Il promesso taglio delle tasse sul lavoro e i nuovi centri per l’impiego possono rilanciare le assunzioni. Ora va modificata l’indennità di disoccupazione, oggi concessa pure a chi viene licenziato perché ruba.
Lo speciale contiene quattro articoli.
Problemi occupazionali, ammortizzatori sociali, ricollocazione. Tutti termini che, appena letti, evocano alla mente degli italiani uno dei peggiori spettri in assoluto: la perdita del lavoro. Una prospettiva che però porrebbe presto cambiare, non appena si faranno sentire gli effetti del decreto Dignità convertito in legge martedì 7 agosto.
Riferendosi agli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato, il ministro del lavoro Luigi Di Maio ha promesso un taglio derivato del 10% del costo del lavoro (si presume quindi si riferisca direttamente al cuneo fiscale). Se dunque il mercato del lavoro cambierà volto, sarà necessario mettere mano anche agli ammortizzatori sociali. Ad esempio a oggi per chi perde involontariamente il lavoro esiste la Naspi, una indennità mensile istituita dal decreto legislativo 22/2015. Il provvedimento, che porta la firma di Matteo Renzi, Giuliano Poletti, Pier Carlo Padoan e Marianna Madia, allora rispettivamente presidente del Consiglio, ministro del Lavoro, ministro dell’Economia e ministro della Pa, ha sostituito le precedenti prestazioni di disoccupazione, Aspi e Miniaspi, con questa nuova assicurazione sociale.
Si tratta di una prestazione «a domanda» per gli eventi che si sono verificati da maggio 2015. Il trattamento, che per 24 mesi ha un costo medio complessivo per la collettività di circa 20.000 euro ad avente diritto, dalla sua entrata in vigore è stato erogato più di 4,5 milioni di volte, 2017 compreso (approfondimenti sul nostro sito, social.www.laverita.info/naspi).
Il calcolo è presto fatto. Ma è una misura utile a un rapido reinserimento nel mondo del lavoro? Secondo il diciassettesimo rapporto annuale dell’Inps, in generale: «I sussidi sembrano rallentare la ricerca e il conseguimento di un nuovo lavoro per una parte dei disoccupati, ma permettono alla loro totalità di non ridurre drasticamente redditi e consumi in seguito alla perdita del posto di lavoro».
La Napsi, nonostante la sua innegabile valenza sociale, porge il fianco ad alcuni paradossi, con riferimento, in particolare, allo «stato di disoccupazione involontario». Essa, dopo la risposta del ministero del lavoro alla Cisl (con l’interpello numero 13 del 24 aprile 2015), di prassi viene concessa anche in caso di licenziamento per giusta causa, licenziamento, questo, di tipo disciplinare per condotte del dipendente talmente gravi da non consentire la prosecuzione del rapporto e che legittima il datore al licenziamento in tronco e senza preavviso. Si differenzia dal licenziamento per giustificato motivo soggettivo che avviene quando il lavoratore ha comportamenti scorretti ma non così gravi da comportare il licenziamento per giusta causa.
A tal proposito lascia perplessi che comportamenti del lavoratore a danno dell’azienda gli consentano di accedere a trattamenti a carico della collettività e persino alla maturazione di contributi per la pensione. Come può ritenersi il dipendente licenziato perché, ad esempio, ha rubato, in «stato di disoccupazione involontaria»? Come può essere uguale a chi ha perso il lavoro per una crisi aziendale? A tal proposito vogliamo rivolgerci al legislatore: perché riconoscere il trattamento in automatico e non all’esito di un giudizio che accerti l’illegittimità del licenziamento?
Perché non limitare la Naspi alla luce dell’eventuale risarcimento liquidato al lavoratore dal tribunale competente cui si è rivolto?
Perché non obbligare i tribunali a trasmettere all’Inps le sentenze che hanno confermato la legittimità del licenziamento e recuperare quindi gli importi già, purtroppo, erogati?
Facciamo un altro esempio: sono un lavoratore che non ho più voglia di lavorare per una certa azienda, ma non ho ancora trovato un’alternativa. Dovrei dimettermi, ma in tal caso non avrei copertura economica, allora decido di essere insubordinato, di non presentarmi al lavoro, di appropriarmi di beni aziendali, per obbligare il datore, che non ha alternative legali, ad aprire una procedura disciplinare e quindi a licenziarmi per giusta causa, così a quel punto percepirò la Naspi. Ma non solo. Il datore, a seguito del mio comportamento, sarà gravato dal pagamento del cosiddetto «ticket licenziamento», contributo a carico delle aziende introdotto dalla riforma Fornero. Il paradosso nel paradosso è che esso è stato introdotto con un duplice obiettivo: finanziare la Naspi e scoraggiare i licenziamenti.
La Naspi, inoltre, spetta anche nell’ipotesi di licenziamento (o dimissioni) per mancata accettazione del trasferimento della sede di lavoro che sia più distante di 50 chilometri o che necessiti di più di 80 minuti per essere raggiunta con i mezzi pubblici. Inspiegabile la motivazione sottesa visto che il posto di lavoro esiste, ma non è «comodo» per il lavoratore. In un contesto sociale dove si lamenta la carenza di lavoro, si legittima dunque che un lavoratore rinunci al suo posto e sia a carico della collettività fino al momento in cui non reperirà un’altra occupazione «sotto casa».
Ma c’è di più. Tale ipotesi è spesso oggetto di comportamenti fraudolenti, di un vero e proprio accordo tra il datore di lavoro e il lavoratore, laddove la Naspi diventa il corrispettivo aggiuntivo «accordato» tra le parti. In sostanza, un datore di lavoro che voglia allontanare un lavoratore o un lavoratore che voglia lasciare un’azienda, potrebbero mettersi d’accordo costruendo un finto trasferimento in cambio del quale il lavoratore rassegna finte «dimissioni per giusta causa». Altro grande classico è che il datore di lavoro riconosca al lavoratore un importo transattivo per chiudere il rapporto pregresso, e la Naspi a quel punto diviene l’ulteriore importo che si aggiunge alla «buonuscita».
Fatta la legge, trovato l’inganno, ma speriamo che, alla luce delle novità del decreto Dignità riguardanti il rafforzamento dei centri d’impiego (riforma che dovrebbe costare 2 miliardi), volute fortemente dalla Lega, di ammortizzatori sociali per la disoccupazione così gravosi per la collettività non ce ne sia più bisogno e che possa avvenire un vero e proprio cambio di mentalità. Le fila, tuttavia, le potremo tirare solo quando il ministro Luigi Di Maio, come previsto dallo stesso decreto, presenterà alle Camere la relazione annuale sugli effetti occupazionali e finanziari derivanti dall’applicazione delle nuove disposizioni.
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