Catastrofe Europa, l’unica cosa che funziona è la crescita. Delle spese
  • Rigidissima con i Paesi indebitati, l’Unione non si pone limiti per i propri bilanci. L’anno prossimo la sua mostruosa burocrazia costerà quasi 154 miliardi di euro.
  • Il capogruppo della Lega Marco Zanni: «Invece che tagliare, si alimenta una macchina che divora sempre più risorse. È l’unico punto su cui i poteri forti riescono ancora ad andare d’accordo. Ma di questo passo verrà giù tutto».

Lo speciale contiene due articoli.

Alzi la mano chi si sente più europeista dopo le elezioni di sei mesi fa. L’Ue sembra non appartenerci, si impone con i suoi diktat, le sue raccomandazioni, le sue procedure d’infrazione. È ben poco attenta alle questioni sociali: concentrata su fiscal compact e bail in, taglia le nostre stime di crescita, non offre soluzioni di politica migratoria, rivela gravi incertezze e divisioni su temi quali riforma economica e istituzionale. Non riesce nemmeno a far lavorare il nuovo esecutivo, ancora indefinito perché terreno di scontri sulle nomine, fra veti e feroci ripicche dei Paesi membri.

Resta il fatto che i parrucconi di Bruxelles continuino a ostentare austerità. «La Commissione continua ad applicare la disciplina finanziaria e perseguire incrementi di efficienza al fine di ridurre al minimo i costi amministrativi al proprio interno e nelle sue agenzie esecutive, così come nelle agenzie decentrate dell’Ue»: così si legge nell’introduzione al progetto di bilancio dell’Unione europea per il 2020.

Che brava questa Europa, che dichiara di avere adottato un «approccio rigoroso» riguardo le spese. Ma è proprio così? Assolutamente no. I pagamenti, infatti, restano altissimi: per il 2020 il capitolo delle spese prevede esborsi complessivi per una somma mostruosa: 153,7 miliardi di euro suddivisi tra Parlamento, Consiglio, Commissione, Corte di giustizia e le altre istituzioni incluse nel bilancio Ue. L’aumento rispetto al 2019 è del 3,5%. Una montagna di soldi, anche per mantenere organismi di dubbia utilità, acquistare immobili in ogni parte del mondo, coprire spese eccessive per non dire vergognose degli «eurocrati».

Due sedi parlamentari (a Bruxelles e Strasburgo) rappresentano un altro inutile spreco. Già nel 2014 un’analisi della Corte dei conti europea stimava che la chiusura della sede di Strasburgo avrebbe comportato risparmi per 114 milioni di euro annui, però la Francia continua a opporsi. Ecco alcuni esempi di istituzioni dove finiscono i soldi di noi contribuenti europei.

Previsto dal Trattato di Lisbona ed entrato ufficialmente in funzione il 1° gennaio 2011, il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) gestisce la rappresentanza diplomatica dell’Ue. È guidato dall’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Joseph Borrell, scelto come successore della nostra lady Pesc del Pd, Federica Mogherini. Dovrebbe rafforzare l’influenza dell’Europa sulla scena mondiale, dove invece rimane debole e incapace di svolgere un’azione diplomatica coerente ed efficace nel contesto globale, anche per le divergenze fra gli Stati membri.

Nel 2020 il servizio diplomatico europeo ci costerà più di 730 milioni di euro, 456 dei quali per mantenere le 190 delegazioni dell’Unione europea sparse nel mondo.

Gli stipendi del personale delle delegazioni rappresentano una spesa di 133,7 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti 79,6 milioni per consulenti ed esperti esterni. Considerando gli stanziamenti destinati a coprire le spese per ristoranti, mense, asili per i figli dei dipendenti, servizi medici, indennità varie (33,9 milioni di euro) a favore del personale impiegato nelle sedi esterne, si arriva a più di 247 milioni di euro.

Numerosi edifici di rappresentanza sono stati acquistati, moltissimi pagano affitti con costi annui, per noi contribuenti europei, che variano dai 711.277 euro della sede di Nairobi in Kenya ai 2.105.866 euro di quella di New York. Dai 630.540 euro di Tirana, in Albania, ai 3.293.117 euro della rappresentanza a Kabul, in Afghanistan; dai 203.000 euro per l’affitto della sede romana ai 286.837 di quella giamaicana di Kingston. Sommati a stipendi e benefit per il corpo diplomatico Seae, fanno la bellezza di 456 milioni di euro di spese amministrative.

Il personale della sede centrale a Bruxelles ci costa 187 milioni di euro. Nel 2015 il Daily Telegraph scrisse che questa sorta di ministero degli esteri dell’Unione europea avrebbe ordinato un servizio da tavola per le allora 140 delegazioni in tutto il mondo con tanto di bandiera dell’Europa incisa su stoviglie e bicchieri. Costo dell’acquisto, circa 3 milioni di euro.

Il Comitato economico e sociale europeo (Cese) e il Comitato europeo delle regioni (Cdr) sono due organi consultivi, entrambi con sede a Bruxelles. Emettono pareri non vincolanti. Da quando il Parlamento europeo ha aumentato poteri in codecisione, anche le iniziative legislative a tutela di interessi economici e sociali o in ambito di politica regionale (prerogative rispettivamente di Cese e Cdr), sono trattate direttamente in questa sede, verso cui si interfacciano stakeholder e istituzioni del settore.

Retaggio di un vecchio sistema, i due comitati nel 2020 ci costeranno 143 milioni di euro il primo, 102 milioni di euro il secondo. Le spese per il personale del Cese sono salite dai 95,7 milioni di euro del 2018 ai 102,6 milioni stanziati per il 2020. I suoi 350 membri sono uomini d’affari, sindacalisti, rappresentanti del settore agricolo, attivisti ambientali. Impennata anche nelle spese relative ad affitti, acquisti di attrezzature e mobilio: da 38,1 milioni di euro saliranno a 40,7 milioni. Per spese di viaggio e di soggiorno, per riunioni, convocazioni e spese accessorie del Cese, la cifra stanziata dall’Ue è di 20,6 milioni di euro. Non sono spiccioli.

Interessante quello che scrive Nikolaj Nielsen su Euobserver, un quotidiano online specializzato nell’analizzare ciò che succede a Bruxelles e dintorni, a proposito delle indennità riconosciute: «Daniel Mareels, ex capo della Federazione del settore finanziario belga, ha ricevuto 85.260 euro tra il 6 ottobre 2015 e il 4 luglio 2019 per riunioni che si erano tenute a Bruxelles». Indennità anche per aver partecipato al Festival di Jubel, festeggiando la democrazia in un grande parco di Bruxelles. Sempre secondo Nielsen, la vicepresidente del Cese, la spagnola Isabel Cano Aguilar, che ha dichiarato di trascorrere circa il 70% del suo tempo nella capitale belga, ha chiesto 93.090 euro per avere partecipato a 321 riunioni, quasi tutte a Bruxelles. Un’indennità giornaliera di 290 euro, cifra che ogni dipendente del Cese riceve, oltre allo stipendio, indipendentemente dal luogo dove ha luogo la riunione.

Nel progetto di bilancio per l’esercizio finanziario 2020, il Comitato delle regioni riceverà 76,8 milioni di euro per pagare i suoi 530 dipendenti e 25,3 milioni per affitti e spese varie. Quasi 5 milioni di euro saranno destinati a interpreti e traduzioni: ma questi funzionari vanno a Bruxelles senza conoscere le lingue? La politica immobiliare del Parlamento europeo, proprietario di quasi l’80% degli edifici che utilizza, è finita più volte nel mirino perché poco chiara. I cosiddetti «storni di recupero», ovvero gli stanziamenti destinati al finanziamento degli edifici non vengono tutti iscritti nel progetto di bilancio annuale e sottoposti ad approvazione, come si torna a raccomandare ogni anno.

Le eccedenze di spese vengono volentieri impiegate per l’acquisto di immobili. Già nell’esercizio finanziario 2005 si ricordava: «La commissione per i bilanci ha espresso più volte il parere che il Parlamento dovrebbe acquistare gli edifici che occupa, purché vi siano tutte le necessarie garanzie tecniche, giuridiche e finanziarie».

È interessante quello che sta accadendo per l’acquisto del terreno confinante la casa di Jean Monnet, considerato uno dei padri fondatori dell’Europa, a Bazoches sur Guyonne, località che si trova a una quarantina di chilometri da Parigi. Di proprietà dal 1982 del Parlamento europeo, che l’ha trasformata in un museo destinando un edificio annesso a sala congressi, mantenerla costa circa 230.000 euro l’anno.

Per questioni di sicurezza, o forse per realizzare alloggi utili ai congressisti, il Parlamento vuole comprare anche i 1.200 metri quadrati di terreno messi in vendita dall’unico vicino, al prezzo di 260.000 euro. Spese legali e notarili incluse, l’operazione costerebbe 300.000 euro. Non è una grande cifra, ma nel documento destinato alla commissione per i bilanci, alla domanda se esiste un’analisi costi-benefici, la risposta del Parlamento è stata «no». Non potrebbe essere diversamente, visto che l’operazione immobiliare, come molte altre, è una scelta politica o di immagine, non motivata da necessità.


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