Preparano il cappio. Servirà a ricattare tutti i governi futuri
  • Altro che Mes «light»: sottoscrivere il Salvastati ci metterà sotto tutela. E a farne le spese saranno i prossimi esecutivi.
  • La proposta di legge per abrogare il Fondo svanita nel nulla. Il tema è diventato tabù?

Lo speciale contiene due articoli.

Lo scontro al calor bianco sul tema dell’accesso ai prestiti del Mes prosegue senza sosta e, probabilmente, si accentuerà sempre più in vista del decisivo Consiglio europeo del 23 aprile.

Si fa largo, sempre più largo, il racconto farlocco del «regalo» di 36 miliardi per gli ospedali, all’insegna dell’«a caval donato non si guarda in bocca» di Romano Prodi. E la pressione sul M5s e sulla tenuta della maggioranza politica rischia di divenire insostenibile, soprattutto dopo che Vito Crimi non ha usato mezze misure: «Il Mes senza condizionalità non esiste».

Allora, sulla vicenda conviene essere netti. Crimi ha ragione. E sorge il dubbio che chi sostiene il contrario, nel migliore dei casi, sia semplicemente ignorante o, peggio, in malafede. Giova ripetere che il comunicato del presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno è stato discusso parola per parola per tre giorni, prima di arrivare al testo definitivo. Non è possibile che «si applicano le disposizioni del Trattato del Mes» (punto 16) sia stato scritto a caso. Oppure che sia anche casuale la frase «dopo la fine della crisi da Covid-19 gli Stati membri si impegneranno a rafforzare i fondamentali economici e finanziari coerentemente col quadro di sorveglianza macroeconomica, inclusa la relativa flessibilità». Chi l’ha scritta parlava a nuora affinché suocera intendesse, e aveva ben chiaro il funzionamento del Trattato sul Mes. Che ha un unico principio informatore scolpito dappertutto, da cui non si può prescindere: «La rigorosa condizionalità». Per cui, chi intende ricevere prestiti senza condizioni, ossimoro a parte, decida: o riesce in pochi giorni a scrivere un altro Trattato o si prende il Mes in purezza. Tertium non datur.

La lettura delle linee guida del Mes (5 pagine e 7 articoli), sull’assistenza finanziaria precauzionale taglia la testa al toro, e spiega per bene quale sia la trappola in cui si sta infilando il nostro Paese. Il Mes ha due linee di assistenza finanziaria: una precauzionale (Pccl) e una rafforzata (Eccl). E i prestiti «per gli ospedali» sono, in modo sospetto, erogati con quest’ultima linea (Eccl). L’ammissione alla prima linea è soggetta solo al rispetto di specifiche condizione predefinite di ammissibilità: la principale è il rispetto del Patto di stabilità e dell’obiettivo di medio termine di saldo di bilancio pari al +0,5% del Pil. La linea rafforzata, disponibile per chi non rispetta i criteri di ammissibilità precedenti, richiede invece un programma di misure correttive «alla greca».

La concessione del prestito passa dalla preventiva definizione di queste condizioni in un protocollo di intesa, che il beneficiario negozia con la Commissione, la Bce e, laddove possibile, anche il Fmi. Si presume che, nel caso specifico, questo protocollo d’intesa dovrebbe contenere solo il vincolo di destinazione del prestito per costi sostenuti per assistenza sanitaria cura e prevenzione per il Covid-19. Fin qui, tutto bene.

Ma, poiché il Trattato continua ad applicarsi, e non è sospeso come crede o finge di credere David Sassoli, il Paese beneficiario, per tutta la durata del prestito, è sottoposto a un intenso scrutinio, cosiddetta «sorveglianza rafforzata», addirittura con missioni specifiche della Troika per verificare la solidità delle sue finanze. E qui scatta la trappola. Se «il sistema di allerta» (articolo 136, comma 6) lancia segnali preoccupanti, il Board del Mes valuta se mantenere la linea di credito e può addirittura revocarla. A quel punto al Paese sarà richiesta l’adozione di un programma di aggiustamento macroeconomico in piena regola a cui inizialmente non era stato assoggettato. E tale programma può in seguito anche essere ulteriormente modificato a maggioranza qualificata dal Consiglio. È la logica ferrea che seguirebbe qualsiasi creditore.

Perché porre questa rigida ipoteca sulla residua agibilità della politica economica del nostro Paese, per una somma pari al 2% del nostro Pil? La risposta è semplice e spietata: cosa c’è di meglio per condizionare un prossimo governo, probabilmente meno subalterno ai diktat dell’Europa, come accadde nel 2018? La forca è già pronta. Ce lo spiegò a novembre 2019, con voce dal sen fuggita, il professor Giampaolo Galli: «Le regole formali (Patto di stabilità e crescita, Fiscal compact) non hanno funzionato, talché alcuni Paesi hanno continuato ad accumulare debiti la cui sostenibilità nel tempo è sempre più dubbia […] L’idea dunque è che prima di fare operazioni che comportino condivisone di rischi – ad esempio, l’assicurazione comune sui depositi o un bilancio dell’Eurozona con finalità di stabilizzazione – occorre indurre i Paesi devianti a ridurre i rischi. Un passaggio essenziale di questa strategia consiste nello spostare l’asse del potere in materia economica dalla Commissione europea, considerata troppo politicizzata, a un organismo intergovernativo e teoricamente più tecnico quale il Mes». Lo stesso Galli che ieri ha scritto su Twitter «lo spread è salito quasi a 240. Sicuri che si debba continuare con la lagna noMes?».

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, il Mes serve a metterci sotto tutela in vista di un ipotetico strumento di debito comune. Ma rischiamo di fare la fine già fatta nel 2011 con Tremonti, che firmò il primo Mes senza eurobond, nel 2013 con Letta, che firmò il bail in senza garanzia sui depositi, e Conte nel 2019, che stava per firmare la riforma del Mes, senza alcun pacchetto.


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