- I ritardi non sono colpa dell’Italia, ma di un programma rigido e scollegato dalla realtà. E che farà alzare ancora i prezzi.
- Molti bandi vanno deserti anche perché in edilizia è impossibile applicare certi criteri.
Lo speciale contiene due articoli.
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è in ritardo. La notizia, rafforzata l’altro ieri dalla consueta relazione della Corte dei conti, ha fatto il giro delle sette chiese. L’opposizione si è stracciata le vesti, la maggioranza ha tenuto a precisare che ora sarà possibile andare a Bruxelles per trovare soluzioni più vicine alla realtà o adeguate alle esigenze del nostro Paese. I competenti eurofili e spesso terzopolisti che approcciano le decisioni della Ue come si maneggia un dogma – inutile dirlo – puntano il dito sul governo e sull’incapacità della destra di mettere a terra i progetti. Idea che fa sorridere visto che questo nucleo di liberali per l’Europa da anni ormai si nutre solo di consulenze spesso pubbliche.
Non è questo il punto. La realtà è che non poteva andare diversamente. Da parte nostra nessuno stupore. E basta andare indietro con i mesi e con gli anni e leggere gli articoli della Verità. I piani quinquennali di stampo sovietico non possono funzionare e il Pnrr rappresenta esattamente la presunzione di Bruxelles di pianificare la società con anni di anticipo e al tempo stesso di creare vincoli fiscali interni in modo da spogliare i singoli governi di quella che si chiama responsabilità politica e strategica. Riprendendo i freddi numeri della relazione dei togati contabili, si vede che a fronte del raggiungimento dei 55 obiettivi previsti nel secondo semestre del 2022, di cui 24 riguardavano la missione «Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo», nasce un allarme sulla capacità di assorbimento delle risorse da parte degli istituti centrali, «con particolare attenzione per i Comuni», si legge sempre nel testo. Cosa è successo in poche parole? Al momento i cantieri sono avviati sulla carta ma nel complesso è stato speso solo il 6% delle cifre stanziate. Con un effetto trascinamento che ereditiamo dal precedente governo. «La traslazione in avanti delle spese originariamente assegnate al triennio 2020-2022 andrà a pesare sulla capacità di erogazione degli istituti pubblici per tutto il 2023», prosegue la relazione. «Con una spesa cumulata di quasi 15 miliardi, il picco di investimenti sarà raggiunto nel biennio 2024-2025 con valori annuali che supereranno i 45 miliardi». In pratica, la situazione non può che farsi critica, salvo non si proceda a un importante cambio di passo e a una complessiva revisione degli obiettivi da raggiungere. Le motivazioni sono molto semplici. La prima si chiama inflazione.
L’allora ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, a gennaio del 2021 ebbe a rassicurare gli italiani: «Il Pnrr non è a rischio», disse, aggiungendo a bassa voce: «Se l’inflazione rimane al 2%». Sappiamo come è andata e sappiamo quanto la gestione della Bce da parte di Christine Lagarde sia tossica, e quindi mantenere gli stessi parametri significa ritardare i lavori o, ancora peggio, obbligare le aziende a partecipare a contratti in perdita. Sarebbe veramente un paradosso: il Pnrr servirebbe a rilanciare il Pil e finirebbe con il deprimerlo. Ovviamente il Pnrr di per sé – e questo è l’altro problema che dovrebbe spingerci a trattare nuovi progetti in tempi più lunghi – è un produttore di inflazione. Apporta liquidità e debito e alza la stanghetta del costo del denaro. Se non si lascia almeno una via di fuga si crea l’effetto cappio al collo. Chi si sveglia oggi ignora che i dati dei ritardi sono gli stessi di quelli contenuti della Nadef sottoscritta dal governo Draghi. Dunque, non solo tutto era già previsto, ma in questo Paese si continuano a confondere le cause con gli effetti. Il fatto è che il Recovery è una forma di indebitamento progressivo basato su vincoli interni che difficilmente si possono cambiare in corsa. Lo scrivevamo già a partire dal 2020 ed è esattamente ciò che si sta verificando in queste settimane. E si verificherà a ogni tappa di controllo sullo stato dell’arte del Pnrr.
Altro problema è la qualità dei progetti. Il capitolo della mobilità sostenibile contiene importanti misure per le nostre ferrovie, ma anche 300 milioni per sviluppare il cicloturismo. È una priorità? Il Pnrr stanzia ben 135 milioni con l’obiettivo di ristrutturare 30 Comuni montani e «sostenere lo sviluppo resiliente dei territori rurali e di montagna, favorendo la nascita e la crescita di comunità locali, anche tra loro coordinate e associate, attraverso il supporto all’elaborazione, il finanziamento e la realizzazione di piani di sviluppo sostenibili dal punto di vista energetico, ambientale, economico e sociale». Altro esempio. Circa 300 milioni sono destinati a Cinecittà, il pallino di Dario Franceschini. Ecco, anche su tale capitolo di spesa ci sono margini di revisione. Si tratta di decine di progetti da rivedere. Ciascuno ruba milioni che messi assieme fanno miliardi. E si sovrappone con progetti già avviati dai vari ministeri. Il governo Draghi ha creato per giunta un meccanismo ancor più rigido, ma ha lasciato scoperto il fianco a un elemento non da poco. Quando a metà del 2022 le critiche dei costruttori erano molto feroci ha inserito un decreto per coprire gli extra costi. Poi con il favore della stampa amica nessuno ha più seguito l’iter. Solo 1 miliardo scarso di cui è stato erogato il 10%. Draghi sapeva di essere in difetto sul Pnrr, ma i suoi sostenitori non lo vogliono ammettere. A questo punto non è più un tema di altri miliardi ma di rallentare i tempi. Più soldi e pochi anni significa tenere l’inflazione alta e impiccarsi.
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