- Ogni anno, 22 miliardi saranno prelevati da Bruxelles. Gli altri 25 verranno dai singoli Stati. In ballo plastic, carbon e Web tax.
- L’Europa contraddice quanto serve all’Italia. Inconciliabili spese e Piano di stabilità.
Lo speciale contiene due articoli.
Solo da due cose non si scappa: la morte e le tasse. Sulla prima, a onor del vero, il dibattito politico non si è mai infilato. Sulla seconda, invece, c’è una lunga lista di promesse mancate. Il cammino del Recovery plan è lastricato di interventi politici mirati a spiegare agli italiani che i 213 miliardi previsti all’interno del programma Ue sono elargizioni, donazioni, fondi piovuti dal cielo. Nei mesi di maggio e giugno scorso molti giornali hanno titolato sulla pioggia di soldi in arrivo. Poi, dopo, l’estate, è arrivata la prima doccia fredda. Ritardi su ritardi. Nel frattempo il governo Conte organizzava gli Stati generali. E poi disegnava l’architettura delle varie task force. Poi è arrivata la legge finanziaria e si è capito che «quel fiume di soldi» in realtà non era altro che debito. Infine, di fronte ai litigi che hanno contribuito a dare il via alla crisi di governo, si è registrato l’intervento di Roberto Gualtieri che ha cercato fino all’ultimo di limitare gli importi e i nuovi progetti. Il motivo è molto semplice. Gli impegni presi con Bruxelles dal Conte bis non lasciano troppi margini: ci si indebita ma con la promessa di rientrare nei parametri il più presto possibile.
Risultato? Il Recovery plan è ancora sulla carta. I progetti sono messianici più che ingegneristici. In compenso, il detto sulle tasse non si smentisce mai. Così, come ha scritto in anteprima Italia oggi, il 14 dicembre scorso il Consiglio Ue ha deliberato l’aumento dello 0,6% dei massimali dei prelievi fiscali diretti e, dunque, destinati a finire nelle casse di Bruxelles senza passare dai singoli governi. L’obiettivo dichiarato è coprire già dal 2021 e fino al 2058 i costi del Recovery plan e delle emissioni obbligazionarie sottostanti. Non solo. A differenza di quanto è sempre stato dichiarato, l’aumento dei prelievi diretti non sarà compensato da una diminuzione dei prelievi dei singoli Stati. Tant’è che la stessa delibera di metà dicembre sancisce un aumento sempre dello 0,6% anche della raccolta di imposte destinata alle singole capitali e, solo in un secondo momento, ripartita secondo la classica logica delle contribuzioni.
In pratica, per i prossimi 37 anni i cittadini europei si troveranno a pagare 47 miliardi di tasse in più ogni anno. Circa 22 finiranno a Bruxelles per le vie brevi. Gli altri 25 passando, nel nostro caso, da Roma. Il risultato però non cambia. È ancora presto per delimitare il perimetro delle nostre competenze, ma dovrebbe essere una cifra compresa tra i 7 e gli 8 miliardi. Non poco se si considera che premier e Pd sventolavano il Recovery plan come fosse un pasto gratis. Ora il governo sta affrontando la crisi e quando si uscirà dalla bolla c’è da scommetterà che farà il minimo di pubblicità possibile alle nuove imposte.
Si tratta, di quattro voci precise. La prima è in sostanza una plastic tax. Sarà calcolata sulla base della quantità di rifiuti di imballaggi di plastica che non vengono riciclati. Il prelievo sarà di 80 centesimi per ogni chilogrammo di plastica. Stima spalmata sull’intero territorio del Vecchio Continente circa 7 miliardi all’anno. Restando nell’ambito green, la seconda imposta è la carbon tax. I Paesi mettono all’asta un tot di quote green acquistate dalle società che mirano a compensare le loro emissioni inquinanti. Da qui l’Ue stima di ottenere nel complesso tre miliardi di euro.
Ben più importanti sono invece i ricavi che proverranno dal ricalcolo del sistema dell’Iva semplificata. Ci sarà una riforma delle entrate correlate alle dogane. Resteranno i dazi come gettito diretto, ma la percentuale di trattenuta in capo ai singoli Stati, quale spesa di riscossione, scenderà dal 20 al 10%. Da qui arriveranno 25 miliardi di euro. Infine, c’è la Web tax. Verrà riformulata un’aliquota del 3% da applicare alla nuova base imponibile comune sull’imposta che tocca le società con fatturato digitale. Precedentemente sarà fissata una base imponibile comune da suddividere successivamente tra i Paesi. Il ricavato atteso, scrive Italia oggi, dovrebbe essere di 12 miliardi. Capiremo più avanti il criterio di ripartizione e metodo di versamento diretto nelle casse di Bruxelles.
Da qui un input chiaro. Visto che il treno del Recovery è partito, tanto varrà accelerare il più possibile e assicurarci di portare almeno a casa l’ok sui progetti tricolori. Altrimenti ci troveremo a pagare le tasse senza avere alcun beneficio. Le tasse sono una certezza come la morte, ma qui saremmo oltre la beffa. Significherebbe mettere il Paese in ginocchio per i prossimi 30 o 40 anni.
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