Il «Telegraph» incorona Meloni: Pil italiano migliore del G7. Ombre Istat. Nonostante 55 miliardi di «aiuti» aziende bloccate.

Il mondo è sempre più complicato. Guerre che si combattono con le armi e le bombe, guerre che si combattono con le materie prime e l’inflazione. In mezzo ci sono i cittadini, le aziende e i governi che devono cercare di guidare la nave. Risultato, le analisi economiche hanno più del solito luci e ombre. Vale per la nostra economia che corre ma cova sotto la cenere problemi sul lungo termine. L’altro giorno un interessante e lungo articolo del Telegraph, quotidiano inglese conservatore, incoronava Giorgia Meloni per essere riuscita a traghettare l’Italia verso riforme economiche (riferimento al Pnrr) in grado di stimolare la crescita più forte all’interno delle nazioni del G7. Per dire, vengono celebrati il ponte di Messina, la messa a terra dei fondi Ue e della digitalizzazione. L’articolo procede nell’analisi della stabilità politica della Penisola e, ovviamente, la contrappone a quella dell’isola dove in otto anni si sono passati il testimone cinque premier e sette cancellieri. Per poi concludere che il cambio di passo messo in atto dalla Meloni non è detto che trasformi l’Italia, ma almeno l’ha messa sulla strada del rinnovamento. Il Telegraph interrompe qui il ragionamento scegliendo di dare voce alle luci del nostro momento economico. I dati diffusi ieri dall’Istat aiutano invece a leggere le ombre. Nulla di allarmante nel medio termine, ma alcuni spunti dovranno essere presi necessariamente in considerazione da chi governa se vuole nel prossimo decennio fare in modo che l’Italia resti un Paese che produce. L’istituto di statistica ha diffuso i numeri dell’ultimo trimestre. Purtroppo il potere d’acquisto delle famiglie è calato. Non è una novità. Si investe meno nelle case. D’altronde sono schizzati i tassi e i mutui e le normative green minacciate dall’Europa già causano i primi effetti. Il campanello d’allarme riguarda però la capacità di generare profitto e di mettere a terra gli investimenti, che purtroppo non decollano. «Nel quarto trimestre del 2023, il tasso di investimento delle società non finanziarie è stimato al 20,2%, in diminuzione di 0,5 punti percentuali rispetto al trimestre precedente a fronte di una flessione degli investimenti fissi lordi del 2,4% e di un leggero aumento del valore aggiunto», scrive l’Istat. Per comprendere al meglio il passaggio appena citato bisogna tenere conto che nel 2023 le società manifatturiere e non finanziarie in generale hanno ricevuto dallo Stato 23,8 miliardi di sussidi alla produzione e 31,4 di incentivi agli investimenti. Fa un totale di quasi 55 miliardi. Una cifra così importante che deve fare riflettere.

Nonostante la droga pubblica, gli investimenti delle aziende italiane languono. In un momento come questo nel quale il rinnovamento tecnologico tocca velocità un tempo impensabili, i cambiamenti nei processi produttivi rischiano di avvenire in meno di un lustro. Al Made in Italy serve questa velocità per stare al passo. Altrimenti la produttività se ne andrà del tutto e l’Italia rischia di diventare una nazioni di soli consumatori. L’enorme finanziamento a debito che va sotto il nome di Pnrr contribuisce a tenere su l’impianto del Pil. Avremo nuove ferrovie, un cloud pubblico funzionante, una rete in fibra e forse porti più efficienti. Ma se il rinnovamento non arriva a livello capillare alle Pmi, serviranno sussidi e incentivi ben oltre il 2027. Chiaramente il livello di indebitamento del Paese non permetterà bonus e incentivi all’infinito. Ecco perché lo schema va rivisto adesso, in una fase di spinta e di crescita. Come? Non è certo semplice rinnovare il Paese dopo 20 anni di immobilismo nel manifatturiero. Sicuramente sarà importante una nuova era di gestione confindustriale, in grado di fare battaglie sui pilastri del Paese e per quelle che saranno considerate le infrastrutture sensibili. Un’associazione di industriali che faccia anche geopolitica e si batta a Bruxelles ancora prima che a Roma.

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