Lega e grillini si spaccano in Europa. Ursula presidente con i voti del M5s
  • La tedesca von der Leyen a capo della Commissione Ue con una maggioranza risicata. Furibondi gli alleati di governo. Nel discorso d’insediamento carbon tax e parità di genere. Sui migranti: «Solo salvare non basta».
  • Il tedesco Martin Selmayr, potente segretario generale della Commissione di Jean-Claude Juncker, costretto a lasciare: «Dopo di me un francese, è un progetto francotedesco». Favorito Olivier Guersent.

Lo speciale contiene due articoli.

Una vittoria sul filo di lana che spacca in due l’Europa e la maggioranza che regge l’esecutivo del nostro Paese. La tedesca Ursula von der Leyen deve dire grazie alla dozzina di eurodeputati del M5s che l’hanno votata se da oggi può sedere (prima donna nella storia) sullo scranno continentale più prestigioso, quello riservato al presidente della Commissione europea. Su una maggioranza richiesta di 374 voti, infatti, la candidata ne ha raccolti appena 383. Di segno opposto il voto dell’altro alleato di governo, la Lega di Matteo Salvini. Si apre ora una pagina complessa per la gestione dei rapporti interni al governo, con l’eventualità che il M5s, di fatto ago della bilancia in Parlamento, si arroghi il diritto di chiedere per sé il ruolo del commissario europeo. Eloquente il tweet immediatamente successivo all’annuncio dell’esito voto scritto dal leghista Claudio Borghi: «Penso solo insulti». Così come il precedente del grillino Dino Giarrusso: «Decisivi». Per tutta la giornata si sono rincorse dichiarazioni di segno contrastante che hanno fatto temere per il peggio. Molti dei gruppi hanno preso posizione solo nel tardo pomeriggio, compresi i socialisti, i quali hanno diramato una nota solamente dieci minuti prima del voto.

Quella della von der Leyen rimane comunque una vittoria di Pirro. Tolto il Ppe, infatti, ognuno dei gruppi che ha contribuito alla sua elezione vanta un credito nei suoi confronti. «Eravamo molto scettici quando la candidata si è presentata al nostro cospetto», si legge nella nota diffusa dai socialisti, «ma oggi dobbiamo ammettere che è venuta incontro a molte delle richieste del gruppo». Il faro rimane comunque puntato: «Rimarremo comunque vigili per essere sicuri che nei prossimi 5 anni manterrà le promesse fatte». Per non parlare dei liberali, che per garantirle il voto nei giorni scorsi avevano chiesto di riservare il posto di primo vicepresidente a Margrethe Vestager.

Nella mattinata Ursula von der Leyen aveva tenuto un discorso convintamente europeista. «Il mondo chiede più Europa, il mondo ha bisogno di più Europa», ha chiosato entusiasta la candidata alla presidenza della Commissione europea. Sull’onda dell’entusiasmo degli ultimi mesi e nel tentativo (comunque rivelatosi inutile) di convincere il gruppo dei Verdi, la prima parte della prolusione è stata sacrificata alla causa ambientalista. Prima l’annuncio di un «green deal» europeo, con la volontà di fare dell’Europa il primo continente neutro dal punto di vista climatico entro il 2050 tramite una riduzione delle emissioni di CO2 del 50-55% («il 40% è troppo poco» ha dichiarato) entro il 2030. Sul piatto anche un piano europeo di investimenti sostenibili da 1.000 miliardi e l’introduzione della carbon tax.

Sul versante economico, la von der Leyen si è soffermata a lungo sui temi sociali, evitando volutamente di impelagarsi nel merito delle scelte di politica monetaria (finora al centro dell’agenda continentale) e sorvolando sui dettagli del budget settennale ancora in fase di negoziato. Confermata l’idea di favorire l’introduzione del salario minimo in tutti gli Stati membri e di un programma di disoccupazione complementare, come già anticipato nei giorni scorsi con una lettera ai parlamentari. Sul secondo punto, in particolare, esistono già degli studi di fattibilità commissionati da Bruxelles, quindi si tratterebbe di fatto della prosecuzione di un punto programmatico già messo in cantiere dalla precedente Commissione. Ma la von der Leyen ha annunciato anche la volontà di potenziare il programma «Garanzia giovani», triplicare gli sforzi finanziari dell’Erasmus e introdurre la «Garanzia bambini» per il contrasto alla povertà (in realtà già inclusa nel programma del prossimo budget). Menzione particolare per la parità di genere. Le prime parole del discorso sono dedicate a Simone Veil, presidente donna del primo Parlamento europeo: «E 40 anni dopo, è con grande orgoglio che posso dire: finalmente una donna è candidata alla presidenza della Commissione europea». Per favorire questo principio, l’idea è quella di imporre l’assoluta parità di genere tra i commissari: «Se uno degli Stati membri non mi fornirà nomi di donne a sufficienza, non esiterò a chiederne altri».

Parole piuttosto drastiche per quanto riguarda due temi considerati tra i più caldi. «Non ci può essere alcun compromesso quando c’è di mezzo lo stato di diritto», ha dichiarato severa, aggiungendo che supporterà «ogni nuovo strumento» per contrastare le violazioni in questo campo. Anche in questo caso la strizzatina d’occhio è rivolta ai liberali di Renew Europe che considerano il giro di vite sullo stato di diritto un requisito imprescindibile per il supporto alla von der Leyen. Categorica anche la posizione sui migranti. Pur riconoscendo l’ovvio («dobbiamo ridurre l’immigrazione irregolare contrabbandieri e trafficanti, perché sono criminali» e «sono consapevole di quanto siano difficili e controverse le discussioni su questo tema»), la von der Leyen ha inferto una stoccata niente male ai sovranisti: «Sussiste il dovere legale e morale di rispettare la dignità di ogni essere umano. L’Unione europea può e deve difendere questi valori. L’Unione europea ha bisogno di confini umani. Dobbiamo salvare, ma salvare solamente non basta».


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