- Pierangelo Boatti, della cantina Monsupello: «L’immobilismo del governo rischia di far saltare la filiera dei coltivatori e per farla ripartire servirebbero 5 anni. Ci diano liquidità e riaprano presto i ristoranti».
- Confcommercio e gli effetti della seconda ondata. A picco il settore dei servizi ricreativi: -73%. Soffrono di più alberghi (-60%) e ristorazione (-38%). Male pure l’abbigliamento.
Lo speciale contiene due articoli.
L’anno scorso furono 74 milioni le bottiglie di spumante – tra Prosecco, Metodo Classico e Champagne – stappate per le feste e quest’anno? Per chi si dedica con passione da un secolo a produrre vini col perlage sono giorni d’ansia. «Viviamo male con un futuro sempre più incerto e non è una bella sensazione per chi da una vita si dedica a coltivare la terra, a cercare di migliorare i prodotto, per chi come noi produce vino prima per dedizione e poi per mestiere». Chi parla è Pierangelo Boatti, erede con la sorella Laura di una cantina che è una sorta di pietra miliare nello sviluppo dell’Oltrepò pavese: Monsupello. Producono spumanti di alta classe: sono le bottiglie dei cenoni che non ci saranno, dei matrimoni che non ci sono stati, degli aperitivi cancellati. Anche loro sono contagiati dal virus cinese, ma per i vignaioli rischia di essere mortale e nessuno ha finora predisposto la rianimazione. La famiglia Boatti ha terra da più di un secolo, ma è stato il padre di Pierangelo e Laura, Carlo Boatti (i figli gli hanno dedicato una bottiglia mito) a cambiare il profilo dei vini del pavese. Ha puntato sulla qualità, sulle basse rese, ha capito che il Pinot Nero (l’Oltrepò è il più vaso giacimento d’Europa di quest’uva bizzarra e magnifica che ha fatto grande lo Champagne) andava trattato con i guanti bianchi per migliorare lo stile francese avvantaggiandosi dei sentori salmastri che risalgono dalla Liguria.
Oggi Pierangelo e Laura hanno fatto un altro passo verso la «rivoluzione» paterna con il loro Blanc de Blancs nature che nasce da uve Chardonnay, un nuovo stile di Oltrepò dedicato stavolta a mamma Carla che resta come «capostipite». Ci voglio cinque anni per produrlo. «Se uno facesse un ragionamento basato solo sul business sarebbe da chiedersi: chi te lo fa fare! Ma produrre vino», spiega Pierangelo, «è soprattutto questo: seguire una propria idea e metterla in sintonia col Creato, anche per questo noi facciamo solo vini nature». E allora perché lamentarsi? «Non mi lamento, soffro, che è cosa diversa. Soffro nel vedere che non siamo considerati nel momento del bisogno. Quando si tratta di farsi belli perché il made in Italy va forte, quando si tratta di venire a fare la passerella al Vinitaly o alle degustazioni sono tutti in prima fila, ma ora che ci hanno chiuso il mercato dove sono i politici? Mi piange il cuore a sapere che per smaltire le eccedenze col vino italiano si sono fatti i disinfettanti. Vorrei sapere da Tersa Bellanova (ministro dell’Agricoltura, ndr) se pensa che il vino italiano colpito dalla più grave crisi mai conosciuta dallo scandalo del metanolo si possa sostenere con gli spiccioli della distillazione di soccorso. Nessuno ha capito che la crisi da virus cinese la stanno pagando soprattutto i vini di alta qualità».
I numeri danno ragione a Pierangelo Boatti. Il vino italiano – che vale all’incirca 14 miliardi di fatturato, 6,2 dall’export, e oltre un milione di posti di lavoro diretti – da 20 anni è in crescita ma quest’anno ha sbattuto contro un muro. L’export fa già un meno 4%, si stima solo nel periodo delle feste una perdita di 1,2 miliardi, un altro miliardo se ne è andato in fumo con la crisi dell’enoturismo e circa il 40% del mercato interno è volato via con i ristoranti e wine bar chiusi e la morte dell’aperitivo. «Così non possiamo reggere. Se non riaprono i ristoranti per noi significa perdere il 70% del fatturato, per il vino in generale svanisce metà dei clienti. Mi sono difeso con l’on line dove però si vende un prodotto di prezzo mediamente più basso e con le enoteche finché le lasciano aperte, ma questo non mi garantisce né sviluppo né tenuta dei conti».
Per avere un’idea della contrazione del mercato Pierangelo Boatti si sbottona un po’ sulle cifre: «Appena si è riparlato di zone arancioni e rosse a me sono spariti 100 ordini di spumanti dalla sera alla mattina, mi sono tornati indietro 200 cartoni di rosè, tutte le bottiglie di maggior prezzo sono state bloccate. Quest’anno ho rinunciato a imbottigliare 120.000 bottiglie, e non ho spumantizzato metà del mio vino. Lo tengo fermo considerando che per avere uno dei miei spumanti ho una rifermentazione di almeno tre anni. Aspetto tempi migliori. Mi domando però come fanno ristoratori, enoteche, piccole cantine a resistere. La situazione di mercato è tale che anche noi ora facciamo fatica a “finanziare” i clienti, non possiamo più permetterci di allungare i tempi d’incasso e c’è lungo tuta la filiera un urgente bisogno di liquidità. Faccio solo un esempio: l’uva Pinot nero si è comprata quest’anno 65 euro al quintale, produrla a me costa 110 euro al quintale. A queste condizioni rischiamo di perdere del tutto la coltivazione».
La strada per la ripresa? «Dovrebbero assicurarci liquidità, dovrebbero porre attenzione a chi coltiva, vanno riaperti i ristoranti, va promosso il nostro vino all’estero e poi va rilanciato l’enoturismo. Da me in cantina vengono dal Piemonte, dalla Liguria, ovviamente da Milano, ma arrivavano anche da Inghilterra, America e Germania. Quello che mi preoccupa e che non vedo consapevolezza della gravità della crisi. Si rischia di perdere la base produttiva, sta saltando per aria la filiera a cominciare dai coltivatori. E se perdi le vigne per tornare a produrre devi aspettare cinque anni. È un tempo che per la politica non conosce, per noi è il tempo su cui misuriamo la nostra esistenza. Vorrei ricordare a chi ci governa che un uomo ben che gli vada ha a disposizione 60 vendemmie. Se ce ne salta anche solo una è un pezzo di vita che ci portano via».
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