Bruxelles ammette: il gas costerà troppo. Ma le sue soluzioni spingeranno i rincari
Il commissario all’Energia europeo, Dan Jorgensen (Getty Images)

Dopo aver fatto di tutto per innescare la crisi energetica, ora l’Europa non sa come uscirne e il commissario all’Energia europeo, Dan Jorgensen, piange miseria. Ieri ha detto che l’inverno «sarà difficile per molti cittadini europei, ne siamo ben consapevoli.

In un anno qualunque quasi 50 milioni di europei non riescono a riscaldare adeguatamente le proprie abitazioni a causa degli elevati prezzi dell’energia in Europa. Quest’anno, probabilmente, il numero sarà ancora più alto: dobbiamo quindi fare tutto il possibile per alleviare queste difficoltà».

Senza volerlo, il commissario certifica il fallimento della politica energetica europea. Finora, infatti, la Commissione, il Consiglio e il Parlamento europeo, la somma delle istituzioni sovranazionali europee, hanno fatto di tutto per mettere l’Europa in difficoltà.

Le politiche energetiche e ambientali che l’Unione ha imposto pesano su famiglie e imprese. Dal 2009 hanno chiuso più di trenta raffinerie di benzina e gasolio, scoraggiate dall’Ets e dalla mancanza di prospettive per via del Green deal.

Con l’imposizione di un divieto di immatricolazione di automobili con motore a combustione interna dal 2035, i raffinatori non hanno più fatto gli investimenti necessari a mantenere attive le raffinerie che necessitavano di manutenzione straordinaria. Questo ha reso l’Europa dipendente dai poli di raffinazione esteri.

Alla base dell’aumento dei prezzi dell’energia in Europa

La tassa sulle emissioni (Ets), ha compromesso gravemente la capacità delle imprese europee di stare sul mercato mondiale e ha fatto alzare i prezzi dell’energia, mentre il processo di elettrificazione dei consumi energetici necessita di migliaia di miliardi di investimenti e tempi lunghi.

Inoltre, la combinazione di elettrificazione e produzione a fonte rinnovabile impone altri miliardi in sistemi per stabilizzare la rete, di cui l’Ue non ha mai parlato nelle migliaia di pagine di regolamenti e direttive che riguardano il Green deal.

C’è voluto un blackout in Spagna lo scorso anno per portare all’attenzione il fatto che la stabilità della rete dipende dai sistemi di controllo di tensione e frequenza, i quali hanno un costo.

Per non parlare della tattica suicida del RePowerEu, il progetto per fare a meno del gas russo, lanciato nelle settimane successive all’invasione russa dell’Ucraina. Il progressivo venir meno delle forniture di gas dalla Russia ha fatto alzare i prezzi, naturalmente, anche se l’ipocrisia europea ha fatto sì che ancora nello scorso trimestre il 14% dell’import di Gnl fosse di origine russa.

Le conseguenze per il Vecchio Continente

Tutti questi fattori fanno salire i prezzi dell’energia, tanto che l’energia in Europa, da bene e servizio di base, si è trasformato in un servizio premium che non tutti possono permettersi. In barba all’art. 194 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che da una parte assicura la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, dall’altra afferma che gli atti dell’Ue non possono incidere sul diritto di uno Stato membro di scegliere quali fonti di energia utilizzare.

Su questa situazione già oltre il limite si è innestata la guerra nel Golfo Persico, con il Gnl dal Qatar (che rappresenta il 20% dell’offerta) che ha smesso di arrivare sui mercati mondiali, così come i prodotti raffinati nel Golfo persico, facendo alzare ulteriormente i prezzi.

Ieri ha parlato anche la ministra svedese dell’Energia Ebba Busch, dicendo che «stiamo mancando l’obiettivo di renderci energeticamente indipendenti: siamo passati dalla dipendenza dal gas russo a quello americano». Certo, è così. Lo ha certificato anche l’Agenzia dei regolatori europei, Acer, secondo cui gli Usa forniscono il 30% dell’import europeo, tutto Gnl. Il primo fornitore resta la Norvegia, ma il Gnl dagli Usa è il gas marginale, quello che decide i prezzi perché in concorrenza con il grande consumatore Asia.

Se parliamo di nuove dipendenze, la grande omissione di Bruxelles riguarda la dipendenza del Green deal dalla tecnologia cinese. La Cina controlla fino al 90% delle relative filiere industriali, ma questo non sembra preoccupare Bruxelles. Evidentemente alcune dipendenze sono più gradite di altre.

La «geniale» soluzione dell’Unione europea

Ieri il tetragono Jorgensen ha indicato la soluzione di questi enormi problemi nel continuare sulla fallimentare strada percorsa sinora, ossia «puntare maggiormente sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica, favorire l’elettrificazione, sostituendo le caldaie a gas o a olio combustibile con pompe di calore elettriche, e passare dai veicoli con motore a combustione a quelli elettrici». Per fortuna ha premesso di essere consapevole dei problemi.

Se un cittadino non può permettersi di pagare la bolletta del gas, come può spendere 50.000 euro per un’auto elettrica o 30.000 per una ristrutturazione, o anche solo 5.000 per una pompa di calore? Anche se fosse, nessuno di questi supposti rimedi aiuterà a pagare le bollette del prossimo inverno.

Il problema è che i rialzi del prezzo del gas non hanno ancora fatto sentire pienamente i propri effetti sul potere d’acquisto delle famiglie. Nel paniere Istat che misura l’inflazione il peso del gas è fisso per tutto l’anno, quindi conta soltanto il prezzo al metro cubo, con lo stesso peso a gennaio e a luglio. Quello che l’indice dei prezzi al consumo non registra, per costruzione, è il consumo stagionale.

A cambiare con la stagione invece è proprio il peso della bolletta, e con essa il potere d’acquisto delle famiglie. Per cui, una stima dell’inflazione dei prezzi a gennaio in Italia potrebbe essere superiore al 5,5%, ma il peso che le famiglie sentiranno sui loro portafogli sarà molto più alto.

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