In Cina scattano i contro dazi sui beni Usa
Donald Trump (Getty Images)
Tariffe dal 10 al 15% su cotone e alimentari, dalla carne di maiale a manzo, pollame, grano e mais: Pechino mette nel mirino l’agricoltura per colpire la base elettorale di Trump. Crollano tutte le Borse: in Europa maglia nera alla Germania. Nasdaq a picco.

Da ieri le tariffe cinesi sul commercio di alcuni prodotti agricoli statunitensi sono entrate in vigore, segnando l’inasprimento della guerra commerciale tra Washington e Pechino.

La Cina ha imposto dazi che vanno dal 10% al 15% su una serie di prodotti americani, tra cui soia, carne di maiale e manzo, pesce, frutta, verdura, e latticini.

In un contesto geopolitico teso, queste misure rappresentano una rappresaglia diretta alla mossa dell’amministrazione Trump, che ha incrementato al 20% le tasse su tutte le merci provenienti dalla Cina. L’escalation tra i due giganti economici, che ha già avuto ripercussioni significative sui mercati finanziari, rischia di impattare ulteriormente sull’economia globale.

Le nuove tariffe cinesi non colpiscono solo settori chiave per l’agricoltura americana, ma sono anche un chiaro segnale politico per danneggiare la base elettorale del presidente Usa, composta in buona parte da agricoltori e industrie di trasformazione.

C’è anche da dire che le misure cinesi sono gestite con molta attenzione per esacerbare ulteriormente gli animi, mantenendo un certo margine di manovra per eventuali negoziati. La lezione appresa dalla Cina durante il primo mandato di Donald Trump è molto semplice: una risposta proporzionale ai dazi statunitensi sarebbe dannosa per Pechino, data la sua dipendenza dalle esportazioni verso gli Stati Uniti.

Pechino deve subire anche le martellate che arrivano dalla Russia. Una conferma che fra i due Paesi, sotto il mantello delle dichiarazioni ufficiali, c’è molto poco. Ieri Mosca ha annunciato l’aumento del bollo sulle automobili cinesi. Alla base della decisione il boom delle immatricolazioni di vetture in arrivo dal vicino, che nel 2024, ricorda il Financial Times, hanno toccato un livello sette volte superiore al 2022, alla luce del blocco virtualmente totale delle importazioni di auto europee o asiatiche per via delle le sanzioni imposte per la guerra in Ucraina. La Russia ha acquistato più di 1 milione di veicoli cinesi lo scorso anno, assorbendo circa il 30% delle esportazioni di auto a benzina prodotte da Pechino: il dato ha permesso ai marchi cinesi di conquistare il 63% del mercato russo e ha fatto scendere la quota di mercato dei marchi locali al 29%. A fronte di questa invasione le autorità russe hanno aumentato il bollo portandolo a 667.000 rubli (poco più di 7.000 euro), più del doppio rispetto allo scorso settembre. Ma queste tariffe sono destinate ad aumentare del 10-20 all’anno fino al 2030. Un altro sistema per arginare l’ondata di auto made in China è quello di incrementare i controlli di qualità: un’indagine ha anche recentemente scoperto che tre importanti produttori di camion cinesi hanno violato gli standard di sicurezza russi, portando allo stop alle vendite di alcuni modelli. Il principale marchio cinese importato in Russia è Chery, che gode del supporto pubblico: nei primi tre trimestri del 2024 le vendite verso Mosca sono state pari a 430.000 unità.

In ogni caso, la guerra commerciale mette in agitazione i mercati finanziari. Il Nasdaq registra cali superiori al 4% perdendo 1.000 miliardi di capitalizzazione. Peggio di tutti fa Tesla con un calo del 14% cancellando tutto il guadagno successivo alle elezioni: dal picco del 17 dicembre, ha perso circa 2 miliardi di dollari di capitalizzazione.

La caduta di Wall Street ha coinvolto le Borse europee. La peggiore è stata Francoforte, con uno scivolone dell’1,63%. Giù anche Londra (-0,90%), Parigi (-0,90%) e Madrid (-1,31%). A Milano, l’indice Ftse Mib ha segnato -0,98% a 38.215,00.

C’è da dire che la guerra commerciale coglie la Cina in un momento di difficoltà L’anno scorso, le esportazioni avevano raggiunto livelli record, ma quest’anno è diverso. Pechino sta affrontando una serie di sfide interne: la deflazione, la debolezza dei consumi e una grave crisi nel settore immobiliare. L’attivo commerciale potrebbe non essere sufficiente a compensare la pressione delle nuove tariffe e le difficoltà economiche interne. Lo scontro con gli Stati Uniti alimenta le preoccupazioni di una possibile recessione.

Il termine «Trumpcession» sta cominciando a circolare tra gli economisti. Le proiezioni della Federal Reserve di Atlanta parlano di un possibile rallentamento nel primo trimestre 2025, un dato che ha allarmato la comunità finanziaria.

Non tutti gli esperti sono così pessimisti, però. Holger Schmieding, capo economista della Berenberg bank, ritiene che l’economia americana possa resistere, grazie alla solidità del mercato del lavoro e alla disponibilità dei consumatori a spendere. Tuttavia, Schmieding avverte che le politiche di Trump stanno danneggiando la stabilità economica del Paese oltre il 2026.

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