- Nella prossima Finanziaria prevista la pace fiscale. Al numero uno delle Entrate per restare in carica serve la riconferma entro il 4 settembre. Dalla sua il fatto di essere il massimo esperto di recupero cartelle a sconto.
- La Corte dei conti lancia l’allarme sull’evasione, pari in media a 107 miliardi all’anno. Oltre alle sanzioni, i giudici chiedono riforme per facilitare l’adempimento spontaneo.
- Il ministro Luigi Di Maio promette tagli al cuneo fiscale ma deve trovare almeno 22 miliardi. Il decreto Dignità è legge: «Creeremo 62.000 posti in più, lo dice l’Inps. Nella Finanziaria 10% di tasse in meno in busta paga».
- Il M5s insiste per addebitarci il salvataggio Alitalia. Il vicepremier grillino nega le voci sulla newco pubblica, però dice: «La compagnia resti italiana». Aiuti già costati 17 miliardi.
Lo speciale contiene quattro articoli
L’ultimo colpo di coda della rottamazione bis è ancora in movimento. La prima edizione aveva portato nelle casse delle Stato circa 5 miliardi di euro, quella in corsa varrà qualcosa di più di 1,5 miliardi. Il governo gialloblù ha però bisogno di altri soldi e medita di inserire nel collegato alla prossima Finanziaria il decreto per una terza rottamazione. Probabilmente sarà più ampia delle precedenti con l’obiettivo di fare gettito per 3,5 miliardi. Fondi che nonostante siano legati a una voce una tantum possono essere messi a copertura delle voci di manovra. È chiaro che per portare a casa un tale risultato sarà necessario raschiare il barile.
Non a caso Matteo Salvini lo scorso giugno ha lanciato l’ipotesi di chiudere subito le cartelle sotto i 100.000 euro per poi aggredire i contenziosi posti sopra quell’asticella. Si tratta di una mossa di marketing che permetterebbe di far guadagnare consensi perdendo una cifra non superiore ai 54 miliardi. Mentre l’Erario si concentrerebbe sull’altra fetta di crediti aggredibili. Altri 51 miliardi, che però riguardano una percentuale minoritaria di contribuenti.
Secondo quanto calcolato dall’Ansa, il 94% delle cartelle è al di sotto dei 100.000 euro, mentre se si guarda alle liti fiscali già avviate sotto questa soglia rientra l’86,4% delle istanze presentate.
L’allora amministratore delegato di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini – ora a capo dell’Agenzia delle entrate – durante un’audizione parlamentare sui «carichi» affidati alla riscossione alla fine del 2016 aveva spiegato che i debiti tra i 1.000 e i 5.000 euro rappresentano il 74% del totale, il 7,1% si trova tra i 5.000 e i 10.000 euro, l’11,9% tra 10.000 e 50.000 mentre appena il 3% ha debiti tra 50.000 e 100.000 euro. Alla fine del 2016 il «magazzino» di carichi affidati alla riscossione ammontava a 817 miliardi di euro, ma Ruffini aveva tenuto a precisare che «la quota su cui azioni di recupero potranno ragionevolmente avere più efficacia si ferma a circa 51 miliardi».
Il governo sa bene che per lanciare la nuova campagna soprannominata «pace fiscale» c’è bisogno della collaborazione fattiva dell’amministrazione finanziaria. Sia dell’ex componente di Equitalia sia di tutti gli uffici dell’Agenzia. A capo di tutto – come abbiamo scritto sopra – c’è il renziano Ernesto Maria Ruffini, manager di lungo corso al di là delle simpatie politiche. Ruffini e Salvini non si sono mai amati, lo si evince da quanto i due hanno scritto sui social. Però Ruffini ha dalla sua un’enorme garanzia. In Italia è il maggiore esperto di rottamazione. Se Lega e 5 stelle mettono a bilancio un valore così elevato la sua poltrona è praticamente garantita. Il governo avrebbe enormi difficoltà a sostituirlo con una figura in grado di prendere il timone di una macchina così complessa in poco tempo e con la certezza di portare a casa un risultato così sfidante. Gli addetti ai lavori vivono il momento comunque con trepidazione. Se entro il 4 settembre un Consiglio dei ministri non confermerà le nomine precedenti Ruffini e pure il collega Roberto Reggi, responsabile del Demanio, la decadenza scatta in automatico. Sono due figure apicali ancora soggette a spoils system, così come quella di Giovanni Kessler che guida le Dogane.
Non è un caso quindi che ai piani alti dell’Agenzia sia partita una campagna di comunicazione improntata alla parsimonia. Lunedì le agenzie stampa titolavano: «L’Erario dimezza i dirigenti».
In realtà il processo è un po’ più complesso e soprattutto contorto. I dirigenti risultano dimezzati perché invece di indire un nuovo concorso si assegnano deleghe e compensi (di fatto dirigenziali, formalmente le 1.483 posizioni organizzative di cui parla la nota dell’Agenzia delle entrate) a funzionari individuati secondo criteri interni.
Dopo la sentenza della Corte costituzionale che nel 2014 aveva retrocesso circa 1.000 dirigenti incaricati a semplici funzionari, per sopperire alla mancanza di dirigenti il governo Renzi aveva approvato un concorso (ancora non fatto) e creato delle posizioni organizzative transitorie, cosiddette Pot, con le quali venivano assegnate deleghe e relativa retribuzione maggiorata a buona parte degli ex incaricati.
Lo scorso 19 luglio, il Tar del Lazio, su ricorso di Dirpubblica, ha rinviato alla Corte Costituzionale la norma del governo Renzi che istituisce le Pot per l’Agenzia delle dogane e il prossimo 31 ottobre dovrà decidere sul ricorso gemello per le Pot dell’Agenzia delle entrate.
Nel frattempo, il governo Gentiloni è intervenuto creando nuove posizioni. Anche in questo caso, senza concorso sono state assegnate deleghe e retribuzioni aggiuntive senza creare formalmente dirigenti. Adesso tutto pende dalla bocca del Tar. Certo, ma prima sul futuro di Ruffini arriverà il responso del governo e dalla sua ha la fame di rottamazione. Cash is always the king.
Claudio Antonelli
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