Meno soldi per la crescita, meno risorse per le Regioni, l’agricoltura e la ricerca. In compenso, cinque nuove tasse per rimpinguare le casse di Bruxelles. La presidenza irlandese ha trovato la sua ricetta per il bilancio europeo 2028-2034: stringere i cordoni della borsa e allargare quelli dei contribuenti. Un capolavoro di equilibrismo contabile, nel quale tutti sono invitati a pagare di più per ricevere meno.

La nuova proposta riduce il bilancio pluriennale dell’Unione di 141 miliardi di euro a prezzi 2025 rispetto all’impianto originario della Commissione. Il tetto degli impegni scende così da 1.763 a 1.622 miliardi, una sforbiciata dell’8%.

Germania e Olanda, capofila dei Paesi frugali, chiedevano di ridimensionare pesantemente il bilancio. Hanno ottenuto una buona parte di quello che volevano. Gli irlandesi hanno cercato di addolcire la pillola per gli Amici della coesione, Italia compresa, evitando ulteriori tagli alla politica agricola comune e ai fondi destinati alle Regioni rispetto alla proposta della Commissione.

Ma c’è un particolare che rischia di sfuggire nella diplomazia dei comunicati: salvare un capitolo dai nuovi tagli non significa restituirgli quello che aveva già perso.

Agricoltura e coesione, infatti, arrivano a questo negoziato dopo essere state già ridimensionate nell’impianto originario del prossimo bilancio. Passa da 946,4 miliardi a 914,2 miliardi, subendo un taglio di circa 32 miliardi.

In particolare, la presidenza mantiene integralmente il livello previsto dall’esecutivo europeo per gli aiuti diretti della Pac, fissando una dotazione minima di 261 miliardi di euro per il sostegno al reddito agricolo.

I frugali, del resto, avrebbero voluto affondare la lama ancora più a fondo, usando proprio i fondi agricoli e quelli regionali per finanziare le nuove priorità europee. La presidenza ha preferito non provocare una rivolta nelle campagne e nei territori. Ma la coperta rimane corta.

Il conto più salato, nella nuova proposta, lo pagano proprio le ambizioni strategiche della Commissione. La rubrica «Competitività, prosperità e sicurezza», che avrebbe dovuto rappresentare il motore della trasformazione industriale europea, perde 66,6 miliardi e scende da 522,2 a 455,6 miliardi.

Competitività e ricerca, Bruxelles taglia le risorse per sfidare Usa e Cina

Il nuovo Fondo europeo per la competitività viene ridotto da 397,8 a 355,9 miliardi, mentre Horizon Europe, il programma dedicato alla ricerca e all’innovazione, passa da 154,9 a 140 miliardi. In altre parole, l’Europa vuole competere con Stati Uniti e Cina, ma si presenta alla gara con una dotazione più leggera. La strategia è surreale: recuperare terreno spendendo meno.

Anche la difesa scopre che le emergenze geopolitiche devono fare i conti con quelle ragionieristiche. Perde oltre 15 miliardi, scendendo da 115,7 a 100,7 miliardi. La forbice si abbatte sull’azione esterna. Global Europe passa da 190 a 156,9 miliardi, mentre il suo strumento principale scende da 176,8 a 149 miliardi.

Difesa e crisi internazionali, l’Europa riduce i fondi strategici

Anche la riserva per le sfide emergenti viene ridotta, da oltre 13 a meno di 10 miliardi. L’Europa vorrebbe contare di più nel mondo e difendere i propri interessi, ma il bilancio suggerisce di farlo con un portafoglio più sottile.

Quanto all’Eu Facility, il contenitore pensato per affrontare crisi, calamità naturali, solidarietà e questioni interne, la dotazione viene quasi dimezzata: da 56,3 a 32,4 miliardi. Scompare il cuscinetto interno da 7,7 miliardi previsto dalla Commissione.

Le crisi, evidentemente, sono invitate a rispettare i limiti di spesa. Poi arriva il capitolo delle entrate, dove la fantasia fiscale europea mostra grande vitalità.

La presidenza irlandese propone cinque tasse. La prima è un contributo a carico delle imprese con un giro d’affari di almeno 100 milioni. Seguono un prelievo sui tabacchi, una tassa sui rifiuti elettronici non raccolti, una quota maggiore dei ricavi del sistema europeo di scambio delle emissioni, l’Ets, e la destinazione al bilancio Ue della maggior parte delle entrate del Cbam, il cosiddetto dazio climatico applicato alle importazioni di determinati prodotti ad alta intensità di carbonio.

Il contributo sulle imprese finirà per gravare sul mondo produttivo; il prelievo sui tabacchi toccherà consumatori e filiera; quello sui rifiuti elettronici non raccolti dovrà tradursi in un incentivo a migliorare la raccolta, ma anche in nuovi costi per gli operatori interessati.

Quanto alle entrate dell’Ets e del Cbam, si tratta di strumenti legati al prezzo delle emissioni e alle importazioni: la loro incidenza economica dipenderà dal modo in cui i prelievi verranno trasferiti lungo le catene produttive e commerciali.

Senza le stime ufficiali del gettito e i dettagli definitivi delle aliquote non è possibile quantificare seriamente il conto. La contraddizione politica, però, è già visibile. Una combinazione che rischia di indebolire proprio la crescita dalla quale dipende la capacità di finanziare le politiche pubbliche.

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