- Le squadre dovranno pagare i test dei membri e gli abbonamenti crolleranno. Un massacro per un settore da 20 milioni di aderenti.
- Gli sprovvisti di card esclusi da pasti e piscine. Federalberghi: «Arrivano già disdette».
Lo speciale contiene due articoli.
Numeri da niente. Solo cinque milioni di praticanti di ginnastica, aerobica, fitness e cultura fisica, 4,6 milioni di calciatori amatoriali e 4,2 milioni di appassionati degli sport acquatici. Li stiamo esaltando come base per le medaglie olimpiche nei servizi da Tokyo, li stiamo massacrando in quelli della pandemia. E con loro chi consente tutte queste attività: palestre, piscine, società sportive. Ancora una volta in ginocchio, ancora una volta nel mirino del governo: prima con i lockdown di Giuseppe Conte, ora con il Green pass di Mario Draghi. Il decreto è una lapide: «Dal 6 agosto il pass sarà obbligatorio in piscine, palestre, centri benessere e dove si praticano sport di squadra, limitatamente alle attività al chiuso, per i soggetti non esclusi per età dalla campagna vaccinale».
Chi ha più di 12 anni deve avere il certificato o non entra. E la specifica delle «attività all’aperto» è pleonastica perché gli abbonamenti ripartono da settembre e da metà ottobre, ad andare bene, in mezza Italia tutto si svolge al chiuso o non si svolge proprio. Chi verrà colto in flagrante rischia una multa da 400 a 1.000 euro «a carico dell’esercente e dell’utente». È noto che la contraffazione di pass e Qr Code è un gioco da ragazzi sul pianeta web. È l’ennesima mazzata al mondo di mezzo, quello del tempo libero (più scuole di danza), che l’Istat valuta numericamente in 20 milioni di cittadini (esclusi i runner autodidatti) e rappresenta un indotto di 60 miliardi, quasi 4 punti di Pil. Meglio specificarlo perché il premier, nonostante sia un ex maratoneta, coglie al volo solo le cifre.
Il pianeta dello sport amatoriale è un bersaglio fisso da inizio pandemia. Nessun riguardo, solo chiusure preventive questa volta ammantate di prudenza in assenza di riscontri oggettivi. Andava oltre qualche mese fa Xavier Jacobelli, direttore di Tuttosport, in un editoriale sacrosanto dopo la disastrosa esperienza del ministro Vincenzo Spadafora: «Al governo dei competenti ci permettiamo di indirizzare un caloroso auspicio, ci dia un ministro che capisca di sport, che conosca la Carta olimpica e non scambi il presidente del Cio Thomas Bach con Johann Sebastian Bach. Abbiamo già dato».
Non si tratta di tifare o no per il vaccino, ma di fotografare una situazione disastrosa, un obiettivo perdurante dell’esecutivo che fin qui ha elargito ristori minimi a un comparto sull’orlo del fallimento. Lo sottolinea il presidente dell’Asi (Associazioni sportive e sociali italiane), Claudio Barbaro, senatore di Fratelli d’Italia: «È un ulteriore colpo, durissimo, alle centomila strutture sportive. Con la limitazione degli accessi, per palestre e piscine sarà impossibile proseguire. Al di là del prevedibile calo di accessi e abbonamenti, quanti già iscritti alle strutture sportive e non in possesso di Green pass saranno rimborsati dal governo? Gli stessi gestori, vessati da 17 mesi, saranno aiutati o abbandonati? Ci chiediamo come possa l’esecutivo perseverare nel non considerare lo sport un presidio che eroga benessere. Con questa sequela di provvedimenti sono già state allontanate migliaia di persone dalla pratica sportiva».
Nessuna isteria, a dimostrazione della serietà dei gestori, ma grande preoccupazione. Le società dilettantistiche hanno un problema in più: saranno costrette a svenarsi per continuare il valzer del tampone nei confronti di quegli atleti che per motivi loro non si vaccinano. E in mancanza di numeri minimi dovranno rinunciare a un’altra stagione agonistica. Nonostante questo Marco Contardi, presidente di Arisa (l’associazione che tiene insieme le imprese sportive della Confcommercio di Milano), è dialettico: «Se questo è uno strumento per garantire la presenza della gente in palestra, ben venga. Ma è fondamentale non essere obbligati a chiudere in autunno come un anno fa».
La garanzia non esiste. E allora anche lo sport di base è pronto a scendere in piazza, ad alzare la voce invece dei pesi. Anche l’Anif aumenta il volume della radio. L’associazione degli impianti sport e fitness (che rappresenta i 100.000 centri sportivi) presieduta da Giampaolo Duregon ha emesso un comunicato che non lascia spazio alla fantasia: «Di fatto questa è un’altra semichiusura mascherata. Al netto delle decisioni del governo, l’Anif ribadisce la sua ferma opposizione a qualsiasi forma di passaporto vaccinale per entrare nelle palestre e nelle piscine al coperto. Il che equivale a tornare a restrizioni penalizzanti per l’intero settore».
I centri sportivi hanno adottato fin da subito protocolli severissimi con un costo economico elevato. Uso della mascherina, distanziamento, sanificazione continua degli attrezzi e degli ambienti, rilevamento della temperatura all’ingresso, registrazione degli utenti all’interno delle strutture. Scoprire che tutto ciò non basta crea senso di frustrazione e accenni di ribellione. «Quei protocolli hanno trasformato i centri in oasi di salute capaci di tenere lontano contagi e pandemia», prosegue l’Anif. «Imporre il Green pass significa precludere lo sport ai giovani (che sono in maggioranza) e agli adolescenti che per ragioni di età non sono inevitabilmente vaccinati». Mentre lo sport di base rischia il collasso, fare passerella davanti ai campioni d’Europa del pallone o alle medaglie olimpiche è solo ipocrisia.
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