Il mercato del lavoro in Italia mostra importanti segni di crescita quantitativa e anche di incremento nella sua qualità. Con un prodotto interno lordo superiore alle attese e con prospettive di ulteriore rafforzamento produttivo, soprattutto nei servizi, le politiche del lavoro dei prossimi mesi devono avere l’obiettivo di incrementare la base occupazionale – che rimane sempre tra le più ristrette in Europa – e di sostenere la crescita produttiva. Per ottenere questo risultato la strategia che sta adottando il governo appare sicuramente molto interessante perché fondata su una pluralità di strumenti (il che è sempre una buona cosa): a) Riduzione del costo del lavoro; b) Allentamento delle inutili regole contrattuali; c) Politiche attive e formazione. Ricordando che oggi si continua ad accentuare il cosiddetto mismatch, cioè il gap tra domanda ed offerta, tra ciò che richiedono le imprese e ciò che il mercato del lavoro è in grado di offrire, un forte freno alla crescita della produttività e all’espansione dell’attività economica, il dibattito sul decreto lavoro avrebbe dovuto partire da queste considerazioni.
Invece, ancora una volta, e devo dire con grande preoccupazione, la discussione ha scelto di percorrere i binari della ideologia (ancora prima che quelli della demagogia). Uno scenario già visto e da cui il tema lavoro stenta ad allontanarsi. I protagonisti sono sempre gli stessi da oltre 20 anni. Il centro destra al governo e la sinistra guidata dalla Cgil all’opposizione. Il centro destra che, con uno spirito riformista, approccia le politiche del lavoro con l’obiettivo di dare spazio agli “spiriti animali” dell’economia – salvaguardano tutte le tutele dei lavoratori e delle lavoratrici – e offre spazi alla contrattazione; la Cgil che si mette alla guida della sinistra – trascinando ancora una volta il partito democratico – con le false parole della precarizzazione, dello sfruttamento, dei diritti negati, dell’attentato alla libertà del sindacato. Dal 1984 andiamo avanti su questi binari e ogni volta che la sinistra ha assunto queste fisionomie di conservazione e di populismo è stata battuta dai suoi stessi iscritti. Ciò avrebbe dovuto fare riflettere e ancorare la sinistra ad una visione del lavoro progressista e aperta al cambiamento ed invece questo non è mai avvenuto; lo stesso Matteo Renzi ne ha dovuto fare le spese e oggi quel suo messaggio viene negato ed il Jobs Act equiparato alla legge Biagi, la più nefasta legge del centro destra riformista. Un obbrobrio ideologico ed economico ed un suicidio politico per il Pd. Su questo tema, purtroppo, dal 1984 nessuna evoluzione ma solo continue involuzioni. Ed infatti, si rinnega il taglio del costo del lavoro – oggi temporaneo certo in queste condizioni economiche e di finanza pubblica – che è una battaglia storica del Pd e di tutto il sindacato, invece di salutarlo come un ulteriore passo avanti nella riduzione della pressione fiscale che l’Italia necessita. Peraltro, questa riduzione dovrebbe aprire la stagione di piattaforme contrattuali più robuste, una leva su cui il sindacato dovrebbe innestare una contrattazione di secondo livello più generosa, alzando così il livello salariale troppo basso in Italia ed invece si innalzano distinguo e distinzioni.
Si agita il tema della precarizzazione del mercato del lavoro, un tema che sentiamo dal 2001 come il frutto avvelenato della concezione del centro destra al governo, dimenticando che la struttura produttiva italiana è piccola e frammentata, necessita di regole semplici e chiare, e che i contratti a termine o i voucher non sono lo sfruttamento del lavoratore, visto che sono regolamentati a livello europeo e anche incardinati nella contrattazione collettiva. A meno che non si voglia teorizzare che è meglio il lavoro nero o la disoccupazione (o il reddito di cittadinanza) al lavoro.
E si dimentica che la tutela del lavoratore o della lavoratrice avviene non con la tutela del posto di lavoro quanto delle sue competenze. Ma questo è un concetto che dovrebbe essere ormai incorporato nella cultura dell’economia e del diritto del lavoro nel XXI secolo. Ed infine, dovrebbe essere salutato con favore il tentativo di separare l’incestuoso vincolo tra politiche del lavoro e politiche della povertà con una maggiore distinzione tra le due politiche, il che non significa ridurre le politiche contro la povertà ma accrescere le politiche per l’inclusione sociale, costruire una diversa politica contro la povertà, rafforzare la dimensione dell’attivazione delle politiche del lavoro, concetto ormai consolidato a livello internazionale. Invece, si assiste ad una pretestuosa polemica ora su questa scelta, dopo che le politiche del lavoro sono state abbandonate a se stesse in questi ultimi anni, tranne un eccessivo e mal diretto arrivo di risorse finanziarie. Sarebbe stato utile aprire un dibattito sul merito sul decreto lavoro – che questo contiene ed altre cose – piuttosto che l’ennesimo confronto ideologico, che mai ha portato bene ed anzi ha fatto sempre molto male. Al contrario, dopo 40 anni il lavoro si configura come lo vero spartiacque, il confine, la linea del fronte tra riformisti e conservatori.
Una volta i riformisti erano i socialisti, poi sono diventate le forze del centro destra, poi – per una brevissima stagione – Matteo Renzi, uniti sempre ad una parte del sindacato; i conservatori sono stati sempre gli stessi, purtroppo guidati dalla maggioranza della Cgil e che hanno condizionato il Pd, senza mai permettere quella evoluzione lab-progressista che ne ha fatto le fortune in altri Paesi. Ed allora ancora una volta dovrà essere chiaro chi costruisce un Paese più libero, con più occupati, con migliori tutele, con più competenze per i lavoratori e le lavoratrici, con più imprenditori, che guarda al futuro; e chi, invece, guarda ancora al passato fordista. Senza dimenticare che i temi del lavoro oggi sono veramente altri: come costruire la settimana lavorativa, come beneficiare di un welfare più esteso e articolato, come fare fronte alla intelligenza artificiale. Verrebbe da dire che il tema delle balle sul lavoro è finito ma la preoccupazione è che è nuovamente cominciato.
*Esperto del mercato del lavoro e già presidente di Italia Lavoro
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >