Volodymyr Zelensky durante la conferenza stampa con il premier finlandese Petteri Orpo a Kiev il 22 ottobre 2026
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (Ansa)

Sui missili antimissile Patriot il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non ci sta e chiede ai Paesi europei di anticipare a Kiev gli esemplari dei loro già scarsi arsenali, promettendo in cambio di restituirli fra alcuni anni, quando saranno disponibili 500 ordigni di cui l’America ha permesso la vendita all’Ucraina.

Peccato che anche le future consegne saranno probabilmente pagate ancora dagli stessi europei col meccanismo Purl (Prioritised Ukraine Requirements List), mediante il quale sono gli alleati a pagare di tasca propria armi di fabbricazione americana da rigirare agli ucraini.

Dopo che, sabato, si era saputo della futura commessa da 500 Patriot Pac-3, che a causa dei costi – 2,1 miliardi di dollari totali – della bassa cadenza produttiva e delle concorrenti esigenze degli alleati Usa in Medio Oriente non sarebbero disponibili prima del 2030, Zelensky ha ieri notte dichiarato alla stampa che vuol chiedere agli europei da 10 a 30 sistemi Patriot per rinforzare le difese ucraine adesso, quando ce n’è bisogno, con la promessa di restituire una pari quantità di Patriot tratti dalle future consegne.

Che quasi sicuramente saranno sempre pagate dagli Stati dell’Unione europea. Sembra una beffa promettere di rifondere qualcuno coi suoi stessi soldi, ma, dato l’astronomico indebitamento dell’Ucraina coi Paesi che la sostengono, tant’è.

Zelensky rilancia sui negoziati, Mosca frena

In giornata il leader di Kiev ha poi asserito che «la Russia sta perdendo la guerra perché ha perso 54.000 soldati, fra morti e feriti, nel solo ottobre» e che quindi «per mettere fine a queste perdite folli, alla Russia basta optare per un cessate il fuoco e la via diplomatica». Ma fin dal 2022 le cifre sulle perdite di entrambi gli schieramenti sono state giudicate dalla maggioranza degli esperti inaffidabili.

Gli ucraini vorrebbero allargare a Ue e Turchia i colloqui di pace, ma il consigliere del presidente russo Vladimir Putin, Yuri Ushakov, ha precisato che «i primi colloqui si svolgeranno solo in formato trilaterale», cioè Usa-Russia-Ucraina. Ha aggiunto: «Penso che il presidente Putin risponderebbe a una chiamata di Zelensky, non si è mai rifiutato di parlare. Se il presidente ucraino vuole davvero negoziare, è libero di venire a Mosca».

Duro con gli europei è il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov: «L’Europa seguita a parlare della necessità di infliggere alla Russia una sconfitta strategica. Con tale approccio, è impossibile dialogare con loro».

Lo spiraglio turco e lo scetticismo di Washington

Quasi in risposta a Peskov, in serata Zelensky ha dichiarato a Rbc-Ukraine che sarebbe «pronto a incontrare Putin in Turchia», fidando nella mediazione del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Dice che non accetterebbe la cessione del Donbass e il riconoscimento della Crimea come territorio russo poiché «sarebbero in contraddizione con la Costituzione ucraina», ma Mosca certo non restituirebbe territori conquistati col sangue.

Da indiscrezioni riferite ieri da Radio Free Europe/Radio Liberty, pare che il segretario di Stato americano Marco Rubio abbia espresso a porte chiuse ai colleghi occidentali «forti dubbi sulla possibilità di raggiungere un accordo negoziato per porre fine alla guerra nei prossimi mesi». Rubio avrebbe sostenuto che è «irrealistica l’adesione dell’Ucraina alla Nato» e che «neppure la conquista dell’intero Donbass basterebbe a soddisfare le ambizioni territoriali russe».

Il cessate il fuoco locale e gli attacchi sull’Ucraina

Intanto il cessate il fuoco locale a Oleshky, nel Kherson, s’è chiuso ieri sera senza violazioni e dopo aver garantito l’evacuazione dei civili, al che Papa Leone XIV ha auspicato che faccia da modello per «nuove iniziative concrete di pace».

Ma la lotta prosegue feroce. La Russia ha lanciato ieri sull’Ucraina 433 droni, dei quali 64 Geran-5 a reazione, e le difese ucraine affermano di averne abbattuti 371, ma sono state colpite 16 località. Nelle regioni di Dnipro, Vinnytsia, Zhytomyr e Khmelnytskyi sono state bersagliate centrali e reti elettriche e «centinaia di migliaia» di persone sono rimaste al buio.

Raid alle infrastrutture energetiche russe

Droni ucraini hanno colpito la raffineria di petrolio Lukoil-Nizhegorodnefteorgsintez a Kstovo, a est di Mosca, causando un incendio nel grande impianto, che ha una capacità di lavorazione di 17 milioni di tonnellate di petrolio all’anno. I danni sarebbero tali che le autorità locali hanno razionato la benzina, mentre fonti ucraine hanno affermato che il raid, sommato ad altri dei giorni precedenti, avrebbe «fatto perdere alla Russia il 10% della capacità di raffinazione».

I raid ucraini e l’espansione russa in Africa

Il vicepremier russo Aleksandr Novak ha però detto, intervistato da Rossija-1, che il gasolio russo, nonostante «l’Europa abbia vietato a sé stessa di comprarlo», «a volte compare» sui mercati europei sotto marchi diversi.

Fra gli altri danni causati da droni e missili ucraini in Russia, è stata colpita la fabbrica di missili di Kamensky, presso Rostov, e sono stati distrutti un sistema antiaereo Pantsir-S2 e un veicolo di comando e controllo del sistema, pure antiaereo, S-400 Triumph.

Il Financial Times segnala che i russi, per ovviare agli attacchi ucraini nel Mar Nero, stanno dirottando l’esportazione dei grani da porti artici come Murmansk, con conseguente impennata dei prezzi.

L’intesa nucleare tra Mosca e il Ghana

Intanto Putin ha concordato col presidente del Ghana, John Mahama, che sarà l’agenzia russa Rosatom a costruire la prima centrale nucleare del Paese africano, il che, all’indomani del vertice Russia-Africa di settimana scorsa a Mosca, conferma l’espansione dell’influenza russa nel Continente Nero, dopo che già Paesi del Sahel come Mali, Burkina Faso e Niger hanno preferito l’amicizia del Cremlino alla storica, e decadente, egemonia della Francia.

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