Se il 2020, l’anno dello scoppio della pandemia, era stato soprattutto l’anno dell’Asia dal punto di vista borsistico, il 2021 ha visto invece il cambio di passo totale con l’Asia sostanzialmente al palo (+2,5% nel 2021 l’Emerging Asia) contro l’azionario mondiale in euro (Msci world) in salita di oltre il 30%. Tutte le previsioni formulate dalle principali case d’investimento individuavano l’Asia – trainata dalla Cina – come il luogo principe dove investire, ma è arrivata invece la doccia fredda a metà febbraio 2021 quando il governo cinese ha attuato un giro di vite su alcuni settori come piattaforme informatiche e sfruttamento dei dati, educazione scolastica, gaming e scuole private. A tutto questo si è aggiunto poi il tracollo del settore immobiliare e in particolare di Evergrande, il colosso guidato da quello che, fino a un anno fa, era l’uomo più ricco di Cina. Un gigante dai piedi d’argilla, cresciuto attraverso una formula di vendita basata sugli anticipi e una leva finanziaria smisurata.
«La parola più importante per la politica economica nel 2022 è stabilità» è il nuovo credo cinese che punta su un capitalismo «guidato» in un Paese dove comunque negli ultimi 40-50 anni la speranza di vita è quasi raddoppiata e il prodotto interno lordo pro capite è decollato (era 90 dollari annui a inizio 1960), trasformando la Repubblica popolare nella seconda potenza economica mondiale, mentre la capitalizzazione di mercato delle società quotate cinesi ha raggiunto lo scorso anno i 12 miliardi di dollari (era meno di 4 nel 2013).
Ciononostante, il prodotto lordo pro capite cinese resta comunque molto basso (circa 10.500 dollari Usa), di poco superiore a quello russo, un sesto di quello statunitense e un terzo di quello europeo.
Nell’indice azionario Msci emerging Asia, la Cina ha un peso importante (il 43%), seguita da Taiwan (20%), Corea del Sud (15,4%) e India (15,3%), mercato che lo scorso anno è stato la vera rivelazione (+34% nel 2021).
«È comprensibile quindi che per il 2022 le previsioni sul mercato cinese siano molto differenti rispetto al passato, anche se i multipli raggiunti dalle società cinesi restano molto attraenti. La politica rimane sicuramente il rischio maggiore, ma è certo difficile pensare che la storia della crescita economica cinese finirà», spiega Salvatore Gaziano, direttore investimenti Soldiexpert scf.
Dal primo gennaio 2022 è poi decollato l’accordo Rcep (Regional comprehensive economic partnership), quello che prevede la zona di libero scambio in Asia e che, nel lungo termine, punta all’abolizione dei dazi fra i pesi massimi dell’area (Cina, Giappone e Corea del Sud).
Si tratta di una novità che potrebbe avvantaggiare alcuni mercati tra cui il Vietnam, Paese che è stato fra le rivelazioni del 2020 e che ha visto nel 2021 un repentino crollo della produzione nel terzo trimestre 2021 (-6%) per colpa del Covid-19. Ora, però, la situazione sembra essere in ripartenza e le previsioni per il 2022 mostrano una crescita del Pil tra il 6 e il 6,5%, al vertice delle economie asiatiche.
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