenuto una settimana fa tra Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna per il Pd, e Massimiliano Fedriga, esponente leghista al vertice del Friuli Venezia Giulia di cui Draghi ha apprezzato l’approccio pragmatico.

Ieri pomeriggio, Fedriga ha rivendicato le riaperture del 26 aprile come «una proposta delle Regioni che trova successo». E ha spiegato che sono state le Regioni a lanciare l’idea di «un periodo sperimentale di aperture almeno per tutte le attività che si possono svolgere all’aperto, dove si riduce drasticamente la possibilità di contagio», per cercare di «dare ossigeno alle categorie più colpite dalla pandemia». Tornare a lavorare, in effetti, è la loro sola speranza (con la s minuscola).


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