C’è una palese forzatura istituzionale che in queste ore agita i palazzi della politica romana e riaccende i riflettori sul precario equilibrio tra le legittime prerogative degli Stati sovrani e i poteri di veto della Commissione europea.
La cronaca degli ultimi giorni offre un caso di scuola emblematico e inquietante su come un’esigenza vitale di ordine pubblico e tutela della salute mentale dei minori – avvertita con urgenza a livello nazionale – possa venire bruscamente azzerata e congelata dai freddi ingranaggi burocratici dell’Unione europea.
Il ddl trasversale sostenuto dal premier Meloni
Tutto ha inizio con il disegno di legge che intende porre un argine all’accesso ai social network ai minori di 14 anni, un testo trasversale firmato dalla senatrice Lavinia Mennuni (FdI), insieme con Marianna Madia (Italia viva) e Simona Malpezzi (Pd). Un’iniziativa che aveva ricevuto una fortissima spinta politica da Palazzo Chigi, ancor più dopo i gravi episodi di guerriglia urbana registrati a Milano lo scorso sabato 17 ottobre.
In quell’occasione, le piattaforme digitali e i canali come TikTok erano stati individuati come il motore e lo strumento principale per il coordinamento delle violenze e delle devastazioni di piazza tra giovanissimi. La stessa presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva auspicato un’immediata accelerazione parlamentare, suggerendo l’inserimento della norma tramite emendamento nel decreto Sicurezza o nel decreto Cortei, per dare una risposta fulminea a un problema percepito come una vera e propria emergenza sociale e di ordine pubblico.
Il testo era già stato notificato con la massima trasparenza alla direzione generale Connect della Commissione europea. Di fatto, l’Italia si stava posizionando come un virtuoso precursore rispetto alle intenzioni manifestate dalla stessa presidente Ursula von der Leyen con il progetto del futuro regolamento europeo denominato Eu Kids Act. Eravamo i primi a fare scuola, insomma, offrendo un modello normativo già pronto.
Leggi congelate: agli eurocrati interessa più la comodità delle Big Tech
Il quadro è però mutato radicalmente con la dichiarazione a freddo del portavoce della Commissione, Thomas Regnier. Con un atto d’imperio unilaterale, Bruxelles ha annunciato ieri una moratoria di ben 12 mesi, congelando d’ufficio qualsiasi iniziativa legislativa nazionale che possa «sovrapporsi» o anticipare le future norme armonizzate europee.
La motivazione formale: difendere l’integrità del mercato unico digitale, evitando che la frammentazione in 27 leggi differenti (tante quante i Paesi membri dell’Unione europea) renda complicata la vita e la conformità tecnica alle grandi multinazionali del tech. Insomma, per l’eurocrazia le comodità tecniche delle Big Tech valgono più della sicurezza e dell’incolumità dei ragazzi.
Lo spetto di un centralismo normativo sempre più pervasivo
Questa decisione sposta l’asse del discorso su un terreno politico e costituzionale, dove il concetto stesso di sovranità legislativa viene ridotto a un fastidioso dettaglio burocratico. La dinamica imposta dalla Commissione Ue, infatti, evoca lo spettro di un centralismo normativo sempre più pervasivo, i cui confini tendono a espandersi ben oltre i trattati economici.
È immediato il parallelismo con il precedente del dossier ungherese, dove il blocco dei fondi comunitari è stato utilizzato come leva politica perché a Bruxelles non piacevano le riforme interne introdotte dal governo di Viktor Orbán. Al di là del merito, è il metodo a ridefinire i rapporti di forza: se oggi l’Europa si prende la licenza di stabilire se e quando uno Stato membro possa legiferare per difendere i propri minori dalla violenza organizzata online, significa che l’autonomia legislativa è ormai sotto scacco.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >