Il freno ai rincari riguarderà solo le fonti energetiche diverse dal gas
Pure Carlo Calenda s’è desto: «Non possiamo aspettare Bruxelles, rischiamo il caos sociale».

Chi produce e vende elettricità da fonti diverse dal gas come eolico, solare, nucleare, biomasse, rifiuti, idroelettrico, ma anche petrolio, non potrà incassare più di 180 euro al megawattora. È quanto si apprende dal regolamento pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea che introduce quindi un tetto ai ricavi dell’energia elettrica che non deriva dal gas. Bisognava muoversi tutti insieme, questa la richiesta che è arrivata da più parti, soprattutto all’indomani della maxi manovra da 200 miliardi tedesca. Ma questo meccanismo, per assurdo, alla fine rischia di avvantaggiare solo alcuni Paesi, tra questi proprio la Germania.

Funzionerà in questo modo: l’elettricità verrà venduta sempre allo stesso prezzo sul mercato, ma tutto ciò che verrà ricavato sopra quel tetto di 180 euro al megawattora finirà nelle casse di ciascuno Stato. A quel punto ogni governo potrà decidere liberamente come utilizzare questi fondi per affrontare l’emergenza bollette e rincari. In Italia questa operazione però rischia di passare senza grandi risultati. Infatti, il nostro problema è che la maggior parte della produzione di elettricità arriva da gas e dai grandi bacini idroelettrici che si trovano fuori da questa misura europea. Fuori anche il carbone, salvo per la lignite che però in Italia non si utilizza. Secondo alcuni calcoli, insomma, è difficile che arrivino più di 3 miliardi allo Stato, del tutto insufficienti per calmierare le bollette.

In Europa è Berlino a trarre la maggior parte del vantaggio: tre centrali attive, 60 terawattora di elettricità prodotte con la lignite, e un grandissimo parco di rinnovabili da inserire in questo tetto. Insomma, dopo il danno la beffa: dopo mesi che il governo invitava l’Ue ad agire per porre un tetto comunitario al prezzo del gas, ci tocca ricevere una misura che forse salverà altri ma di certo non noi. La cosa più grave è che a essere aiutati saranno proprio i Paesi con maggior leva fiscale, i Paesi più ricchi, che meno avrebbero bisogno.

«Qui salta tutto. Di questo passo nessuno pagherà le bollette e sarà il caos sociale». È Carlo Calenda a parlare, che usa termini catastrofisti come «tsunami» per descrivere l’emergenza in cui ci troviamo. «Sulla crisi del gas l’Ue può aspettare, l’Italia no», spiega e insiste sull’applicazione di una manovra da 40 miliardi da effettuare subito per salvare famiglie e imprese. Calenda ha inviato la sua proposta a Giorgia Meloni e dice di attendere una sua risposta. E su quello che bisogna fare per fermare i prezzi ha le idee chiare: «Lo Stato italiano mette due paletti: il gas non può costare più di 100 megawattora, l’energia non più di 150 megawattora. È il tetto minimo per evitare il caos». Un tetto italiano quindi (come fin dall’inizio ha sostenuto, tra gli altri, anche la Verità), anche se finora si era detto di andare tutti insieme.

Anche Mario Draghi era stato severo a Praga quando ammoniva: «Siamo di fronte a una scelta, è in gioco l’unità tra di noi (Europa, ndr)», ribadendo come già sette mesi fa l’Italia aveva avanzato una proposta sul price cap e sottolineando che adesso ci sono Paesi che hanno esaurito il proprio spazio fiscale. Chi ancora ne possiede finirà per beneficiare intanto del tetto al prezzo dell’elettricità, in attesa che arrivi (forse) quello sul gas, in una guerra fratricida in cui i ricchi si salvano, mentre le persone comuni pagano per tutti gli altri. Così in Europa, come in casa. «Se vince l’ognuno per sé, sono gli Stati più fragili, tra cui l’Italia, a pagare il prezzo più alto», chiosa Calenda. Anche l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi è stato chiaro: «L’inverno più duro sarà quello del 2023/24». Soprattutto se l’Italia non potenzierà le sue infrastrutture. «Serve», ha precisato Descalzi, «più capacità di stoccaggio, e servono più rigassificatori».

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