I grillini fanno guerra a Draghi con la scusa del Superbonus 110% per non scomparire
  • Colloquio tra Ursula von der Leyen e il premier sugli ultimi rilievi. Resta il veto Ue alla riqualificazione delle strade. Giuseppe Conte approfitta del ritardo.
  • Quota 100 va in pensione a dicembre. La Lega pensa a una norma alternativa per evitare lo scalone Fornero, Andrea Orlando frena.

Lo speciale contiene due articoli.

Un ulteriore giorno di ritardo per il Recovery plan italiano. Il cdm per il varo e l’invio del testo all’Aula si sarebbe dovuto riunire ieri alle 10. È slittato man mano fino a tarda sera. Nel momento in cui siamo andati in stampa la riunione ancora non era terminata. Le motivazioni del ritardo sono presto spiegate. Gli effetti sono invece tutti politici e strumentali ai partiti per dimostrare ai loro elettori che esistono e ancora hanno potere decisionale.

La Commissione Ue ha sollevato una serie di rilievi tecnici. Il premier Mario Draghi ha sentito al telefono sia Ursula von der Leyen sia il vice presidente Valdis Dombrovskis. Due i rilievi avanzati. Il primo riguarda i quattro passaggi relativi alle riforme. Concorrenza, giustizia civile, riforma della pubblica amministrazione e semplificazione burocratica. L’Ue ha chiesto garanzie certe e un’agenda più precisa per correlare investimenti con riforme parlamentari. Le altre osservazioni sono state relative all’impatto di taluni investimenti infrastrutturali sull’ambiente. Un esempio su tutti: il rifacimento del manto stradale e il rinnovamento di interi tratti di arterie locali sarebbe stato contestato per motivi ecologici. Tema risolto spostando il relativo capitolato nel fascicolo dei 30 miliardi extra, finanziati solo a deficit. Poche cose che dimostrano l’impatto ideologico dell’Ue nella gestione del Recovery plan. A fine serata e con le due telefonate di Draghi la pratica poteva essere considerata chiusa. Certo, restavano ancora da riscrivere passaggi del Pnrr e rivedere singoli paragrafi.

La giornata di ritardo è però servita ai partiti per rialzare la testa e poter dire di avere avuto un ruolo decisionale. Cosa non vera. Il caso eclatante ha toccato la questione dell’ecobonus. Il cavallo di battaglia dei grillini prevede un finanziamento complessivo di 18 miliardi. Una parte inserita nel Recovery plan vero e proprio e una parte nel maxi capitolo a deficit da 30 miliardi. Insomma, nessun taglio complessivo. Solo che i 5 stelle hanno più volte chiesto ulteriori finanziamenti (almeno 10 miliardi) e l’estensione dell’agevolazione fiscale a dopo il 2022. La questione della richiesta della proroga «era già stata sottoposta con decisione durante il governo Conte bis», si legge in una nota informale del M5s, e proprio Giuseppe Conte ieri mattina è intervenuto. E «attorno all’ex premier diversi esponenti del Movimento», si spiega, «si sono schierati sottolineando l’importanza di avere garanzie rispetto alla proroga». E, il giorno dopo l’addio dei 5 stelle alla piattaforma Rousseau, fonti di primo piano del Movimento ancora vicine a Rocco Casalino sottolineano: «Le questione fattive, quelle che riguardano da vicino il Paese, ci hanno sempre visti in prima fila e non possono che compattarci».

Anche Forza Italia si è unita al coro. In questo caso con un diverso intento. Per i 5 stelle è questione di salvezza portare avanti l’unica bandiera utile per dimostrare di esistere e cercare una nuova base elettorale da coinvolgere. La spaccatura con Rousseau lascia il Movimento orfano della lista di email e contatti degli iscritti. I grillini sono al loro ground zero e spingere sul superbonus è fondamentale. Forza Italia affronta il Recovery in ordine sparso. Una buona fetta del partito sembra lasciare il ministro Mariastella Gelmini da solo nella collaborazione con Draghi. Forse con l’intento di stare a metà strada con il centrodestra, ma con il rischio di non toccare palla anche là dove il premier è disposta a lasciare campo libero.

In ogni caso la dimostrazione del bluff politico sta nella comunicazione portata avanti ieri pomeriggio tramite agenzie di stampa. A un certo punto si è giustificata la riconvocazione del cdm con un presunto accordo trovato con Draghi. La sostanza sarebbe: nel Recovery fermi a 18 miliardi e nessuna proroga. In occasione della legge Finanziaria di dicembre si riaprirà la questione per prolungare a oltre il 2022 il provvedimento. Pace fatta, insomma. Se non fosse che già a inizio settimana il ministro dell’Economia Daniele Franco aveva fatto sapere alle controparti che della proroga si sarebbe discusso in occasione della manovra. C’è anche un motivo tecnico. Solo a fine anno si capirà l’effettiva portata dell’agevolazione al 110% e il relativo tiraggio. Mettere più soldi nel Pnrr significherebbe impegnarli senza possibilità di stornarli in caso di sopravvalutazione. Insomma, il Mef non sembra avere alcuna preclusione politica. Una sceneggiata tutta interna ai partiti che evidentemente Draghi non ha alcun interesse a svelare. Tanto la partita è fondamentalmente chiusa.

Sebbene resti un grande neo. Il Pnrr fa un vago accenno alla riforma fiscale. D’altronde non è previsto che ne sviluppi i contenuti. Il budget arriva dai prestiti e dalle erogazioni Ue. Solo che i partiti dovrebbero chiedere a gran voce di vedere subito gli estremi della riforma. L’Ue si preoccupa che noi facciamo altre riforme, non quella del fisco. Noi invece prima di firmare una cambiale da 191 miliardi più 30 dovremmo sapere come dovremo ripagarli e in che modo. Purtroppo lo scopriremo solo dopo.


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