Fattura elettronica: idee per slittarla non elimina il nero e viola la privacy
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  • La riforma, che parte a gennaio, scalfisce solo in minima parte l’evasione: irrealistico il recupero di 2 miliardi. Al contrario, vengono messi a rischio i dati sensibili. Meglio rimandare tutto per fare le correzioni necessarie.
  • I programmi per la gestione del sistema possono costare oltre 2.000 euro all’anno. Assosoftware denuncia i commercialisti: «Ci danneggiano con offerte low cost».

Lo speciale contiene due articoli.

Quando le vedette avvistarono l’iceberg, il primo ufficiale ordinò di virare immediatamente a sinistra e l’indietro tutta alla sala macchine. Ma l’iceberg era a soli 500 metri dal Titanic e l’abbrivio della nave rese l’impatto inevitabile, con le conseguenze che tutti conosciamo.

Oggi, a poche settimane dall’avvio della fattura elettronica, la similitudine appare appropriata. Infatti, si sta marciando verso un naufragio e, qualsiasi cosa accada, da qui al 2 gennaio si potranno solo forse attenuare i danni.

Un numero inestimabile di giornate di commercialisti, addetti all’amministrazione delle imprese ed esperti di sistemi informativi e legali è stato consumato in questi ultimi mesi per risolvere i problemi applicativi e le complesse modifiche apportate ai sistemi informativi gestionali in tutti gli studi e aziende.

Le maggiori società fornitrici di software hanno eseguito ingenti investimenti per offrire servizi al mercato, confezionando un’offerta che non si può rifiutare. Infatti le esigenze di controllo, conservazione dei dati, gestione dei flussi di informazioni da a verso il Sistema di interscambio (Sdi) rendono, di fatto, quasi obbligatorio l’intervento di questi fornitori privati. È normale che lo Stato offra un’infrastruttura tecnologica così modesta e insufficiente per una efficiente gestione della efattura, al punto da rendere di fatto obbligatorio rivolgersi a fornitori privati, con relativi problemi di privacy? Ma i costi sono il meno. Il più è costituito dall’enorme sacrificio imposto agli operatori economici. A essi viene richiesto di immettere sulla rete i dettagli delle proprie transazioni; non bastano più i dati riepilogativi della fattura trasmessi con lo spesometro (ora trimestrale), è necessario tutto il documento.

E su questo è intervenuto pesantemente il Garante della privacy, che, con il suo avvertimento del 16 novembre, ha posto una pesante ipoteca sul futuro della efattura. Nel metodo, ha osservato che non è stato preventivamente consultato. Nel merito, ha evidenziato, tra l’altro, che un’enorme massa di dati sensibili relativi a prezzi, politiche commerciali, informazioni sui prodotti e servizi aziendali e preferenze di consumo viaggerà lungo la rete, senza che siano state previste le misure minime di garanzia a tutela dei contribuenti.

Mancano risposte plausibili a due fondamentali domande. La prima: quale beneficio pubblico riesce a giustificare adeguatamente l’enorme sacrificio privato costituito dall’affidare alla rete, pur con tutte le protezioni del caso, i dati sensibili relative a «natura, qualità, e quantità dei beni e dei servizi formanti oggetto dell’operazione»? La seconda: vogliamo forse credere che 2 miliardi di euro di gettito possano giustificare tale sacrificio? Questa domanda lascia aperto il campo ai peggiori sospetti.

La posta in gioco non è il gettito, ma i dati. Oggi, e ancora di più in futuro, questi sono considerati un valore in sé. E la disponibilità dei dati di milioni di soggetti Iva italiani non volete che costituisca un potente incentivo a un uso illecito degli stessi? È di qualche giorno fa la notizia di 500.000 indirizzi Pec di tribunali e ministeri violati da hacker. Si stanno mettendo a rischio i dati sensibili delle imprese italiane.

Inoltre la fattura, oltre a essere essenziale per l’Iva, è un documento rilevante anche per i pagamenti (si pensi a quelli dei prodotti agricoli da parte della grande distribuzione). Esiste il rischio di ritardare i versamenti a causa di blocchi o problemi dello Sdi.

La efattura dovrebbe incidere sulla cosiddetta evasione senza consenso, quella in cui il venditore decide unilateralmente di non dichiarare o non versare l’Iva comunque fatturata. Tale evasione si stima essere pari a circa 13 miliardi di euro su circa 35 di gap Iva. È quindi chiaro che la gran parte dell’evasione Iva non risulta incisa da questo strumento, a meno che non si pensi di ricavare gettito dal nero elettronico.

Sull’evasione senza consenso sono efficacemente intervenuti dal 2017 sia lo spesometro trimestrale sia l’obbligo di comunicazione della liquidazione periodica Iva con importanti previsioni di gettito (circa 9 miliardi in tre anni). Perché non si verifica l’efficacia di questo strumento, prima di introdurne un altro molto costoso? Già nel novembre 2017, il servizio bilancio del Senato descriveva l’aleatorietà del gettito previsto, e i dubbi relativi all’effettività dell’incentivo all’adempimento come fonte di gettito sono sempre più forti. Autorevoli commentatori hanno addirittura parlato di abbassamento della soglia di convenienza a evadere. Qualcuno può spiegare ai contribuenti italiani come sia possibile ottenere un gettito aggiuntivo di 2 miliardi, (anche rispetto ai 9 già previsti dallo spesometro) per il solo fatto di anticipare di 90 giorni la trasmissione delle medesime informazioni, al costo aggiuntivo di rischiare di mettere in piazza dati sensibili di grande valore?

Ormai la velocità di avvicinamento è troppo alta e l’iceberg è troppo vicino per pensare di evitarlo. Tuttavia si può e si deve pensare a delle soluzioni che minimizzino i danni. Una pars construens è necessaria. Si potrebbe ipotizzare:

1 una sospensione dell’entrata in vigore della efattura e messa a punto nel primo semestre 2019 di uno spesometro mensile; in tal modo, si salverebbero almeno parzialmente gli investimenti tecnologici già eseguiti e si migliorerebbe la tempestività dell’attività di contrasto all’evasione rispetto all’attuale cadenza trimestrale.

2 Nel 2019, definire un progetto di digitalizzazione della fattura nelle operazioni B2B da far partire nel 2020.

Non bisogna dimenticare che l’eccesso di sicurezza dell’equipaggio e l’elevata velocità di avvicinamento del Titanic all’iceberg furono tra le cause principali del disastro. E la virata tardiva non bastò.


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