- Ovunque i media certificano il flop dell’Ue. David Sassoli: «Bocceremo un Recovery fund annacquato». Proprio ciò che vogliono i frugali.
- Gli allarmi tedeschi sulla sostenibilità delle nostre finanze servono a convincerci ad accettare sovvenzioni e un successivo commissariamento. Meglio i titoli perpetui e gli investimenti al posto dei sussidi.
Lo speciale contiene due articoli.
La rappresentazione più plastica degli straordinari risultati del Consiglio europeo la dà la prima pagina di Repubblica di ieri: nemmeno una sillaba. Decisamente strano per il quotidiano di Largo Fochetti che, il 28 maggio, titolava con un sobrio: «All’Italia 172 euromiliardi».
Il vertice che avrebbe dovuto mettere nero su bianco i primi dettagli della proposta di Ursula von der Leyen finisce nel peggiore dei modi. Nessun risultato concreto e, se va bene, se ne riparlerà a metà luglio, quando l’Ue prevede di tenere un vertice «per superare le diversità di vedute sul pacchetto proposto del valore di centinaia di miliardi» scrive il Wall Street Journal. «In una videochiamata di tre ore i 27 leader dell’Unione europea non hanno fatto alcun passo avanti nell’approvazione del pacchetto», scrive invece l’Economist, secondo cui «non ci sono stati passi in avanti» nonostante gli allarmi di Christine Lagarde, che parla di un’economia dell’Ue in «caduta drammatica a causa del coronavirus». Il Brussels Times titola di un Consiglio europeo «finito in disaccordo». Il China Daily trova il modo di commentare il fallimentare esito scrivendo che «nessun accordo è stato raggiunto».
Non era affatto difficile comprendere ciò che La Verità scrive da settimane. La prima bozza di proposta sul Recovery fund era già di per sé fumo negli occhi. L’impatto sul Pil era, nella migliore delle ipotesi, pari allo 0,6% annuo nei prossimi quattro anni, secondo la stima di Wolfgang Munchau, columnist del Financial Times. Numeri trascurabili in uno scenario di caduta del reddito in misura superiore al 10%. Ma era ovvio che quella proposta non si sarebbe concretizzata. Con dilettantesca e sconcertante ingenuità Roberto Gualtieri twittava giulivo a fine maggio di una proposta «all’altezza della sfida e della necessità di sostenere il rilancio dell’economia con strumenti e risorse comuni. È un passo avanti storico, ora lavoriamo per adottarla». In pratica si dichiarava soddisfatto e ai suoi avversari non rimaneva che spennarlo. La prima regola del bravo negoziatore impone infatti di non dimostrarsi mai soddisfatto delle proposte sul tavolo lasciando la controparte nel dubbio che vi possano essere ulteriori rilanci. La realtà è che gli unici fondi europei disponibili sono quelli della Banca centrale europea, che senza bisogno di alcun negoziato intergovernativo ha varato un programma di acquisto di titoli di Stato di 1.350 miliardi fino al 30 giugno 2021, con la previsione di aumentarlo ulteriormente e dopo aver fornito alle banche altri 1.300 miliardi nella sola giornata di giovedì. Un click sul computer, soldi accreditati sui conti correnti e passa la paura. Tutte le altre elucubrazioni di fondi europei per la ricostruzione sono soltanto, per dirla alla Giulio Tremonti, «partite di giro e di raggiro». Non esistono infatti soldi europei ma semplicemente risorse che i diversi stati mettono nel bilancio dell’Unione per riavere indietro i fondi strutturali che – se di importo superiore a quanto dato – rendono il Paese un beneficiario netto; oppure, in caso contrario, un contributore netto. E a questa seconda categoria appartiene e continuerà ad appartenere l’Italia.
I quattro Paesi frugali (Austria, Finlandia, Svezia e Danimarca) perché mai dovrebbero infatti accettare che l’Italia si trasformi da contributore a beneficiario? Dovrebbero semplicemente pagare di più con ciò aggravando quel conto che per loro è già peggiorato con l’uscita dall’Ue del Regno Unito. Il terzo più grande contributore dopo Germania e Francia. E perché mai Ungheria e Polonia, tradizionalmente beneficiari di contributi Ue, dovrebbero accettare di avere al loro fianco l’Italia nella percezione dei contributi? La loro fetta di torta sarebbe più piccola ed ecco quindi che la socialdemocraticissima Stoccolma si trova a pensarla esattamente come Viktor Orbán. Nulla c’entrano quindi le posizioni politiche, ma «soltanto» legittimi interessi nazionali. L’Austria ovviamente, che a differenza di Gualtieri sa come trattare ai tavoli europei, ha già chiaro quale sarà il suo punto di caduta. Der Standard riferisce infatti che Vienna potrebbe rivedere le sue riserve contro il Recovery fund purché la Commissione Ue le consenta di concordare un taglio temporaneo di alcune aliquote Iva al 5%. Vienna otterrebbe così due piccioni con una fava. Rilancerebbe la domanda interna e, poiché una parte del gettito Iva è ciò alimenta il bilancio Ue da cui dovrebbero saltar fuori i sussidi, ecco che i trasferimenti a fondo perduto si ridurranno al lumicino. E l’Italia potrà quindi scordarsi i fantasticati euromiliardi.
Ma ecco che esce il genio dalla lampada. Il presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, minaccia lo sganciamento della bomba atomica. «Non annacquate il Recovery fund o lo bocciamo. Ricordate le nomine dei commissari europei? Ne abbiamo respinti tre». Così facendo felici i Paesi frugali che il Recovery fund non vogliono vederlo nemmeno dipinto. Sì, insomma, sarebbe il marito che se lo taglia per far dispetto alla moglie.
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