Ursula von der Leyen e António Costa durante un incontro ufficiale dell’Unione europea
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e António Costa, presidente del Consiglio europeo (Ansa)

L’esempio più eclatante è lo scherzetto sui migranti. Venerdì sera è venuto fuori che, nelle conclusioni del Consiglio Ue, non sarebbero state accolte le richieste di Danimarca, Italia e Polonia: i tre Paesi chiedevano, anzitutto, di istituire «un coordinamento sulle misure nazionali che hanno un impatto su altri Stati».

Era un riferimento alle iniziative di Pedro Sánchez, il quale, annunciando la regolarizzazione di mezzo milione di migranti, ha contribuito all’innesco della crisi di Ceuta. Un incidente che ha messo a repentaglio la sicurezza di tutti: sia per il rischio che gli irregolari penetrassero nell’area Schengen; sia nell’eventualità di infiltrazioni terroristiche.

L’altro ieri, i capi di governo, tra i quali figura il premier spagnolo, spalleggiato, nel disastro dell’invasione dell’exclave, da Emmanuel Macron, non se la sono sentita di certificare il fallimento dei socialisti iberici. Ma alla fine, nel testo, non sono stati inclusi nemmeno i passaggi più generici: tipo quello che definiva l’immigrazione clandestina «una grande sfida», tale da creare «preoccupazione per molti cittadini europei», causare «problemi sociali» e minacciare la «coesione» delle società. È rimasto soltanto un vago cenno allo «sviluppo di un quadro di emergenza», al quale dovrebbe collaborare la Commissione.

Un’Europa che ignora gli equilibri politici

Le reticenze del vertice Ue sono la fotografia, dai colori sempre più sbiaditi, di un’Europa disfunzionale e sclerotica. Di una maggioranza – quella che sostiene Ursula von der Leyen – raffazzonata e inadatta a tradurre in pratica gli orientamenti prevalenti della gente che dovrebbe rappresentare. Di un continente che si sogna soggetto geopolitico e militare, che si arrovella in discussioni sulla rapidità delle decisioni e sulla necessità di abolire il diritto di veto, ma non è capace di liberare la sua istituzione centrale dall’ipoteca di leader decotti.

Pensateci. A meno che i sondaggi non sbaglino clamorosamente, Sánchez è indirizzato verso una clamorosa batosta alle urne, tra poco più di un mese. L’orizzonte del suo collega transalpino è un po’ più lungo, ma il cambiamento che si profila per la Francia è altrettanto radicale: nessuno dei candidati alternativi sembra in grado di arginare l’avanzata di Marine Le Pen verso l’Eliseo.

Se, a Varsavia, dovesse cadere Donald Tusk, non sarebbe certo per la concorrenza dei progressisti. E Friedrich Merz non dorme da un pezzo sonni tranquilli. Il cancelliere si regge per miracolo, dice di non voler mantenere la coalizione a tutti i costi e l’ascesa di AfD appare inarrestabile; ma il Consiglio si comporta come se gli equilibri politici fossero rimasti inalterati rispetto a due anni fa.

Si impegna nelle ennesime elargizioni finanziarie per l’Ucraina, mentre, da Parigi a Berlino, fondatori dell’Unione, dilaga l’insofferenza verso il supporto a oltranza a Kiev, l’assenza di confronto diplomatico con la Russia e la corsa al riarmo. Sull’immigrazione, il massimo che si riesce a produrre sono formulette fumose.

La ciliegina sulla torta? A Bruxelles si sognano nuove convergenze con il Regno Unito, dove il primo ministro, Andy Burnham, ha momentaneamente frenato l’emorragia di consensi provocata dal tragico predecessore Keir Starmer, ma non ha certo restituito un futuro roseo ai laburisti. La selezione delle élite sembra operare al contrario: più le classi dirigenti sono invise ai cittadini, più vengono ascoltate dall’eurocrazia.

Il paradosso della sinistra europea

In ballo non c’è il mero auspicio di una svolta a destra. In fondo, si potrebbe obiettare che, fino a quando l’anno elettorale 2027 non avrà emesso i suoi verdetti, la composizione del Consiglio non cambierà, così come la matrice politica della Commissione. Ciò che è successo venerdì, formalmente, era legittimo. Sì. Ma il paradosso è che, persino per la situazione attuale, le mosse (in)compiute in sede europea spiccano per la loro miopia.

Quella di Mette Frederiksen, colei che invoca una stretta sugli irregolari e, seguendo l’esempio di Giorgia Meloni in Albania, vorrebbe che l’Ue si doti il prima possibile di hub per la gestione dei flussi direttamente in Africa, tanto da attirarsi gli strali degli alleati del Pd italiano e del Psoe spagnolo, è l’unica sinistra che, se non stravince, almeno resiste.

Eppure, la preoccupazione principale, a Bruxelles, è stata di evitare sgarbi nei confronti della sinistra che perde: quella di Sánchez e quella di Macron.

«Ci vuole più Europa»: la risposta a ogni crisi

L’inconsistenza di questa politica si rispecchia nel meglio del riformismo che gli europeisti immaginano: fondare, come scriveva ieri sul Corsera Ernesto Galli della Loggia, «una più perfetta unione» sulla base del modello ucraino. Un mito in cui le giuste lodi all’«eroica resistenza» coesistono con la bizzarra cecità al cospetto dei nazionalisti con le rune tatuate. E con la certezza che «le armi cambiano il corso delle vicende umane».

Per la serie: è ora che la guerra dia una lezione ai populisti. Tanto, quale che sia la diagnosi, la terapia prescritta è sempre uguale: ci vuole più Europa.

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