I tecnici al governo: sbagliate i conti su tasse, deficit e Cig
  • L’Upb valuta gli impatti dei decreti d’urgenza: troppi soldi per ammortizzatori e pochi per garanzie. Pnr senza strategia.
  • Roberto Gualtieri resta vago sul fisco davanti alle commissioni. E il centrodestra si ricompatta.

Lo speciale contiene due articoli.

Fino a oggi il governo ha incassato la fiducia o l’ok del Parlamento a scatola chiusa. A Giuseppe Conte è bastato sventolare un Dpcm o un decreto per portare a casa scostamenti di bilancio importanti, con cui ha fatto deficit e ha finanziato interventi da lui stesso definiti di «emergenza». Il lockdown ha permesso tutto ciò. Adesso le cose sono cambiate, non solo perché la maggioranza e la minoranza hanno mangiato la foglia. Ma anche perché finalmente si comincia a fare un po’ di valutazioni d’impatto. Purtroppo quelle ex ante sono abolite in Italia, ma almeno quella fatta ieri in Aula da Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, pur essendo ex post è servita a fare chiarezza e a mettere a nudo le scelte del governo. Era proprio necessario mettere sugli ammortizzatori sociali una così imponente somma di denaro? La risposta sembra essere no. «Parlando delle misure messe in campo dal governo a sostegno del lavoro, il ricorso alle casse integrazioni Covid-19 potrebbe risultare in qualche misura inferiore alle attese in termini di beneficiari, di durata e di tiraggio, generando pertanto risparmi di spesa rispetto a quanto stimato ufficialmente», ha spiegato Pisauro. Nel trimestre marzo-maggio le integrazioni sono state utilizzare per poco più di 1,1 miliardi di ore, con un picco ad aprile per oltre 590 milioni di ore e un forte rallentamento nei mesi successivi. «Restringendo il campo di osservazione ai mesi aprile-maggio, emerge una percentuale di tiraggio che tuttavia risulterà a posteriori sovrastimata, dal momento che al denominatore potrebbero mancare ore di competenza di aprile e di maggio autorizzate a marzo, pari a circa il 63%, a fronte di un autorizzato di competenza di circa 1,5 miliardi», ha aggiunto. In pratica alla data del 9 luglio le persone che hanno effettivamente beneficiato di assegni sono state 5,5 milioni invece delle 8 stimate nella relazione tecnica. Al di là della maggiore spesa e quindi dell’errata destinazione di una fetta di risorse, l’effetto paradossale è stato anche quello di finanziare con la Cig aziende che non hanno registrato cali di fatturato. Il governo avrebbe dovuto riversare quei fondi in altri settori, come ad esempio la ristorazione, invece di intervenire a pioggia. Purtroppo, non è l’unico errore di valutazione.

Le informazioni disponibili, ha proseguito Pisauro, «mostrano forti peggioramenti dei saldi di finanza pubblica rispetto allo scorso anno, destinati ad aumentare anche per i nuovi interventi attesi». Considerando le stime del quadro macroeconomico indicate dall’Upb nel suo ultimo rapporto (che tenevano conto degli effetti dei Cura Italia, Liquidità e Rilancio), il «deficit risulterebbe più elevato di quello previsto dal governo, in misura di poco superiore al mezzo punto percentuale di Pil. Il rapporto tra il debito e il Pil, risentendo delle varie determinanti e in particolare del più sfavorevole contributo dell’andamento negativo del prodotto, potrebbe essere più elevato di circa 3 punti percentuali». Fino a oggi i calcoli dell’Upb hanno dimostrato capacità di analisi e anche di previsione. Dunque, quando l’ufficio tecnico avvisa che non ci sono fondi per tagliare le tasse a settembre o semplicemente slittarle bisogna prenderne atto, anche se il governo può prendere il consiglio come una spina nel fianco. Pisauro è stato anche molto chiaro in relazione al Fondo di garanzia collegato al Mediocredito centrale e utilizzato per erogare garanzie alla base dei finanziamenti bancari. Il Fondo va al più presto rifinanziato per evitare che a fine anno tracolli o debba fare un aumento di capitale. A oggi sono state chieste dalle banche garanzie per circa 60 miliardi. Pochissimo rispetto ai 400 promessi da Conte, ma tanti in proporzione per i soli 2,7 miliardi messi a capitale. La fumosità del decreto rischia di avere forti impatti pure sul deficit del 2021. Più fallimenti faranno le aziende garantite più aumenterà il deficit. Ma è sul piano nazionale di riforme che Pisauro andrà preso alla lettera se vogliamo evitare un doppio commissariamento da parte della Commissione Ue. «Il Pnr elenca un vasto programma di interventi settoriali, non dissimile da quelli contenuti nei precedenti Pnr e non sembra cogliere l’occasione per individuare alcune priorità strategiche sulla base delle quali predisporre in autunno il “Piano di ripresa e resilienza” in modo da concentrare», ha tagliato corto il capo dell’Upb, «le risorse del Dispositivo europeo su aree di intervento ritenute fondamentali». Tradotto, Conte e il ministro Roberto Gualtieri non possono fare copia e incolla dei vecchi Def e sperare di presentarsi a Bruxelles così. Altrimenti corriamo due rischi. O non ricevere nemmeno un euro. Oppure riceverli sulla pseudo fiducia per poi dover accettare che siano altri a decidere come e dove spenderli e a fronte di quali tagli di spesa pubblica.


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